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Artista/Gruppo: | Depeche Mode |
| Titolo: | Live allo stadio olimpico 17/07/2006 | |
| Organizzazione: | ---- | |
| Web site: | www.depechemode.com | |
| Codice: | ---- | |
| Recensore: | Alino Stea | |
| Pubb. il: | 24/07/2006 | |
| Copyright: | Alino Stea per www.music-on-tnt.com |
| Sei in: Home > Live |
Ditemi pure che sono un fanatico, ditemi pure che non so come spendere i soldi, ditemi pure quello che vi pare, però l'altro giorno ho fatto un rapido conto di tutto il materiale sonoro e visivo che ho sui DEPECHE MODE: ebbene, tra vinile, nastri, cd, videocassette e dvd sono intorno alle 300 unità! Eppure… eppure fino al 17 luglio scorso ero un ‘fan' con un enorme peccato originale: non li avevo mai visti dal vivo! E rimanda a domani, e rimanda a dopodomani, veramente avevo perso ogni speranza di assistere ad un loro concerto live. In parte è anche colpa mia. Vi devo confessare, infatti, una cosa che forse è un mio limite: non ho una grandissima passione per i concerti. Mi piace ascoltare le canzoni o i dischi in genere con calma, da solo, nel silenzio della mia camera o della mia auto, però devo ammettere che i concerti, certi concerti soprattutto, hanno una forza di coinvolgimento eccezionale e quello di cui sto per parlarvi è stato uno di questi! Entrati nello stadio, la prima (piacevole) constatazione che io e i miei amici abbiamo fatto è stata quella di vedere un ‘range' di età dei presenti molto vario: certo, molti giovani e giovanissimi, ma anche un notevole numero di trentenni, quarantenni (eccoci qua!) e, udite udite, anche cinquantenni d'assalto! La cosa mi ha fatto molto piacere perché, finalmente, nell'immaginario collettivo (oltre ché, fortunatamente, anche in certa critica stupidamente ottusa) a questo gruppo (che in questo 2006 festeggia i 25 anni dall'esordio discografico) è stata riconosciuta l'enorme influenza, da almeno 20 anni a questa parte, nel modo di concepire e produrre i suoni da parte della stragrande maggioranza sia del ‘mainstream' che dell' ‘underground'. Seconda (sempre piacevole) constatazione: come gruppo di supporto hanno suonato i Franz Ferdinand, band che, onestamente, mi era del tutto ignota (vi confesso che, tranne qualche rara eccezione, ho deciso da tempo, deliberatamente, di non seguire alcun gruppo o cantante nato artisticamente dopo la prima metà degli anni '90, per evitare di finire i miei giorni o chiuso in casa ad ascoltare dischi o chiuso in un negozio ad acquistarli! J ), ma che mi ha sorpreso con sonorità a me familiari. Mi sono sembrati un interessante incrocio tra le sonorità decadenti dei Birthday Party (il gruppo australiano da cui proviene il grande Nick Cave) e il chitarrismo tagliente ma non scevro di melodia dei primi U2 e degli indimenticabili Echo & the Bunnymen, il tutto condito da un interessante approccio ritmico frutto sia dei Talking Heads più etnici che degli Ultravox (altra band da ricordare con rimpianto) più elettronici. Ma, in verità, in tutta l'audience (io penso fossimo in un numero vicino alle 40.000 unità) cresceva sempre più l'attesa per la performance dei DEPECHE MODE, performance che è cominciata, puntualissima – alle 21.30 –, con l'introduzione ‘noise' di A PAIN THAT I'M USED TO dall'ultimo album PLAYING THE ANGEL. A ruota è seguito il durissimo quanto intramontabile riff elettronico di A QUESTION OF TIME dal fondamentale BLACK CELEBRATION dell'86, dopodichè… sono caduto in trance! Credo di essermi risvegliato circa due ore dopo e quindi, più che la cronaca del concerto, quello che segue è solo un cumulo di sensazioni estrapolate dalla caterva di ricordi che si affacciano continuamente alla mia mente! Leggendo, in passato, le cronache dei concerti dei