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Titolo articolo: La poetica della New Wave 1° parte.
Recensore: Alino Stea

© Alino Stea per http://www.music-on-tnt.com

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Introduzione


La new wave è un movimento culturale e musicale estremamente sfaccettato, ricchissimo di spunti, di indicazioni, di tendenze che hanno traghettato la musica rock, attraverso l’imprescindibile terremoto di riassestamento determinato dal punk, dalla ricchezza policroma ma uniforme dell’arcobaleno dei sixties e dei seventies al macroscopico caleidoscopio di suoni e di umori odierni.
La new wave non è, quindi, un genere ben preciso e determinato, ma si affolla di mille rivoli (a volte semplici rigagnoli, a volte fiumi impetuosi) che hanno come unico comune denominatore la diretta derivazione dal punk e dalla sua caratteristica fondamentale: la semplificazione sintetica dell’approccio musicale.


Il punk, con furia iconoclasta, ha (più o meno) azzerato tutto, rimettendo in discussione l’ approccio sociale, culturale e artistico della musica rock: ora bisogna ricostruire sulle nuove basi indicate dalla rivoluzione del ‘77 e dintorni.
Ma ciò che nel punk è spesso sintesi rozza e approssimativa (anche se oltremodo affascinante), nella new wave diventa approccio stilistico cosciente e motivato: il recupero, l’analisi e l’assemblaggio dei più disparati generi musicali (dal progressive al garage, dal rock’n’roll al soul, dalla psichedelia al rhythm and blues, dall’hard al funky) rielaborati in una sintesi che è cosa nuova rispetto al passato per gusto, sensibilità e prospettiva storica.
Per definire una sorta di cronologia, possiamo inquadrare la new wave in un periodo che va, all’incirca, dal 1977 al 1984: i primi vagiti si intersecano e si sovrappongono all’esplosione del fenomeno punk, gli ultimi respiri coincidono da una parte con la nascita dei R.E.M. e degli Smiths (eccellenti fautori di un ritorno più marcato a certe sonorità ‘guitar-oriented’ di matrice ‘sixties’), dall’altra con un sempre più evidente utilizzo di modalità elettroniche nell’incisione e nella registrazione dei dischi, fatto che snaturerà la spontaneità della new wave e fornirà un suono ‘di plastica’ a tanta produzione anche dignitosa.
Essendo, evidentemente, la new wave un movimento notevolmente poliedrico, per comodità di approccio e di comprensione lo abbiamo suddiviso in tre grandi aree (da non intendersi assolutamente come tre compartimenti stagni): il post-punk, il dark e l’elettronica.


1. IL POST-PUNK


Prima di intraprendere questo viaggio musicale, non possiamo non citare le intuizioni di coloro che (tra la fine degli anni ’60 e la prima metà dei ’70) hanno aperto la strada al punk e alle sue immediate derivazioni: i primi due album dei Velvet Underground, i primi due degli Stooges di Iggy Pop e i devastanti esordi degli MC5 e dei New York Dolls.
Reso omaggio anche agli Heartbreakers, a Richard Hell, ai Clash e ai Sex Pistols (i cui rispettivi primi album, tutti del ’77, sono pietre miliari del punk comunemente inteso), dobbiamo però ribadire come il punk sia un fenomeno che, per sua stessa natura (elementarità dell’approccio stilistico e delle capacità tecnico-compositive), tende ad evolversi verso strutture più complesse o comunque in commistione con meccanismi compositivi e tensioni espressive diverse e più articolate.

La terminologia ‘post punk’ è volutamente generica in quanto, in essa, rientrano espressività che, pur riconducibili alla rivoluzione punk, si evolvono secondo linee le più diverse e frammentate.
Subito dopo l’esplosione ‘ribelle’ del biennio’76-’77, molte di quelle formazioni intraprendono una strada che le sganci dalla, tutto sommato, monotonia espressiva del punk, per elaborare nuovi percorsi (espressi sia nell’assemblaggio non sempre ortodosso dei generi musicali ‘base’, sia nel netto recupero della ‘forma canzone’), pur nel rispetto di quelle coordinate stilistiche.

