Manifestazione: Flippaut Festival
Titolo: Flippaut Festival
Organizzazione: Barleyarts
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Recensore: Loris Gualdi
Pubb. il: 10/07/2005
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A nord di Bologna, da ormai qualche anno, è divenuta consolidata tradizione quella di riversarsi sugli artificiali colli dell’Arena Parco Nord, per assistere al manifestazione che apre ufficialmente la stagione estiva dei concerti in Italia. Le colline ricreate come una sorta di antico anfiteatro, dominano lo scenario musicale del Flippaut Festival, patrocinato dalla Barleyarts, che anche quest’anno offre un palinsesto di vasto interesse.

La prima giornata è caratterizzata dall’elettronica e dalle sue variazioni verso l’altronica. L’onere e l’onore di dar battesimo alla nuova edizione della kermesse musicale, è affidato agli statunitensi Flipsyde che, ancora sconosciuti ai più, portano sul palco una mistura di Hip pop e acoustic rock. Dopo una breve pausa è la volta del dj ucraino Vitalic che con la tua tecno-house non riesce al meglio nel coinvolgere gli ancora sparuti spettatori, distratti dal caldo fortunatamente non eccessivo .Solamente intorno alle 17.30 lo sciamare della gente diviene più consistente. C’è chi rimane affascinato dalla silent disco, una novità di questo nuovo anno; una sorta di discoteca silenziosa che permette, con apposite cuffie, di ascoltare e ballare musica riducendo a zero l’inquinamento acustico…ben misurato dal “progetto silenzio” della regione Emilia Romagna, che con i suoi addetti, ha presidiato per due giorni alcune postazioni tattiche, per garantire una adeguata insonorizzazione ai caseggiati limitrofi all’area. C’è chi invece sceglie al silente ballo i Metric, interessante band canadese, che per inaugurare la loro prima volta in Italia, scelgono un breve live promozionale all’album “Old world underground, where are you now?”. Le sonorità proposte cavalcano l’onda indie unita a venature wave, dance e brit pop, che a tratti ricordano gli Smith di Morrisey. Poco dopo le 18.00 sul palco sale Meg, che come il John Frusciante di Brizzi, è uscita dal gruppo. Infatti Maria Di Donna oggi è sola senza i suoi 99 Posse; nascosta dietro ad un vestito alla Bjork, presenta il suo primo lavoro da solista proponendo al pubblico track come “ Senza paura” dalle ombre samba, e “Parole alate” bellissimo drum’n’bass rafforzato dagli eco fx della voce e dal contrabbasso elettronico. Poi ecco quello che speri, ma che non ti aspetti… dal cilindro esce la voce più conosciuta di Maria, quella che canta “Sfumature” e “ Quello che”. Il tempo corre e arriva il turno dei Soulwax che si presentano in completo nero e capigliature brit-pop, per esibire il loro sound difficile da etichettare; siamo di fronte ad una band che, nata dall’idea musicale fortemente voluta da David e Stephen Dewaele, mostra di se una grinta maturata in questi cinque anni sabbatici che i fans hanno dovuto attendere per vedere venire alla luce il terzo album del gruppo. Lo stile della scenografia utilizzata richiama direttamente il delirante sito internet della band, che vive e si armonizza alla prima serata del festival esternando momenti rumoristici e gotici, che tanto richiamano i NIN. Un mix di punk rock ed elettronica industrial che inizia a scaldare i presenti, in fremente attesa degli headliners della serata. Alle 20.00 circa è la volta dei Tiromancino, che devo dire la verità, mai sono riusciti a convincermi, soprattutto nell’ ambito live. Questa volta invece, Zampaglione e compagni hanno mostrato maggior maturità ed una scelta stilistica differente e più adeguata al sound della giornata. I momenti più alti dello show sono stati senza dubbio il conclusivo canto a due voci con Meg per "Nessuna Certezza" e la sempre bella “La descrizione di un attimo”, impreziosita da un duetto alla dueling banjos tra il front man e il “primo” mandolino.

