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Napoli - Il mercato di via Bologna Testo Giulio Mario Rampelli Con l’alta velocità arrivare a Napoli da Roma sembra uno scherzo, un’ora e mezza che passa in un lampo se sei in compagnia di un amico. Usciti dalla Stazione Centrale il sole ci accoglie prima ancora del caffè. Forse è per il clima pazzo, ma Napoli a fine novembre sembra essersi fermata a metà autunno. L’amico che mi accompagna è Maurizio, la cui figura magra e allampanata richiama i personaggi graffiati a china che partecipano alle sue storie a fumetti. Ci siamo trovati per caso, complici nella passione viva e un pò nevrotica per la musica dell’Africa, sia quella della Golden Era del post-colonialismo entusiasta che le cose più mature e ricercate, con una non celata predilizione per i suoni dell’Africa Occidentale degli antichi imperi e dei più recenti sogni svaniti. La musica dell’Africa viaggia solo in parte lungo i canali dei circuiti ufficiali, e una volta esplorati a fondo i cataloghi di etichette internazionali come Buda, Label Bleu, Stern o World Circuit, composti di dischi dai booklet patinati e dal suono pulito e ricercato, quasi chimico, viene naturale rivolgere la curiosità a ciò che gli africani producono e ascoltano a casa loro, e così ti accorgi della loro indifferenza per l’alta fedeltà, per le note biografiche sugli interpreti e per la ricerca di sonorità acustiche e pulite. Io l’ho scoperto in Mali, Maurizio a Napoli, dove ha trovato una miniera nascosta tra le bancarelle del mercato di via Bologna, a due passi dalla Stazione Centrale di Piazza Garibaldi, nel quartiere San Lorenzo.
I banchi del mercato di via Bologna sono disposti su tre file, al centro e ai lati. Si apre su via Firenzecon un tavolaccio tenuto da una corpulenta donna nigeriana, sul quale sono sparpagliati CD, DVD e VCD, per la maggior parte copie pirata di produzioni nigeriane e ghanesi. Maurizio suggerisce di non fermarsi e di completare il giro, per farsi un’idea. Ci addentriamo tra le bancarelle, dove accanto alla musica si vendono borse, scarpe, balsami cinesi, noci di kola e bastoncini per pulirsi i denti. Dietro ai banchi della musica puoi trovare le nigeriane, rigorosamente donne, oppure i senegalesi, tutti maschi. Dalle nigeriane si trova la musica dell’Africa anglofona, il reggae giamaicano e il rap americano. I loro banchi sembrano più disordinati, le custodie buttate alla rinfusa rivelano soprattutto i nomi degli esponenti dell’highlife ghanese, del gospel sudafricano e delle star nigeriane di Benin City, che suonano il loro curioso cocktail di highlife e reggae. Niente musica Yoruba, dunque, ma è normale se si pensa che la quasi totalità dell’immigrazione nigeriana in Itala è di etnia Bini e viene dall’Edo State.
… li avevo già adocchiati sulle bancarelle di cassette nelle strade di Bamako, e non avrei Sui banchi senegalesi si trova roba del Mali, Guinea, Costa d’Avorio, Cameroon e Congo, oltre che, naturalmente, mbalax senegalese. Alcuni di quei dischi li avevo già adocchiati sulle bancarelle di cassette nelle strade di Bamako, e non avrei mai immaginato di ritrovarli in Italia. La maggior parte sono DVD e VCD, raccolte di video-clip di infima qualità prodotti localmente a Lagos, Dakar, Bamako o Abidjan. Chi insegue il sogno di un’Africa autentica rimarrà sconcertato, nel vederli, di scoprire un’Africa che insegue il sogno euro-americano rappresentato dalle ville e dagli alberghi per occidentali, e persino dai jeans, dalle cravatte e dalle maglie da basket. Ma la musica e le danze sono autentiche, per noi lontani e piacevolmente indigesti. Tranquilli, l’Africa esiste, anche se nelle produzioni pseudo-industriali come questi video può apparire nascosta oltre il muro che protegge la piscina e il prato all’inglese. Del resto a filmare l’Africa urbana delle strade fangose e delle fogne a cielo aperto si corre il rischio che la polizia locale sequestri cinepresa e materiale girato, istruiti – mi ha spiegato qualcuno – a far la loro parte nel gioco ipocrita di celare al mondo le immagini che provano la sconcertante corruzione dei loro governi predatori, i quali orientano il flusso del denaro derivante dalla vendita di materie prime e dagli aiuti internazionali in direzione di sparute elite locali.