Antesignane in questo campo sono due formazioni americane, i Talking Heads e i Television, le quali, memori della stupefacente lezione lirica e sonora dei primi due album di Patti Smith [“Horses” (75) e “Radio Ethiopia” (76), entrambi in bilico tra i Velvet Underground e Leonard Cohen] esordiscono con due ottimi dischi proprio nel ’77 (l’album delle ‘teste parlanti’ ha come titolo proprio l’anno di uscita).

Nei primi, la velocità punk degli inizi (ricordiamo la frenetica “Psycho killer”) si fonde subito con ritmiche funky, chitarrismo sperimentale e misurato utilizzo dell’elettronica: il tutto sfocia in uno strepitoso crescendo con gli album “More songs about buildings and food” (78), “Fear of music” (79) e “Remain in light”( 80). In quest’ultimo, David Byrne e compagni (con l’aiuto determinante di Brian Eno) danno sfogo ad una creatività senza precedenti, producendo veramente un disco epocale, ‘avanti’ di almeno 15 anni rispetto alle sonorità del periodo.
I Television di Tom Verlaine incidono “Marquee moon”, un capolavoro di chitarrismo ‘sixties’ irruente e delicato allo stesso tempo che conferma, con le eccellenti capacità tecniche del leader, come il post-punk vada prendendo pian piano le distanze dalla rozza superficialità del primo punk. Segue l’anno successivo un altro bel disco, “Adventure”, sostanzialmente sulle tracce del precedente.

Ma è in Gran Bretagna che fioriscono le piante più rigogliose, con gruppi che, partiti stilisticamente dal punk, se ne distaccano progressivamente per elaborare un suono che ricomprenda e rielabori gli infiniti spunti prodotti dal rock dei ’60 e dei ’70.
E’, ad esempio, il caso degli XTC, i quali, dopo aver partorito nel ‘78 i due primi album (“White music” e “Go 2”) in pieno stile pop-punk, infilano un trittico straordinario [“Drums and wires” (79), “Black sea” (80) e “English settlement” (82)] dove il punk è solo un ricordo, sovrastato da un chitarrismo sempre in bilico tra pop e sperimentazione, da un intelligente recupero per niente nostalgico di trame psichedeliche ‘sixties’ e da un ‘mood’ tipicamente ‘beatlesiano’, il tutto avvolto in arrangiamenti sofisticati e malinconici, sorretti da testi intelligentemente umoristici e ironici.

Oppure è il caso degli Stranglers, strumentisti e compositori di vaglia a differenza di moltissime band punk: il loro percorso si dipana, a partire da quel seminale anno che è il ’77, attraverso i primi due album (“Rattus norvegicus” e “No more heroes”), punk all’apparenza ma già percorsi da nervose trame psichedeliche tracciate dalle tastiere, per continuare con i successivi “Black and white” (78), “The raven” (79), “The meninblack” (81) e “La folie” (81) dove la padronanza tecnica e compositiva mette d’accordo gli ultimi rigurgiti punk con strutture e melodie progressive di buona fattura.

Citati di passaggio i Fall [ricordiamo almeno, dalla loro vastissima discografia, “Live at Witch trials” (79), “Grotesque” (80), “Hex enduction hour” (82) e “Perverted by language” (83)], la cui ricerca ritmico-armonica supera da subito per complessità e genialità la semplicità punk pur derivando da essa, è d’obbligo fare riferimento ad una band la cui attitudine stilistica, pur assimilata agli stilemi punk, si evolve secondo un’intelligente traiettoria sonora che la porta a fissare dei cardini melodici ineludibili in ambito new wave: sono i Buzzcocks, i quali testimoniano la loro vivacità post-punk in soli tre album [“Another music in a different kitchen” (78), “Love bites” (78) e “A different kind of tension” (79)].

Legati ai Buzzcocks sono i Magazine [il leader Howard Devoto milita nella prima incarnazione rigorosamente punk dei Buzzcocks, le cui tracce sono presenti nel ‘bootleg’ “Time’s up” (78) successivamente ristampato come disco ufficiale (91)]: qui la frenesia punk si mischia indelebilmente (col predominante uso delle tastiere) alle intuizioni glam-sperimentali dei Roxy Music (segnatamente i primi due album nei quali sono presenti le sonorità genialmente non ortodosse di Brian Eno).
Dei Magazine (a proposito dei quali dobbiamo sottolineare una certa profondità dei testi non sempre riscontrabile in ambito new wave) ricordiamo i primi tre album, impeccabilmente arrangiati: “Real life” (78), “Secondhand daylight” (79) e “The correct use of soap” (80).

