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Manifestazione: | Sanremo 2005 - Speciale |
| Titolo: | 55esima edizione del festival di Sanremo [Quinta serata] | |
| Web site: | --------- | |
| Autore: | Alino Stea | |
| Pubb. il: | 05/03/2005 | |
| Copyright: | Alino Stea per www.music-on-tnt.com |
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Quinta serata “Qui nasce la musica”: parole estrapolate da uno dei soliti infiniti, strabordanti, esagerati profluvi di parole di Paolo Bonolis. E allora le interpretazioni sono due: o siamo in presenza di una miopia voluta e cercata, di una totale obnubilazione dei sensi conseguenza di una visione della realtà completamente accecata da una incomprensibile presunzione egocentrica; oppure le parole di Bonolis nascondono una sottilissima, impalpabile ma dissacrante ironia che mira a risvegliare le coscienze degli spettatori e a far loro cambiare canale (o, eventualmente, a far spegnere direttamente il televisore). Ma forse la verità è un’altra, molto più prosaica, molto più semplice: il Bonolis di turno, lo spettatore comune di turno, quasi tutti insomma, ritengono il concetto “Sanremo madre della musica italiana” un dato di fatto acquisito ormai da millenni, scontato com’è scontato che il sole sorga e tramonti ogni giorno. E invece Sanremo NON è la madre della musica italiana, per il semplice fatto che a Sanremo non va in scena la musica italiana, ma la becera melodia sanremese che non ha nulla a che fare con il rock (cioè con il motore interpretativo più vero delle istanze musicali contemporanee), che non ha nulla a che fare con le autorevoli esperienze cantautorali (che proprio a Sanremo, in una sorta di contrappasso dantesco, hanno il ‘loro’ festival con il Club Tenco), che non ha nulla a che fare neanche con il pop più nobile (che pure ha in Italia alcuni degni rappresentanti). Ecco, mi piacerebbe che gli addetti ai lavori, che ogni anno calcano la scena sanremese micorofonati a sproposito, dicano finalmente la verità e non si pieghino alle schiavizzanti regole della ridicola industria discografica italiana e degli ancora più incompetenti dirigenti Rai: Sanremo non è la madre della musica italiana (è sufficiente seguire con un po’ di passione il mondo della musica per capire questa verità infantile), ma è solo un evento mediatico, né più né meno dell’”Isola dei famosi”, del “Grande fratello”, dei sabato sera firmati Panariello e degli ‘incantesimi’ di turno. Le canzoni e la musica (ed è questa la cosa che mi fa più male) sono solo il pretesto per imbastire questo circo vacuo e frivolo dove i veri protagonisti sono i vestiti assurdi di “quaglia” Clerici, le parole a mitraglietta di Bonolis, le movenze più o meno sexy di una bimbetta che dice “zao” invece di “ciao” e gli spot milionari del conduttore. E soffermiamoci allora su questo stupefacente essere umano, capace di proferire 36000 parole al minuto, la maggior parte delle quali assolutamente masturbatorie e consolatorie: in queste serate di tossicodipendenza sanremese ho definitivamente realizzato che Bonolis, comunque il più preparato presentatore italiano, ama alla follia parlarsi addosso e ascoltarsi compiaciuto mentre accarezza, con fare onanistico, i più improbabili sinonimi e le più ostiche metafore. E soffermiamoci, ancora, su un vizio disgustoso del capitalismo televisivo: il mercato camuffato da beneficenza. In linea di principio questo concetto è un’autentica contraddizione in termini: il mercato (quello vero, quello realmente liberista) deve ignorare per definizione la beneficenza, in quanto non rientra nel suo orizzonte di capitalizzazione egoistica del profitto; così come la beneficenza (quella vera, silenziosa, disinteressata) deve ignorare per definizione il mercato. E invece qui a Sanremo ci si affanna a far vedere che ci si commuove per tragedie immense che, ignobilmente, vengono inglobate nel più generale spazio mediatico festivaliero, perchè ‘così alziamo l’audience e, già che ci siamo, facciamo la nostra buona azione quotidiana’. Ecco, a me questo modo di ragionare irrita un tantino, per non dire che mi fa schifo. Mi sono reso conto adesso che non ho ancora detto una parola sull’ultima serata del festival: rimedio subito, tanto si fa presto. L’inizio è di grande impatto: finalmente un vero ospite musicale, italiano per di più, Vasco Rossi. Il ‘Blasco’ nazionale calcò il palcoscenico sanremese nel 1982 con “Vado al massimo” e, soprattutto, nel 1983 con l’immensa “Vita spericolata”: ed è con questo brano storico, reso in medley con “Un senso”, dal suo ultimo disco, che Vasco Rossi irrompe nella noiosa e annoiata serata sanremese. Ora: il cantante emiliano tende a volte a ‘coverizzarsi’ e ad autocelebrarsi, perdendo a volte il senso della misura, ma è indubbio che sia, nel bene e nel male, un leader della VERA canzone italiana. E poi i due brani interpretati tracciano un solco non rimarginabile tra lui (e ciò che lui rappresenta) e le melense ammucchiate di parole e note di tutte le canzoni che hanno imperversato in questi giorni. L’unico altro momento bello, perché vero, della serata è quando Ezio Vendrame, in assoluto imbarazzo tra miserevoli opinionisti che fanno della piaggeria la loro arte preferita, recita, commosso, una splendida poesia di un ‘dimenticato’ della VERA canzone italiana, l’indimenticabile Piero Ciampi. Prima di concludere con i vincitori, voglio confermare che, a mio parere, il brano migliore del festival rimane quello dei Matia Bazar, anche se il blues da me segnalato nella prima serata vena soprattutto la splendida interpretazione della cantante (di cui mi è ancora sfuggito il nome, chiedo scusa) piuttosto che la struttura ritmica della canzone. Adesso incensiamo di gloria i trionfatori: categoria giovani: tal Laura Bono (boh!);; categoria gruppi: Nicolai e Di Battista Jazz Quartet (ribadisco il vuoto formalismo sia della canzone che dell’interpretazione); categoria classic: Toto Cutugno con Annalisa Minetti (rimango basito non tanto per la canzone insignificante, quanto per l’orecchino di Toto!!!) categoria donne: Antonella Ruggiero (la canzone è piacevolmente eterea, ma non osa oltre il lecito); categoria uomini: Francesco Renga (canzone piacevolmente sanremese, con un testo non banale). E alla fine, tra queste cinque rockstar, viene eletto imperatore di Sanremo 2005 proprio il buon Renga, mentre a Bagdad e dintorni continuano a morire uomini, donne e bambini grazie ad un’autentica follia provocata dall’arroganza e dalla protervia americane. E’ finita anche quest’anno. Magari finissero così facilmente anche le guerre... |