… ma aspettando il proprio turno i CD te li fanno ascoltare volentieri... Ma torniamo a Napoli, il senso di impotenza fa star male. I venditori africani sono tutti molto gentili e disponibili, basta sorridergli, e anche un pò divertiti nell’osservarci mentre frughiamo tra le cose più strane e sconosciute. All’inzio ci propongono i soliti nomi noti, Yossou N’Dour, Salif Keita e Ali Farka Toure, ma poi capiscono che siamo clienti insoliti per essere italiani, e ci offrono consigli. Accanto a noi altri africani cercano reggae, soukous e makossa, ma apettando il proprio turno i CD te li fanno ascoltare volentieri.
Dopo oltre un’ora passata al mercato usciamo con le tasche dei giacconi piene di titoli improbabili, come Fuji Gyration, Brenda, Paul Ede, Ohenhen & his Feelings, Mbalak Defar Ba Mou Baak, assieme a produzioni locali di artisti più conosciuti, come Aicha Kone, splendida voce ivoriana di origine mandengue, le star maliane Sona Tata e Oumou Sangare o la giovane senegalese Coumba Gawlo, già vincitrice del Kora Award tre anni fa. Abbiamo trovato anche due video prodotti a Napoli dalla fantomatica Sahel Production, registrazioni di una serata napoletana in onore del Burkina Faso, con ospiti le splendide voci di Sami Rama e Amity Meria, e una raccolta di video-clip dal titolo Burkina Feeling. Chissà, forse la Sahel Production ha già chiuso. Il loro sito web non esiste a al loro indirizzo corrisponde una porta di ferro sempre chiusa.
L’ultima tappa è nella parallela via Torino, dove qualcuno ci ha indicato una bottega senegalese che vende addirittura dischi originali. E lì che ci raggiunge Marcella, occhi verdi e lineamenti intensi, amica napoletana di Maurizio. Nel retrobottega il proprietario ha appena terminato lo zhur, la preghiera mussulmana di mezzogiorno, e ci accoglie con un pò di diffidenza, che svanisce proporzionalmente alla crescita della pila di CD che posiamo sul banco. Troviamo dischi rari, come l’intera produzione della vedette maliana Mah Kouyate n° 2, gli ultimi lavori di Sekouba Bambino, l’Orchestre National Instrumental du Mali, le produzioni senegalesi di Omar Pene e Fallou Dieng e persino qualche vecchio disco Syliphone ripubblicato in CD dalle francesi Syllart e Bolibana. Mentre frugo mi capita tra le mani un documentario Bolibana sul primo presidente della Guinea indipendente Sekou Toure, colonna portante del sogno post-coloniale africano assieme al ghanese Kwame Nkrumah, al senegalese Leopold Senghor, al congolese Patrice Lumumba e a Julius Nyerere della Tanzania. Sekou Toure è un presunto discendente del legendario Samory Toure, eroe guineiano della resistenza ai francesi durante la seconda metà del XIX° secolo, le cui gesta furono celebrate dai Bembeya Jazz National nel famoso disco Regard sur le Passe. Costruito su lunghe interviste, il film è un raro documento storico girato nel periodo della ripresa delle relazioni diplomatiche con il generale De Gaulle, e nel quale è filmato, tra l’altro, l’incontro tra Sekou Toure e il dittatore cambogiano Pol Pot, gongolante nel descrivere le affinità di vedute tra i due paesi non-allineati. E’ ora di pranzo, e il senso di sazietà per ciò che abbiamo acquistato e per quello che abbiamo rimandato alla prossima occasione lascia il posto all’impulso primordiale della fame. La giornata napoletana si conclude per me con una pizza, una birra, un caffè e mezza noce di kola, poi ancora una volata sull’alta velocità. A casa, mentre guardo e ascolto i preziosi tesori, ripenso a Napoli e a quando ritornerò in via Bologna. Presto, mi dico, molto presto. © Copyright 2006 Giulio Mario Rampelli per http://www.music-on-tnt.com |