Contemporanei ai Magazine e per questioni temporali e per approccio stilistico sono i Japan di David Sylvian e gli Ultravox di John Foxx.
I primi, dopo gli inizi [“Adolescent sex” (78) e “Oscure alternatives” (78)] a imitazione pedissequa del Bryan Ferry e dei Roxy Music più glam e commerciali, producono, in un entusiasmante crescendo di originalità, “Quiet life” (79), “Gentlemen take polaroids” (80) e “Tin drum” (81) dove la new wave si tinge di soffusa elettronica e di piccole ma decisive tracce etniche ed ambient.

Queste ultime caratteristiche, riprese da Ryuichi Sakamoto (già leader di una band giapponese di tecno-pop, la Yellow Magic Orchestra, e collaboratore di Sylvian) nella colonna sonora del film “Merry Christmas Mr. Lawrence” (83) (dove è presente un evocativo e struggente brano con un cantato da brividi, “Forbidden colours”, a firma di entrambi), saranno alla base di tutti i lavori successivi di Sylvian, una volta sciolti i Japan, e segnatamente di quello che è uno dei grandi capolavori della new wave e del rock tutto, ossia il suo esordio solista dell’84, “Brilliant trees”, da ricordare accanto all’e.p. “Words with the shaman” (85), degno compagno della ricerca etnica di Peter Gabriel.
Gli Ultravox sono una band straordinariamente originale, capitanata da un artista poliedrico come John Foxx. I tre album della loro prima incarnazione [“Ultravox!” (77), “Ha! Ha! Ha!” (77) e “Systems of romance” (78)] intanto prendono formalmente le distanze dal primo punk grazie all’uso del violino e delle tastiere che richiama certa ricchezza sonora dei primi ’70, ma ciò che li rende, in fin dei conti, dei capolavori sono le stupefacenti capacità creative del gruppo (accompagnato inizialmente dalla produzione di Brian Eno) impegnato ad unire con magica fluidità le opzioni più melodiche con una ricca tensione cupamente avanguardistica, assieme ad un’invidiabile capacità di sintesi.
La successiva carriera solista di Foxx, così come la seconda incarnazione del gruppo, saranno materia specifica della parte relativa all’elettronica.

Soffermiamoci ora su due gruppi fondamentali dell’estetica punk, i Clash e i Jam, i quali, intelligentemente evoluti e rimodellati i loro percorsi sonori in ulteriore e apprezzabilissimo sforzo di sintesi, appaiono tra i più interessanti e originali alfieri della new wave.
I primi, capitanati da Joe Strummer e Mick Jones, dopo aver esordito con un capolavoro del punk [“The Clash” (77)] e con un secondo album [“Give’em enough rope” (78)] di transizione, in bilico tra istanze ancora crudamente punk e prime suggestioni wave, producono tra il ’79 e l’80 una valanga di canzoni che vanno a comporre due monumenti come il doppio “London calling” e il triplo “Sandinista!”: entrambi, pur nell’ottica del ‘formato canzone’ e con un occhio di riguardo ai nuovi ritmi ballabili in voga da qualche anno, forniscono una straordinaria ricerca e rielaborazione delle matrici bianche (il rock’n’roll e il country) e nere (il blues, il funky, il reggae) del rock, dando il ‘la’, con dieci anni di anticipo, al ‘crossover’ che oggi impera e di cui spesso si abusa.
Il successivo “Combat rock” (82) (sia pure edito come album singolo) si propone come la maestosa ‘summa’ della fuga in avanti dei Clash.

