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IL DARK
La musica dark, che, in realtà, nella natia Inghilterra, prende
il ben più suggestivo nome (dal punto di vista letterario) di
musica gothic, è uno dei filoni più floridi dell’intera
scena new wave inglese: attraverso la catarsi del punk anch’esso
recupera, metabolizza e rielabora alcuni linguaggi musicali del passato.
I padri putativi del dark si possono rintracciare nell’hard venato
di paesaggi spettrali dei primi Black Sabbath di Tony Iommi e Ozzy Osbourne,
nella psichedelia ombrosa e spaziale di “A saucerful of secrets”
dei Pink Floyd di Roger Waters, nel progressive cupo e macabro dei Van
Der Graaf Generator di Peter Hammill, nella disperata malattia sonora
e lirica dei Velvet Underground di Lou Reed e John Cale e, infine, nel
David Bowie di “Diamond dogs” e dei primi due episodi
della cosiddetta ‘trilogia berlinese’.
Musicalmente siamo in presenza di suoni cupi, ossessivi, tetri, mentre,
dal punto di vista lirico, l’indice viene puntato verso atmosfere
lugubri o, comunque, opprimenti, malinconiche, tristi: in una parola,
la cifra stilistica del dark è un romanticismo sì minimale
e oscuro, ma quanto mai ricco di tensione emotiva.
Alla fine degli anni ’70, mentre gruppi come i Clash e i Jam ribadiscono,
nei testi e negli atteggiamenti, il loro impegno sociale e politico,
altri gruppi e altri autori scelgono volontariamente un totale ripiegamento
su se stessi e sul loro mondo in miniatura, dando sfogo a liriche e
a suoni minimali, ora malinconici, ora disperati, ma completamente impregnati
di un romanticismo che rimette in primo piano la sensibilità
sofferente dell’uomo contemporaneo, non più padrone del
mondo, ma sfasato e maldislocato rispetto a se stesso e agli altri.
Simbolo di questa visione della vita e progenitore-catalizzatore di
tutte le caratteristiche del ‘mood’ dark che abbiamo evidenziato
fino ad ora è sicuramente Ian Curtis, leader degli indimenticabili
Joy Division, morto suicida a soli 23 anni.
Gli unici due album incisi dalla band, “Unknown pleasures”
(79) e “Closer” (80), sono, musicalmente e liricamente,
un viaggio senza ritorno negli abissi dell’incomunicabilità
e della solitudine interiore, un precipitare freddo e insensato in una
sorta di ‘cupio dissolvi’.
I testi di Curtis, nello stesso momento in cui appaiono fotografare
e descrivere in maniera distaccata uno stato d’animo, in realtà
lo vivisezionano analizzandone tutti gli aspetti più reconditi
e dolorosi in una sorta di metaforica richiesta d’aiuto al mondo
esterno che, già si sa, non verrà raccolta.
La musica si evolve dalle asprezze post-punk del primo album [attraverso
una messe di singoli tra cui non si può non ricordare la tenera
e disperata “Love will tear us apart” (80)] fino
a raggiungere un’essenzialità di suono quasi perfetta in
“Closer”: la chitarra è scabra e tagliente,
la batteria e il basso inanellano ritmi ossessivi, la voce di Curtis,
monocorde ma profonda, è il ‘trait d’union’
di un crescendo memorabile, dove risaltano perle come “Atrocity
exhibition”, “Isolation”, “Decades”,
“Heart and soul”.
Nello stesso anno d’esordio dei Joy Division, un altro gruppo
figlio del punk [ricordiamo gli album di esordio “Pink flag”
(77) e “Chair missing” (78) intrisi di ricerca minimalista]
dà alle stampe un disco seminale nell’elaborazione di un
certo tipo di suono new wave e, specificamente, dark: sono i Wire e
l’album si intitola “154”.
In questo disco la fa da padrone un minimalismo sperimentale nei suoni
come nei testi: frammenti lirico-sonori che si esaltano nell’oscura
“I should have known better”.