Ore 21.15 ovazione per uno dei maggiori geni dell’altronica: Moby. Il supposto discendente di Melville, porta sul palco il solito grande show impostato attorno ai brani dell’ultimo splendido album “Hotel”. Richard Melville Hall riesce a proporre al pubblico un cocktail di musica elettronica, new age, ambient e rock attraversando le grandi hit delle sue ultime opere. Il live si apre con la soave “hotel intro”, passando attraverso la rockeggiante “Beautiful” e alle più classiche “Natural blues”e “We Are All Made of Stars”in versione remix. Un ascolto attento riesce a godere del passaggio musicale da sonorità jazz, blues ai synth elettronici e alle venature power pop; una convivenza tra differenti realtà, di certo agevolata dalla geniale poliedricità de Mr Melville, che si esibisce alla tastiera , alla chitarra e alle percussioni con la medesima semplicità. Non mancano, come sempre, le sorprese come la versione alt di “”Enter the Sandman” dei Metallica, oppure il sentito omaggio ai Joy Division con “Change”per ricordare l’anniversario della morte di Ian Kevin Curtis. Moby lascia il palco accompagnato da un tripudio di applausi che si rinnovano poco dopo per l’entrata in scena degli attesissimi ChemicalBrothers, che nonostante la fama risulteranno al termine della due giorni il gruppo più sopravvalutato del festival ( e qui andrò contro a molti dei loro fans). Da un lato Ed Simons e Tom Rowlands hanno avuto il merito di trasformare la polverosa piazza dell’Arena Parco Nord, in un enorme dance-floor deliziando i patiti del genere con un connubio pressoché perfetto tra stroboscopici giochi di luci e proiezione di futuriste ed ipnotiche realtà pop art; dall’altro lato hanno il demerito di risultare fagocitati dalle mastodontiche attrezzature utilizzate per ricreare una musica troppo sintetica per risultare vera. Ma alle migliaia di persone, che si lasciano trasportare da ritmi e dalle luci, tutto ciò poco importa, ci si rende conto che forse per un attimo non siamo più ad un concerto ma ad un enorme rave e l’importante è muovere le anche e ballare sulle ritmiche di “Push the bottom” e “Galvanize”.

The day after, 2 giugno, festa della Repubblica, occhiaie e cerchio alla testa per molti. Il nero si sostituisce ai colori fluorescenti, le borchie e i pantaloni HC prendono il posto di occhiali fashion e scarpe alla “Kill bill”…si volta pagina oggi si parla di nu-metal, glam, stone et similia.