I Jam, proprietà quasi esclusiva del grande Paul Weller, dopo essersi barcamenati nei primi due album (“In the city” e “This is the modern world”, entrambi del ’77) tra la velocità superficiale del punk e l’amore per gli Who (inevitabili i riferimenti all’epica e all’epoca ‘mod’) approfondiscono, negli album successivi [“All mod cons” (78), “Setting sons” (79) e “Sound affects” (80)] il loro amore per certe sonorità ‘sixties’ e per il rhythm and blues assieme ad una connotazione sempre più marcatamente politica (di sinistra) nelle liriche che riprende la protesta sociale e il ribellismo contro il sistema (sempre più consapevole) dei Clash, politicizzati sin dall’inizio.
L’ultimo album di studio prima dello scioglimento, “The gift” (82), evidenzia che le preferenze di Weller si sono ormai spostate verso un suono decisamente black: stanno nascendo gli Style Council, la sua nuova creatura intrisa di jazz, soul, funky e blues che, dopo diversi singoli di assaggio [tra cui ricordiamo la splendidamente evocativa “Long hot summer” (83)], produrrà nell’84 un capolavoro della new wave più ‘commercialmente sperimentale’ come il fantasmagorico “Cafè bleu”.

Per rimanere in ambito ‘nero’ dal punto di vista musicale e ‘rosso’ dal punto di vista politico, non possiamo dimenticare due meteore del post-punk inglese (schierate apertamente contro l’establishment conservatore di marca tatcheriana di fine ’70 – inizio ’80) che, sia pure nel loro rapido passaggio, hanno lasciato tracce indelebili nell’elaborazione di determinati percorsi new wave: i Pop Group [violenza punk, frenesia funky e rumorismo creativo nell’esordio “Y” (79) e nel successivo “For how much longer do we tollerate mass murder?” (80)] e i Gang of Four [straordinario incrocio tra minimalismo punk, ritmica funky e chitarrismo tagliente senza compromessi nel fulminante esordio “Entertainment!” (79) e nel successivo “Solid gold” (81)].

Un’altra meteora sono i Dexys Midnight Runners, titolari di due album [“Searching for the young soul rebels” (80) e “Too rye ay” (82), quest’ultimo un vero capolavoro] che, del punk, recuperano la frenesia, ma che sono essenzialmente pervasi di soul, folk e rhythm and blues.

Alla new wave sono riconducibili i primi dischi di due dei gruppi più famosi del rock degli ultimi 20 anni: i Police di Sting e gli U2.

I primi esordiscono nel ’77 addirittura con un singolo di chiara impronta punk, “Fall out”, ma già i passi successivi sono caratterizzati da un’intelligente commistione di stili, che vede in primo piano una chitarra punk-sixties, la creazione di accattivanti melodie pop e una ritmica rock-reggae genialmente rielaborata dal ‘drumming’ di Stewart Copeland: il tutto produce “Outlandos d’amour” (78) (che contiene quel capolavoro di delicatezza lirico-sonora che risponde al nome di “Roxanne”), l’ottimo “Regatta de blanc” (79) e “Zenyatta mondatta” (80), prima che il sofisticato pop d’alta classifica (pur di pregevole fattura) diventi obiettivo predominante.

Le incisioni iniziali degli irlandesi U2 si inseriscono alla perfezione nel post-punk, connotate come sono da un chitarrismo di impronta psichedelica e da un’invidiabile freschezza compositiva e di arrangiamento. I primi tre album racchiudono l’evoluzione del gruppo di Bono che misura [da “Boy” (80), attraverso “October” (81), fino alla compattezza di “War” (83)] la crescita di un suono che si fa via via sempre più epico e coinvolgente, merito delle sempre migliori capacità vocali del leader e del potente ‘drumming’ di Larry Mullen jr.
Liricamente, invece, si spazia dall’esposizione, ingenua ma ficcante, dei disagi giovanili a contatto con la realtà amara del mondo alla coraggiosa presa di posizione pacifista nell’ambito dell’annoso contrasto tra cattolici e protestanti in Irlanda.
Dopo aver inciso un ottimo album live [“Under a blood red sky” (83)] che chiude il primo periodo, gli U2, complice imprescindibile Brian Eno, producono nell’84 “The unforgettable fire”, un album fondamentale nel definire i canoni necessari a creare un ponte di collegamento tra la new wave e le intuizioni ambientali di Eno.
Irlandesi come gli U2 e provenienti dal loro stesso ambiente musicale, i Virgin Prunes, pur frammentari nelle loro uscite discografiche, producono nell’82 un geniale album, “…If I die, I die”, in bilico tra folk, rumorismo e una sperimentazione ritmica quasi tribale.

