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Paolo Conte Reveries live.
Artista/Gruppo: Paolo Conte
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Recensore: Giuseppe Moro

© Giuseppe Moro per http://www.music-on-tnt.com

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Ritornano le storie di un tempo senza tempo e ricordi vivi di storie mai vissute, ritorna fedele a se stesso e ai suoi miti l’avvocato Conte. Eccolo sul palco a proporre i brani arrangiati di “Reveries”, l’album della consacrazione americana (“Mi fa tenerezza che ci sia un mio fan club a Chicago” dice con pudicizia) dopo i fasti dell’Opera parigina di qualche anno fa. Ma se non era affatto improbabile che persino lo sciovinismo francese adottasse il cantautore astigiano, così vicino ai loro chansonniers, l’amore oltre l’Atlantico ha qualcosa di magico.
Come quasi tutto quello che lo riguarda, nei suoni e nelle parole: il continente latino americano fatto di organetti, curacao, tanghi e milonghe, gli afrori da colonia africana, gli anni Venti ruggenti e malinconici, la provincia italiana delle feste e delle orchestrine, le danze infinite, le rumbe e i valzer, il ratafià, gli odori umidi del mare e della campagna, gli amori dimessi e silenziosi, il jazz, il dixieland, i ritmi cadenzati e le folli galoppate.

Un po’ naif, un po’ ermetico, sempre ironico, “con quella faccia un po’ così”, da scat-man anni Trenta Conte conquista anche fuori dall’Europa. Lo spettacolo che mette su è collaudato fino alla perfezione: 11 strumentisti (Daniele di Gregorio, Jino Touche, Daniele Dall’Olmo, Alessio Manconi, Massimo “Max Pitz” Pitzianti, Claudio Chiara, Luca Velotti, Alberto mandarini, Rudy Migliardi, Lucio Caliendo) lavorano di cesello, levigano e lucidano quei brani consegnati al passato e che appartengono a tutti. Ci sono “le donne non capivano il jazz” di “Sotto le stelle”, “l’Orchestra Bella Napoli” di “Comedi”, le falciatrici a cottimo di “Diavolo rosso”, “lo spettacolo d’arte varia di un uomo innamorato di te” di “Via con me” e tutte le altre da “Hemingway” a “Madeleine”. Insomma tutte le sue microstorie dai toni virati, i ritratti e le nature morte. E se in passato gli arrangiamenti orchestrali ogni tanto facevano riaffiorare la nostalgia delle versioni voce/piano/kazoo, ora la macchina è tanto a punto che riesce difficile anche solo ipotizzare qualcosa di diverso. Dai ritmi circolari delle chitarre acustiche (in “Dancing” come in “Via con me”) alla perentorietà della chitarra elettrica (ottimo l’arrangiamento in “Max” e nella rivitazione delle vicende del “Mocambo”) ai fiati che in “Nord” sostituiscono il vecchio kazoo, alle atmosfere à la Nino Rota di “Sud America”: tutto è lavorato di fino, sistemato con perizia, curato con sottile abilità.

Ma attenzione, non al punto da risultare freddo o stereotipato, come altrove capita. Conte sa toccare le corde giuste e lo fa con intelligenza unita alla passione. E all’ironia. Quando l’intensità tocca i vertici, un attimo prima di diventare epica o, peggio, referenziale, ecco quella voce fumosa che arrota, il canticchiare sghembo, i ripetuti bisillabi (dududu, dararadarara…), lo spernacchiante kazoo che riaffiora dal taschino della giacca a rimettere in discussione e spostare i confini nel puro divertissement, a stabilire cosa è serio e cosa serioso, a dirci che ancora, lui, si diverte. Formidabile Conte. Ha creato un cliché inimitabile e lo persegue ma non se lo porta addosso come una griffe, forse per pudore o chissà. Fatto è che le sue canzoni sono degli instant classic, pezzi di modernariato musicale dotati di una sorta di fissità nel tempo, quasi consegnate al passato. Al loro passaggio riaffiora il tepore di ricordi che non ci appartengono come individui, impalpabili e forti, come se fossero composte della stessa materia dei sogni. Reveries, per appunto.