In “154” la rozza asprezza e la cruda velocità del
punk lasciano lentamente il posto a una musica lenta ed evocativa, cifra
stilistica che, accanto ad un feroce e scabroso tormento esistenziale,
segnerà il trionfo artistico della cosiddetta ‘trilogia
dark’ di Robert Smith e dei suoi Cure, i quali, dopo un esordio
di interessante commistione tra pop e punk, “Three imaginary
boys” (79), sprofondano per tre anni in un buio lacerante.
Il mondo si è trasformato in una landa desolata e incomprensibile,
dove la natura fredda si aggroviglia a sentimenti sempre più
scarnificati e la via d’uscita non solo non c’è,
ma non c’è mai stata: è “A forest”,
vero capolavoro di una vita e brano guida di “Seventeen seconds”
(80), primo album della trilogia.
Qui e in “Faith” (81) la chitarra si contorce in
‘riff’ taglienti e gelidamente morbosi, le tastiere, più
che ricamare in primo piano come nel progressive e nel glam, tessono
un sotterraneo ordito di continua tensione, il ‘drumming’
è ossessivamente metronomico e il basso si trasforma, da strumento
essenzialmente ritmico, in supporto melodico di malinconica efficacia,
mentre i testi ora sussurrano ora gridano la coscienza timorosamente
consapevole di un’esistenza sospesa in un mondo assurdo e senza
significato.
Tutte queste caratteristiche vengono sublimate all’ennesima potenza
nell’ultimo album della trilogia, “Pornography”
(82), vero capolavoro del dark ‘all times’ e disco capace
di esprimere una sincera poetica rock sganciata dalla più o meno
pedissequa imitazione di modelli altrui.
Dal primo all’ultimo brano (citiamo almeno “One hundred
years”, “The hanging garden”, “The figurehead”,
“A strange day” e la song omonima) è una trasognata
cavalcata, a volte drammatica, a volte rassegnata, verso il nulla dell’esistenza.
Allontanatosi negli anni successivi dal dark, Smith ci tornerà
per darne una sorta di testamento nel brano d’apertura dell’album
“Kiss me kiss me kiss me” (87) (disco orientato
maggiormente in senso pop-psichedelico): in “The kiss” (un
quasi strumentale da brivido con digressioni chitarristiche lancinanti
ed ossessive) il bacio viene evocato come apportatore di amore e, contemporaneamente,
di morte: le due pulsioni più forti dell’uomo sono servite
e il cerchio si può chiudere.
Sorella (nel senso della condivisione degli intenti artistici) di Robert
Smith è Susan Dallion (in arte Siouxsie Sioux), carismatica e
attraente leader dei Siouxsie and the Banshees.
Il gruppo [che avrà a più riprese tra le sue fila proprio
Robert Smith alla chitarra e alla composizione – straordinario
un suo brano dark, “Blow the house down”, in un disco, “Hyaena”
(84), di più chiara impronta pop-psichedelica] attraversa la
new wave inglese seguendo un suo percorso coerente e lucido che lo porterà
dal punk meno immediato e più sofisticato a una brillante e mai
banale psichedelia, il tutto retto dalla potente e oscura voce di Siouxsie,
capace di far precipitare l’ascoltatore nelle più cupe
profondità del suono dark: a tal proposito segnaliamo i primi
cinque album, “The scream” (78), “Join
hands” (79), Kaleidoscope (80), Juju (81),
esemplare compendio dell’arte dei Banshees , e “A kiss
in the dreamhouse” (82).
Iniziale deferenza alle sonorità strumentali e vocali di Siouxsie
è presente nei Cocteau Twins [ricordiamo gli album “Garlands”
(82) e “Head over heels” (83) e i delicati e.p.
“Lullabies” (82), “Peppermint pig”
(83) e “Sunburst and snowblind” (83), nei quali
sono anche presenti soffuse ma elaborate orchestrazioni elettroniche].
