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CONFESSIONI
– PARTE SECONDA
QUATTRO ALBUM AMERICANI CHE HANNO CAMBIATO IL ROCK
Ci accingiamo a parlare di quattro opere prime di quattro gruppi (e delle
loro guide) che hanno folgorato gli amanti del rock con i loro esordi,
ma che, per un motivo o per l’altro, non sono durati.
Il primo disco è “Are you experienced?”
(67) della Jimi Hendrix Experience
.
La band ha una sua solidità strumentale, rappresentata da Mitch
Mitchell alla batteria e da Noel Redding al basso, ma è sublimata
dalle spaventose capacità tecnico-compositive di Jimi Hendrix,
capace veramente di realizzare i sogni più arditi dell’iconografia
rock, cioè del guitar-hero che letteralmente trasforma il suo strumento
in un oggetto sessuale da possedere.
L’album è un’ originale e potentissima mistura di rock,
blues e psichedelia, governato sì dalla carismatica voce di Hendrix,
ma soprattutto dalle sue evoluzioni chitarristiche, che spaziano dalle
dilatate e strazianti note blues alle divagazioni psichedeliche che portano
la chitarra del suonatore e la mente dell’ascoltatore in territori
di un’ammaliante verginità.
Indimenticabile il blues psichedelico di “Foxy lady”, così
come il possente blues di “Red house” o i suoni serrati di
“Manic depression”, mentre il rock di “Fire” è
di un’altra categoria rispetto ad altre uscite del periodo, come
anche attraenti sono le, sia pure ingenue, sperimentazioni di “Third
stone from the sun” e “Are you experienced”.
I tre 45 giri che uscirono all’epoca in anticipo rispetto all’album
(“Hey Joe”/“Stone free”, “Purple haze”
e “The wind cries Mary”/”Highway chile”) sono
compresi nell’ultima ristampa su cd e questo non fa altro che alzare
il livello qualitativo dell’intera incisione, visto che il pesante
rock-blues hendrixiano qui si illumina di magici e leggiadri lampi psichedelici.
Negli album successivi (da ricordare almeno “Electric ladyland”
del ’68), fino alla morte avvenuta nel ’70, Hendrix esplorerà
sempre più le commistioni tra rock, psichedelia e suono nero, complice
una chitarra sempre più bizzarra e sovrana.
Sempre nel
’67 esce “the Doors”, mitico esordio
della band capitanata da Jim Morrison (completata dalle tastiere di Ray
Manzarek, dalla chitarra di Robbie Krieger e dalla batteria di John Desmore).
Qui, musicalmente, il dato predominante è ancora il blues, spesso
però inghiottito e trasfigurato da potentissime inserzioni psichedeliche
guidate non tanto dalla classica chitarra, quanto da un organo a volte
suadente, a volte maestoso, in una voluta reiterazione del suono che (si
pensi alla bruciante “Light my fire”) produce effetti piacevolmente
stordenti e coinvolgenti.
Ma tutto il disco, come l’intero progetto, ruota intorno alla figura
da ‘maudit’ di Jim Morrison, poeta e performer un po’
sopravvalutato, sicuramente beatificato in maniera esagerata dopo la morte
avvenuta nel ’71: rimane vero, comunque, che nei momenti migliori
il suo carisma espositivo venga fuori in tutto il suo fascino.
Il primo brano, “Break on through (to the other side)”, musicalmente
e liricamente è una selvaggia dichiarazione di intenti, mentre
indimenticabile è la ora placida ora furiosa cavalcata di “The
end”, viaggio desolato tra i misteri della mente e dell’esistenza
umana.
In mezzo la psichedelia sospesa di “The crystal ship”, la
decadente ripresa della brechtiana “Alabama song”, il blues
di “Backdoor man” e la cupa “End of the night”.
Mai più “le porte” sapranno raggiungere quei vertici,
mentre Morrison affogherà sempre più nel suo trip autodistruttivo.
Nel 1969 esordiscono
su disco The Stooges con il seminale disco omonimo.
La band è capitanata da uno straordinario e stupefacente performer,
Iggy Pop (all’epoca Iggy Stooge), mentre la ‘line-up’
è completata dalla chitarra di Ron Asheton, dal basso di Dave Alexander
e dalla batteria di Scott Asheton.
