Ritornano le storie di un
tempo senza tempo e ricordi vivi di storie mai vissute, ritorna fedele
a se stesso e ai suoi miti l’avvocato Conte. Eccolo sul palco
a proporre i brani arrangiati di “Reveries”, l’album
della consacrazione americana (“Mi fa tenerezza che ci sia un
mio fan club a Chicago” dice con pudicizia) dopo i fasti dell’Opera
parigina di qualche anno fa. Ma se non era affatto improbabile che persino
lo sciovinismo francese adottasse il cantautore astigiano, così
vicino ai loro chansonniers, l’amore oltre l’Atlantico ha
qualcosa di magico.
Come quasi tutto quello che lo riguarda, nei suoni e nelle parole: il
continente latino americano fatto di organetti, curacao, tanghi e milonghe,
gli afrori da colonia africana, gli anni Venti ruggenti e malinconici,
la provincia italiana delle feste e delle orchestrine, le danze infinite,
le rumbe e i valzer, il ratafià, gli odori umidi del mare e della
campagna, gli amori dimessi e silenziosi, il jazz, il dixieland, i ritmi
cadenzati e le folli galoppate.
Un po’ naif, un po’
ermetico, sempre ironico, “con quella faccia un po’ così”,
da scat-man anni Trenta Conte conquista anche fuori dall’Europa.
Lo spettacolo che mette su è collaudato fino alla perfezione:
11 strumentisti (Daniele di Gregorio, Jino Touche, Daniele Dall’Olmo,
Alessio Manconi, Massimo “Max Pitz” Pitzianti, Claudio Chiara,
Luca Velotti, Alberto mandarini, Rudy Migliardi, Lucio Caliendo) lavorano
di cesello, levigano e lucidano quei brani consegnati al passato e che
appartengono a tutti. Ci sono “le donne non capivano il jazz”
di “Sotto le stelle”, “l’Orchestra Bella Napoli”
di “Comedi”, le falciatrici a cottimo di “Diavolo
rosso”, “lo spettacolo d’arte varia di un uomo innamorato
di te” di “Via con me” e tutte le altre da “Hemingway”
a “Madeleine”. Insomma tutte le sue microstorie dai toni
virati, i ritratti e le nature morte. E se in passato gli arrangiamenti
orchestrali ogni tanto facevano riaffiorare la nostalgia delle versioni
voce/piano/kazoo, ora la macchina è tanto a punto che riesce
difficile anche solo ipotizzare qualcosa di diverso. Dai ritmi circolari
delle chitarre acustiche (in “Dancing” come in “Via
con me”) alla perentorietà della chitarra elettrica (ottimo
l’arrangiamento in “Max” e nella rivitazione delle
vicende del “Mocambo”) ai fiati che in “Nord”
sostituiscono il vecchio kazoo, alle atmosfere à la Nino Rota
di “Sud America”: tutto è lavorato di fino, sistemato
con perizia, curato con sottile abilità.
Ma attenzione, non al punto
da risultare freddo o stereotipato, come altrove capita. Conte sa toccare
le corde giuste e lo fa con intelligenza unita alla passione. E all’ironia.
Quando l’intensità tocca i vertici, un attimo prima di
diventare epica o, peggio, referenziale, ecco quella voce fumosa che
arrota, il canticchiare sghembo, i ripetuti bisillabi (dududu, dararadarara…),
lo spernacchiante kazoo che riaffiora dal taschino della giacca a rimettere
in discussione e spostare i confini nel puro divertissement, a stabilire
cosa è serio e cosa serioso, a dirci che ancora, lui, si diverte.
Formidabile Conte. Ha creato un cliché inimitabile e lo persegue
ma non se lo porta addosso come una griffe, forse per pudore o chissà.
Fatto è che le sue canzoni sono degli instant classic, pezzi
di modernariato musicale dotati di una sorta di fissità nel tempo,
quasi consegnate al passato. Al loro passaggio riaffiora il tepore di
ricordi che non ci appartengono come individui, impalpabili e forti,
come se fossero composte della stessa materia dei sogni. Reveries, per
appunto.