DEPECHE MODE, o anche vedendo i loro live in commercio, avevo avuta ben chiara la sensazione che i presenti fossero stati partecipi quasi di una sorta di celebrazione religiosa. Ora che l'ho provato, lo posso apertamente ammettere, è assolutamente vero: sarà per le sonorità così solenni ed epiche, sarà per l'atmosfera così compenetrata e partecipata, sarà per la voce così profonda, evocativa e carismatica di DAVE GAHAN, sarà per tutte queste cose messe insieme, però il ‘call and response' tra il lead singer e l'assemblea che ha caratterizzato il concerto dall'inizio alla fine aveva veramente il sapore di un rito mistico! Il palco appariva spartano, con le canoniche postazioni della batteria e delle tre tastiere (una suonata saltuariamente da MARTIN GORE – il compositore principe della band – e un'altra suonata da ANDY FLETCHER – anche se ogni ‘fan' che si rispetti sa che il contributo sonoro del buon ‘Fletch' è più che altro decorativo…). Inoltre c'era una lunga pedana che si protendeva tra la folla sul prato (io e i miei amici eravamo invece sugli spalti) dove sia GAHAN che GORE sono andati un paio di volte a raccogliere l'osanna dei fans. Il gioco di luci era abbastanza canonico, anche se sempre suggestivo e in linea con l'andamento, ora drammatico e teso, ora romantico e sofferto, dei singoli brani, ma il tutto era impreziosito dagli schermi presenti sullo ‘stage' (ideato, come in tutti gli ultimi tour dei DEPECHE MODE, dallo straordinario fotografo, videografo e scenografo ANTON CORBIJN – quasi una sorta di membro visuale della band). Le immagini trasmesse svolgevano un calzante quanto vibrante accompagnamento ai movimenti sonori, ora con fotogrammi estrapolati dagli specifici video, ora con ricostruzioni grafiche, ora con lirici primi piani di DAVE GAHAN o di MARTIN GORE colti durante la performance. Soffermiamoci un attimo su quest'ultimo: come ormai avviene dal tour di SONGS OF FAITH AND DEVOTION (1993-94), la mente compositiva dei DEPECHE MODE si dedica molto di più a suonare la chitarra che non le tastiere e la sua posizione sul palco non è più defilata come avveniva agli inizi di carriera, ma è quasi da frontman, alla pari di GAHAN. I riff e gli arpeggi di GORE sono fondamentalmente semplici (la sua propensione e il suo impatto sul pubblico sono lontani ‘le mille miglia' da quelle di un ‘guitar-hero'), ma, forse proprio per questo, hanno una capacità evocativa straordinaria. E poi la sua voce, splendidamente eterea. Molti di voi sapranno come, su ogni album, in almeno un paio di brani il songwriter si assuma in prima persona l'onore (nonché l'onere) di cantare: dal vivo non ha riproposto le sue performance presenti su PLAYING THE ANGEL (le magiche, sognanti, MACRO e DAMAGED PEOPLE), ma ha cantato la possente HOME (unica riproposizione da ULTRA, album del '97) e le commoventi IT DOESN'T MATTER TWO (da BLACK CELEBRATION – ogni volta che la sento mi viene un nodo in gola per motivi miei) e SHAKE THE DISEASE (uscita solo su singolo nel 1985 – e pertanto rintracciabile solo sulla raccolta THE SINGLES 81-85, peraltro cantata da GAHAN e con un arrangiamento più ritmato ed elettronico rispetto a quello acustico ed intimistico proposto in tour). Ma lo spettacolo nello spettacolo è stata, come sempre, la performance ‘ginnica' di DAVE GAHAN: impagabile, inarrestabile, un vero fiume in piena di energia e vitalità, nonostante canti molte di quelle canzoni e faccia la maggior parte di quei gesti ormai da circa vent'anni! A voler mediare l'incondizionato plauso del ‘fan' con l'occhio (e l'orecchio) un po' più obiettivo del critico, devo dire che all'inizio la voce del cantante mi è sembrata legata, quasi timorosa di tirare le corde oltre il limite, ma questa sensazione è svanita dopo le