Successivamente la band di Elizabeth Frazer saprà trovare una
sua originalità compositiva che la allontanerà dal gothic
e, più in generale, dalla new wave, ma che sarà in grado
di mettere nel giusto risalto le potenzialità vocali della cantante.
Simili per impostazione sono i Dead Can Dance, band australiana ma che
incide per un’etichetta inglese: atmosfere gotiche e sepolcrali,
utilizzo sapientemente dosato di strumentazione acustica ed elettronica,
il tutto accanto a un delicato cantato che a volte si erge a picchi
da brivido della ‘vocalist’ Lisa Gerrard, sono le prerogative
del loro esordio [l’ e.p. “The garden of the arcane
delights” (83)], del primo, omonimo, album (84) e del secondo,
“Spleen and ideal” (85), che, già nel titolo,
coniuga alla perfezione le istanze dark con quelle più sensibilmente
romantico-decadenti.
Progetto del tutto particolare è This Mortal Coil (supergruppo
di cui fanno parte, tra gli altri, componenti dei Cocteau Twins e dei
Dead Can Dance), emanazione della “4AD”, etichetta, appunto,
delle sopracitate band e titolare di un delicatissimo primo album, “It’ll
end in tears” (84), in bilico tra sperimentazione e atmosfere
gotiche eteree e malinconiche.
Contemporanee ai Joy Division e ai Cure sono le prime esperienze discografiche
dei Bauhaus e dei Killing Joke, altri due gruppi cardine per la definizione
del suono gothic.
Entrambi sommano, alle istanze glacialmente melodiche delle band che
abbiamo citato in precedenza, un ‘background’ fondamentalmente
punk nell’approccio, un sottile gusto per certo hard intellettualistico
e per certo rumorismo chitarristico ed elettronico, accanto alle inquietanti
voci, rispettivamente, di Peter Murphy e di Jaz Coleman.
Dei Bauhaus (la cui caratura tecnica e l’eclettismo stilistico
li porta a fondere in un ‘unicum’ tutto loro le splendide
peculiarità dark del loro suono) ricordiamo il tenebroso singolo
“Bela Lugosi’s dead” (79) (chiari i riferimenti
alla letteratura gotica inglese, con basso e chitarra a tracciare lividi
percorsi sonici) e gli album “In the flat field”
(80) (impressionante per l’impatto devastante e per la compattezza
sonora), “Mask” (81) e il malinconico “The
sky’s gone out” (82); dei Killing Joke il primo, seminale,
omonimo album (80) (apripista per un infinità di suoni che verranno)
e il successivo “What’s this for!” (81).
La commistione tra sonorità ora oscure, ora rumoristiche, ora
addirittura psichedeliche trova la sua più completa realizzazione
nel progetto Public Image Ltd., creatura di Johnny Lydon (Rotten, ai
tempi in cui era ‘frontman’ dei Sex Pistols).
Al, tutto sommato, semplificante approccio al rock dei Pistols, i P.I.L.
contrappongono una complessità sonora, frutto della contemporanea
assimilazione e rielaborazione su basi più consce del messaggio
punk, che di fatto li rende l’ideale ‘prova provata’
dell’intrinseco legame che unisce indissolubilmente, in una sorta
di evoluzione darwiniana, il ‘sound’ e il ‘mood’
punk con le più elaborate atmosfere new wave.
Di questa band sono imprescindibili i primi, solidissimi, tre album,
dal suono ossessivo e claustrofobico: “First issue”
(78), “Metal box” (79) e “The flowers
of romance” (81).
In ultimo citiamo i Theatre of Hate, i Sisters of Mercy, i Cult e i
Mission, i cui rispettivi album d’esordio [“Westworld”
(82), “First and last and always” (85), “Dreamtime”
(84) e “God’s own medicine” (86)] presentano
un approccio gothic sì maturo e affascinante, ma, in certi momenti,
eccessivamente epico, in una sorta di retoricizzazione del suono dark.
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