Aprono le danze i Rumorerosa, promossi dalla Best sound. Trascinati dalla bella voce della loro front-woman Margherita Vienni in arte Margot e dall’incalzante basso di Claude, presentano il loro tanto anelato debut-album, di fronte ad un pubblico sfortunatamente ancora non troppo numeroso che segue passivo la performance dei GA*GA*s forse troppo glam rock per accattivare le simpatie di chi attende con fremito lo show degli Slipknot. Poco prima delle 17 salgono sul palco i bravi Marla Singer, il cui nome è tratto dal cult movie “Fight club” e riporta alla memoria la paura e il pericolo di perdersi nel istante, fuggendo dalla capacità di vivere il proprio tempo in modo sostanziale. Il sound granitico, ma allo stesso tempo accogliente, riesce a trasferire le energie del quintetto in partiture che aggradano il pubblico, piacevolmente colpito dai campi di direzione continui sino al rifacimento in versione stoner di “Eleanor rigby”dei Beatles. Da Siena si viaggia sino all’Iowa, il palcoscenico si veste di neri drappi su cui capeggiano vanghe incrociate. Di fronte al microfono un macabro presagio di morte, simboli cannibalici…è il momento di Wednesday 13, front-man dei Murderdolls e membro attivo degli Slipknot. Il concerto si impernia sull’unico disco solista dell’artista statunitense intitolato “Transilvania 90210-songs of death, dying and the dead” ironica citazione numerica della serie tv dei fratelli Walsh.Come l’intuito può far capire le tematiche gotiche e black, trasbordano talvolta nel gore, senza però riuscire nell’intento. La musicalità è obbiettivamente banale e non porta nulla di innovativo e per rendercene conto basta ascoltare “in Death of S.S.” dei nostrani Death SS. Tutta la sostanza sembra svanire dietro al make up di Pig, Kid Kid e Ghastly. Turnover alle 18.30, un enorme bandiera issata dietro la batteria, preannuncia il concerto dei Shadow Fall su cui si potrebbe sintetizzare con un polemico: convenzionali. A volte viene da chiedersi perché è così difficile trovare band capaci di regalare qualcosa di nuovo in un ambiente altamente fossilizzato come quello metal. Band come Napalm Death, Carcass e Cannibal Corpse rimarranno comunque punti fermi del genere ma appare incredibile che se non fosse per System Of A dawn e Slipknot il mondo musicale hm sarebbe tuttora ancorato a “Hell awaits”. La performance degli Shadow fall rende quindi ancora più lunga l’attesa dei nove uomini dell’Iowa che anticipando il crepuscolo, si presentano orfani di Clown alle prese con problematiche familiari. Gli Slipknot, come da tradizione, vestiti di uniformi nere e angoscianti maschere, propongono una serie di hit del loro recente passato come “Sic” e “People=shit” passando attraverso all’immancabile “Wait and bleed”, ancora uno dei brani più intensi e apprezzati dai fans. Molto dell’eccitante show è imperniato attorno ai “versi subliminali” di “VOL3” dal quale Corey Taylor decide di estrarre tra le altre la disorientante “Duality” e la lancinante “Before i forget”, portata agli alti fasti da un bellissimo video che la band ha pubblicato da poco tempo, in cui si intravedono i volti reali dei musicisti. Guardandomi attorno mi rendo conto che anche chi oggi è qui all’arena Parco Nord per i Prodigy o per gli Audioslave, rimane comunque rapito dalla bizzarra band statunitense, forse per le trovate sceniche utilizzate, forse per la grande capacità di Taylor di coinvolgere il pubblico, o forse perché gli Slipknot riescono a non banalizzare nulla della loro arte, per una profonda accuratezza di testi ed arrangiamenti quasi mai lasciati sull’altare del sacrificio dello shobiz.

Alle 21.00 il livello di adrenalina prosegue nel climax preparato e voluto dagli abili organizzatori. Sei colonne-megaliti, disposte in perfetta simmetria dominano l’immenso palco del Flippaut, anticipano il live impeccabile dei Prodigy. Una miscela di techo-punk e sonorità industrial fanno da root alla devastante musicalità di Flynt e Maxim che dominano lo stage con la capacità mostrata da pochi. Suoni, luci, ombre, voci, synth, rumorismo…sprigionato con veemenza e passionalità. Gli spettatori sono letteralmente travolti da “Spitfire”, e soprattutto grandi successi come la controversa “Smack my bitch up” e la oscura “Firestarter” ancora oggi la miglior produzione del gruppo. Alla adolescenziale scompostezza della band, che si ritrova metaforicamente nella scenografica megalomanica o nei costumi di scena futuristici e matrixiani, si contrappone la compostezza post grunge dei sorprendenti Audioslave, i quali dal vivo sembrano dimostrare una qualità musicale ben più alta di quella che si riesce a percepire tramite le loro incisioni. Mentre i brani ormai collaudati si intersecano con estratti di “Out of exile”, la voce sublime di Chris Cornell regala in acoustic session “Balck hole sun” in versione ammorbidita e caratterizzata da un incredibile outro alla Cobain. Ma le coordinate del proprio passato, non passano solo attraverso i Soundgarden, ma anche attraverso i Rage against the machine, la cui memoria storica rivive nei corroboranti riff di Tom Morello che porta con se alcune reminiscenze di“Battle of LA”. Per rendere ancora più unica la performance della sua band, il front-man omaggia il suo adorante pubblico di preziosità come la versione rivisitata e corretta della storica “War pigs” omaggio a chi, per ovvietà di cose deve essere considerato il padre di molti figli…a buon intenditor poche parole.