prime cinque o sei canzoni. Da quel momento in poi, scaldati i motori vocali e brandita più e più volte l'asta del microfono (come una spada in lotta per la sua bella, direbbero i romantici; come un prolungamento del suo organo sessuale in perenne erezione, direbbero i freudiani), DAVE GAHAN ha dimostrato il suo incredibile e volitivo carisma, fatto di gestualità fatale e ironica, di urla belluine e di sussurri rassicuranti, allo stesso tempo. Il suo modo di tenere in pugno le folle adoranti è qualcosa di profondamente diverso da quello, per esempio, di un Freddie Mercury o di un Mick Jagger o di un Bono: dove, in questi ultimi traspare spesso (o traspariva, nel caso del povero Mercury) la consapevolezza (e quindi l'arroganza e la compiacenza) di essere delle rock star che fanno quasi un piacere nel concedersi ai loro fans, in GAHAN, nella sua espressione sofferta o nel suo sorriso divertito, c'è ogni volta la sorpresa di muovere in così tante migliaia di persone un afflato così univoco, che è poi quello di partecipare consapevolmente e gioiosamente a quello che è, veramente, un rito collettivo. Con la sua voce stentorea (certo, un po' monocorde, ma sicuramente sempre più affascinante, affinata e calda col passare degli anni) il nostro DAVE ci ha condotto attraverso (le cito a memoria e non in ordine di esecuzione) STRIPPED (da BLACK CELEBRATION), NEVER LET ME DOWN AGAIN e BEHIND THE WHEEL (da MUSIC FOR THE MASSES dell '87), PERSONAL JESUS, ENJOY THE SILENCE e WORLD IN MY EYES (da quello stupefacente capolavoro che è VIOLATOR del '90), I FEEL YOU, WALKING IN MY SHOES e IN YOUR ROOM (da quell'altra pietra miliare che è SONGS OF FAITH AND DEVOTION del '93), fino a PRECIOUS, SUFFER WELL, JOHN THE REVELATOR e NOTHING'S IMPOSSIBLE (tratti dall'ultimo album). Parlavo prima di epicità e di solennità: sinceramente non trovo altre parole per descrivere lo svolgimento di brani come STRIPPED, NEVER LET ME DOWN AGAIN (dove – concessomi al volere del maestro di cerimonie DAVE GAHAN - mi sono lasciato coinvolgere completamente – quasi in una sorta di junghiana perdita di coscienza – dal rito magico delle braccia ondeggianti a mo' di un campo di grano sconvolto dal vento!) o WALKING IN MY SHOES (cantata, con una commozione indicibile, a squarciagola), dove l'approccio rigorosamente elettronico confluisce in maniera fluida e armoniosa, complici le voci simbiotiche (al canto e al controcanto) di GAHAN e GORE, quasi in una sorta di mantra liberatorio, catartico. Ma il climax è stato raggiunto – e non poteva essere altrimenti - durante l'esecuzione di ENJOY THE SILENCE: qui – tutti veramente prede del fanciullino pascoliano che è o dovrebbe essere sempre in ognuno di noi – abbiamo intonato dalla prima all'ultima sillaba questo storico inno, brano così fresco, trascinante e godibile che io non mi stancherei mai di cantare o fischiettare: “All I've wanted / All I've needed / Is here in my arms / Words are very unnecessary / They can only do harm” (questa è per te, mia cara, per l'ultima volta!). Eppure non è finita qui: come ultimo brano degli ‘encore', i nostri hanno tirato fuori dagli archivi e dai ricordi una sontuosa e inquietante PHOTOGRAPHIC (brano scritto da VINCE CLARKE, allora leader del gruppo, inserito nel primo album, SPEAK AND SPELL, dell'81 e addirittura primo brano in assoluto mai inciso dai DEPECHE MODE e inserito – nell'80, in una versione leggermente diversa – in una compilation di nuove band tecno-pop assieme a nomi valenti come Soft Cell o The The): tanto per convincere gli scettici (che sono ancora molti) di come certo tecno-pop anni '80 non fosse solo drum-machine, video alla moda e vestitini merlettati! Signori: due ore piene, due ore liberatorie, due ore di vero, immortale rock! |