Genere Musicale : Il Progressive
Titolo articolo: Seconda parte
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Autore: Alino Stea
Pubb. il: 17/04/2005
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- Prima parte -

A questo punto è necessaria una, sia pur forzatamente sommaria, elencazione degli album la cui conoscenza è, a mio parere, imprescindibile per una corretta e fruttuosa comprensione di questo grande periodo della musica popolare contemporanea: FOXTROT (72), SELLING ENGLAND BY THE POUND (73) e THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY (74) dei Genesis; THE YES ALBUM (71), FRAGILE (72) e CLOSE TO THE EDGE (72) degli Yes; ATOM HEART MOTHER (70), MEDDLE (71), THE DARK SIDE OF THE MOON (73) e WISH YOU WERE HERE (75) dei Pink Floyd; TARKUS (71) e BRAIN SALAD SURGERY (73) degli E.L.P.; IN THE COURT OF THE CRIMSON KING (69), IN THE WAKE OF POSEIDON (70) e LARK’S TONGUES IN ASPIC (73) dei King Crimson; IN SEARCH OF THE LOST CHORD (68) dei Moody Blues; AQUALUNG (71) e THICK AS A BRICK (72) dei Jethro Tull; TUBULAR BELLS (73) di Mike Oldfield; PAWN HEARTS (71) dei Van Der Graaf Generator; THE SNOW GOOSE (75) dei Camel; IN THE LAND OF GREY AND PINK (71) dei Caravan; VALENTYNE SUITE (69) dei Colosseum; FAMILY ENTERTAINMENT (69) dei Family; JUST A COLLECTION OF ANTIQUES AND CURIOS (70) degli Strawbs.

E, a dimostrazione di quanto stabilito nella premessa, gli stilemi ‘progressive’ hanno influenzato anche gruppi fondamentalmente estranei a quella scena, ma che, riletti in un’ottica più complessiva e comprensiva, tanto hanno avuto, ma anche tanto hanno dato, allo sviluppo del nostro genere e, più estesamente, all’evoluzione dell’intero movimento rock: sto parlando dei LED ZEPPELIN di Robert Plant, del chitarrista Jimmy Page e del tastierista/bassista John Paul Jones (il riferimento riguarda essenzialmente LED ZEPPELIN IV e HOUSES OF THE HOLY); dei DEEP PURPLE di Ian Gillan, del chitarrista Ritchie Blackmore e del tastierista Jon Lord (il pensiero va alla trilogia precedente il live MADE IN JAPAN); dei BLACK SABBATH di Ozzy Osbourne e del chitarrista Tony Iommi (alcuni episodi dei primi album, tra l’altro impreziositi, in incognito, dalle tastiere di Rick Wakeman); dei TRAFFIC di Steve Winwood (in particolare l’album JOHN BARLEYCORN MUST DIE); dei BLUESBREAKERS di John Mayall (nello specifico, l’album BARE WIRES); dei QUEEN di Freddy Mercury e del chitarrista Brian May (certe tentazioni operistiche e barocche presenti nei primi album); dei ROXY MUSIC di Bryan Ferry e del tastierista Brian Eno (essenzialmente i primi due dischi, quelli con Eno, appunto); dei SOFT MACHINE di Robert Wyatt (i primi tre album, in bilico tra psichedelia, jazz e ‘progressive’).

Da tutto questo proliferare di idee, di suoni, di gruppi è quasi totalmente estranea l’America: perché?

Il ‘progressive’, primo tentativo consapevole (e fondamentalmente riuscito) di nobilitazione, non solo culturale ma anche artistica, del rock, è (lo abbiamo visto) un fenomeno essenzialmente inglese (con diramazioni europee soprattutto in Francia – i MAGMA –, in Olanda – i FOCUS –, in Italia – la PFM, il BANCO DEL MUTUO SOCCORSO, le ORME, il primo FRANCO BATTIATO –, in Germania – la cosiddetta ‘musica cosmica’ dei TANGERINE DREAM, dei FAUST, dei CAN –) proprio perché nella vecchia Europa, per motivi legati alla nostra storia, alla nostra sensibilità, alla nostra cultura, l’arte (intesa come l’espressione più intima, vera e sofferta dell’animo umano – e il vero rock, come la vera musica, è arte!) ha, ormai da secoli, una sua identità e una sua autorevolezza ben definite e comunemente accettate.

Negli Stati Uniti, invece, la concettualizzazione della musica rock ha sempre stentato ad attecchire a causa della visione semplicisticamente giovanilistica del rock’n’roll, a causa dell’origine nera (e quindi automaticamente subordinata) del blues (nobilissimo progenitore del rock) e, infine, a causa e in nome di un falso e fuorviante spontaneismo popolare stereotipato.

Così, in questo contesto, gli unici gruppi che tentano un discorso ‘progressive’ in America sono i VANILLA FUDGE (con qualche buon risultato) e i PAVLOV’S DOG, ma nulla di paragonabile a ciò che accade, come abbiamo visto, in Europa e, segnatamente, in Inghilterra.

E non essendo il ‘progressive’ un estetico fenomeno asettico ed estemporaneo, ma (come qualsiasi altra espressione culturale e artistica dell’intelletto umano) un concetto culturale e una modalità artistica creati e sviluppatisi in un preciso contesto storico e sociale, con precise e ineludibili coordinate spaziali e temporali, il ‘progressive’, dicevo, come ha uno specifico e motivato inizio, così ha una specifica e motivata fine: con l’avvento di un nuovo modo di concepire, intendere e suonare il rock, ossia il ‘punk’ prima e la ‘new wave’ poi, il rock progressivo perde la sua ragion d’essere e tanti dei suoi gruppi cardine o scompaiono o si riciclano secondo le nuove esigenze o continuano a ripetere stancamente quei soliti schemi musicali (ma ormai privi sia di agganci con la realtà che di mordente creativo).

Prima di concludere è giusto, comunque, ricordare la comparsa, nella prima metà degli anni ’80, dei MARILLION del cantante Fish: la piacevole, per quanto pedissequa, riproposizione degli schemi genesis-gabrieliani, nasconde, tuttavia, una profonda decontestualizzazione e uno svuotamento delle originarie e reali tensioni emotive, tali da renderla sostanzialmente inutile.