L’album è uno sconvolgente viaggio in sonorità aspre,
graffianti (ma mai hard), guidate da un selvaggio suono di chitarra (diretto
progenitore della crudezza punk) e da un cantato a volte parossistico,
a volte disperatamente dolce di quell’animale da palcoscenico che
è Iggy Pop.
Mai il rock, prima di allora (a parte il disco dei Velvet di cui parleremo
tra poco) si era inerpicato lungo questi suoni disturbanti e tutt’altro
che tranquillizzanti: il punk e la new wave devono tantissimo a questi
due dischi.
Su tutto campeggia la lunghissima nenia (oltre 10 minuti) di “We
will fall”, una maestosa, perversa, disperata litania governata
dall’eccellente produzione dell’ex Velvet Underground John
Cale (che aggiunge un ulteriore pizzico di drammaticità al brano
con gli inserti della sua viola, lascito del passato Velvet) e dalla cavernosa
voce del leader.
Il resto spazia dalla splendida chitarra ‘malata’ di “I
wanna be your dog” al proto-punk di “No fun”, dalla
rozzezza di “1969” all’inquieta dolcezza di “Ann”
fino alla chitarra imbizzarrita di “Little doll”.
Gli Stooges realizzeranno ancora due splendidi album prima di sciogliersi,
minati dalle droghe.
Un rigenerato Iggy Pop riapparirà nel 1977 sotto l’egida
lirico-sonora del duca bianco Bowie, ma quella è un’altra
storia.
Concludiamo
questa cavalcata tra le magistrali ‘opere prime’ del rock
americano con un disco che, forse, li ricomprende tutti e, di tantissimo
rock moderno (dal punk alla new wave, dal ‘noise’ d’avanguardia
alla ‘electro’ più sperimentale), è l’effettivo,
incontestabile padre: stiamo parlando di “The Velvet Underground
& Nico” (67) della band capitanata da Lou Reed e da
John Cale.
Il primo è un depravato figlio della New York più sordida
e devastata dalla droga, mentre il secondo può vantare studi musicali
classici di un certo livello (l’organico è completato da
Sterling Morrison alla seconda chitarra e da Maureen Tucker alla batteria).
Altri due personaggi gravitano intorno all’universo ‘Velvet’:
il fondatore della pop-art Andy Wharol (autore della famosissima cover
del disco, con la banana sbucciabile) e l’ex fotomodella di origine
tedesca Nico che canta in alcuni brani.
Il disco si apre con i placidi suoni di “Sunday morning”,
ma è solo un’illusione di sanità e di purezza: subito
dopo arriva l’aspra e ossessiva riflessione sulla droga di “I’m
waiting for the man” a farci capire che stiamo viaggiando verso
territori sconosciuti e pericolosi.
La voce gelida di Nico ci illustra la melodica “Femme fatale”
prima che irrompa la straordinaria, depravata “Venus in furs”,
in cui un tagliente suono di viola fa da bordone alla monocorde ma affascinante
voce di Reed.
Dopo la rockeggiante “Run run run”, infarcita da graffianti
punteggiature chitarristiche, arriva ancora Nico con “All tomorrow’s
parties”, una decadente nenia funebre intrisa di fascino misterioso.
Seguono lo splendido crescendo di tensione di “Heroin”, un
affresco sonoro tossico in tutti i sensi, la più usuale “There
she goes again”, “I’ll be your mirror” (che bissa
il dolce meccanismo della song iniziale) e la ruvida “Black angel’s
death song” (con viola di Cale e recitativo di Reed da brividi).
Chiude le danze (si fa per dire) l’incredibile caos rumoristico
di “European son” dove tutta la band corre a testa bassa verso
un folle delirio sonoro.
Qualche mese dopo i Velvet si ripeteranno con la splendida, durissima,
improvvisazione rumoristica di “White light/white heat” (67)
prima che Cale abbandoni.
Dopo un paio di altri album non proprio memorabili, il sipario si chiuderà
sul gruppo newyorkese per lasciare spazio alla valorosa carriera solistica
di Lou Reed.
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