Scozzese è invece l’origine dei Simple Minds, i quali, al pari di altri gruppi analizzati in precedenza, privilegiano l’uso delle tastiere (evidente il tentativo di ricalcare senza troppa originalità i Roxy Music nei primi due album, “Life in a day” e “Real to real cacophony”, entrambi del ’79).
La svolta viene annunciata nell’80 col terzo album, “Empires and dance”, e si concretizza con i due dischi successivi: “Sons and fascination” (81) [con allegato il mini album proveniente dalle stesse ‘sessions’ “Sister feelings call” (81)] e “New gold dream 81-82-83-84” (82) sono due autentici capolavori, dove una ritmica trascinante, a volte quasi dance, e i maestosi interscambi tra chitarra e tastiere dominano il tutto, governati dalla sempre più matura voce di Jim Kerr.
Il successivo “Sparkle in the rain” (84), pur attraente, risente del tentativo di imitare il suono magniloquente ed epico di “War” degli U2 (anche a causa dell’utilizzo dello stesso produttore, Steve Lillywhite).

Di origine australiana (ma inglesi d’adozione) sono invece i Birthday Party del grandioso Nick Cave: il loro suono è un originalissimo mix di sgraziata velocità punk, di cabaret sperimentale tedesco, di disperato amore per i grandi bluesmen americani (compreso l’amelodico blues dei seminali primi album di Captain Beefheart) e di rumorismo lancinante e ossessivo, il tutto completato dalla cavernosa, cupissima, ma straordinariamente affascinante voce del leader.
Nei pochi anni di vita, contrassegnati da gravi problemi di droga, producono tre album [“The Birthday Party” (80), “Prayers on fire” (81) – il migliore per coesione e compattezza – e “Junkyard (82)] e due mini lp (“Bad seed” e “Mutinity!”, entrambi dell’83).
Intrapresa la carriera solista, Nick Cave esordisce nell’84 con “From her to eternity”, un’amelodica ma geniale rilettura del patrimonio rock, blues e country americano, proseguendo poi la strada proponendosi in maniera originale ed emozionante nell’ambito della canzone d’autore.

Concludiamo questo viaggio nel post-punk parlando di alcune band che hanno uno dei loro grandi punti di riferimento nella psichedelia ‘sixties’ inglese.
Cominciamo con i Psychedelic Furs, fautori di un suono spesso psichedelico (belli gli intarsi di sax e chitarra) duro ma fluido, che ricorda sia il glam dei Roxy Music che quello dei T. Rex di Marc Bolan.
Notevoli sono l’esordio, omonimo, dell’80 e il secondo, “Talk talk talk”, dell’anno dopo, mentre i successivi tradiranno un eccessivo amore per l’orecchiabilità. Su tutto, comunque, la monocorde ma affascinante voce di Richard Butler, spesso e volentieri in debito verso le tonalità bowiane.
Belli anche Echo & the Bunnymen, con una chitarra che percorre in maniera lancinante ma mai ossessiva le canzoni donandole un decisivo tocco di rock psichedelico che ricorda spesso gli U2 (o viceversa). I primi due album [“Crocodiles” (80) e “Heaven up here” (81)] sono i più genuini, mentre il terzo e il quarto [“Porcupine” (83) e “Ocean rain” (84)], pur gradevoli, flirtano troppo con il pop.
Nei Sound l’amore per la psichedelia è sottolineato, invece che dalle chitarre, dall’uso delle tastiere decisamente ‘sixties’: anche qui i primi due dischi [“Jeopardy” (80) e “From the lions mouth” (81)] sono i migliori.

In ultimo parliamo dei Teardrop Explodes, la straordinaria formazione capitanata da Julian Cope, titolare di due album di studio [“Kilimanjaro” (80), capolavoro di moderna e guizzante psichedelia, e “Wilder” (81), leggermente inferiore] dove le tastiere psichedeliche memori dei Pink Floyd e dei Soft Machine si mischiano ai bizzarri richiami al genio malato di Syd Barrett.
Intrapresa la carriera solista, Cope produrrà nello stesso anno (84) due nuovi capolavori di psichedelia aggiornata (“World shut your mouth” e, soprattutto, “Fried”) ma anche splendidamente evocativa del fantasma dell’ex leader dei Floyd.

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