Manifestazione: Goa boa Festival 2005 Genova 7-8-9 Luglio
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Web site: www.goaboa.net/
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Recensore: Loris Gualdi
Pubb. il: 17/07/2005
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Si è appena chiusa l’ottava onda del più importante festival musicale del territorio ligure, che come ogni anno cerca di portare in riva al mare, nella ormai classica location fieristica, band di ottima fattura. I tre giorni di musica hanno avuto però alterne fortune. Infatti, nel complesso, i biglietti staccati hanno reso merito all’evento, ma solo grazie al colpo di coda ottenuto con la affollata data di chiusura, che è riuscita a scacciare i fantasmi di un flop. I primi due giorni sono stati forse snobbati da chi ormai si sta allontanando dalla cultura musicale, a favore del culto giovanile dell’aperitivo in riva al mare sino a tarda sera. C’è chi solleva la questione del prezzo elevato…ma parliamoci chiaro, il Goaboa con i suoi 15 euro ad entrata riesce a dare un prezzo assolutamente “politico” e abbordabile rispetto ad altri live. C’è chi parla di scarsi contenuti, e qui la verità sta un poco nel mezzo, certo, non avevamo quest’anno in cartello nomi altisonanti, ma è forse più vero che la conoscenza media del mondo musicale di oggi è per molti una vaga sensazione di vuoto che non vede oltre la nebbia del mainstreem. C’è chi parla di location inadeguata, ma è proprio vero che chi ha il pane non ha i denti; come mi racconta Cristiano Godano voce dei Marlene Kuntz in un intervista prima del concerto “ …è sempre piacevole tornare al GoaBoa, soprattutto in questi ultimi anni in cui la qualità dei gruppi che si alternano sul palco è molto alta… e poi è magnifico suonare in una location così affascinante, in riva al mare…” una locazione che ci invidiano molti, ma che a molti non convince.

Ad ogni modo anche quest’anno totò Miggiano è riuscito a portare nel capoluogo ligure band di richiamo come Roy Paci e gli Aretuska, Marlene Kuntz, Afterhours, Perturbazione…band d’eliite come An tony and the Johnson, Rinocerose, Offlaga discopax…e band emergenti dalle quali vorrei partire in questo racconto degli eventi, visto l’ottima qualità mostrata on stage.

Banshee

La band dei Banshee è il primo gruppo ad esibirsi, purtroppo di fronte ad un gruppo molto esiguo di spettatori, che fa riflettere forse sull’esigenza di cambiare la formula ormai collaudata della kermesse musicale. Viene naturale chiedersi se ancora vale la pena dare inizio alle danze ad un orario così difficile da sostenere. Nonostante la difficoltà di esibirsi di fronte al vuoto , il gruppo mostra grinta da vendere con la presentazione del loro ultimo album “Candy Cane guy” intriso di punk rock dalle venature indie.

Sikitikis

Dopo aver calcato le scene di tutta Italia, come guest del “Subsonica terrestre tour”, il gruppo sardo torna a Genova dopo poco più di un mese, confermandosi ancora una volta una giovane band di talento. Diablo e compagni si presentano on stage vestiti di camicia bianca e cravatta nera proponendo tra gli altri il singolo di grande successo che proprio in questo periodo radio e network trasmettono con regolarità: “Non avrei mai”. Trai brani più apprezzati la folle e ficcante “Metti un tigre nel doppio brodo” e la bella cover “L’importante e’ finire” (tempo addietro cantata da Mina e scritta da Malgioglio) proposta in una travolgente salsa di cocktail music dalle screziature surf-retrò.

Open season

Una vera e propria sorpresa! Poco dopo le 19.00 un terzetto di fiati entra baldanzoso portando sopra la testa i propri strumenti, mentre dall’altro lato del palco entra il resto di una scatenata band, che, probabilmente, se proposta ad un’ora più tarda, avrebbe avuto una migliore riuscita, in una città che ama e vive di ska e rocksteady. Santosh Aerthott, fervido cantante della band svizzera si guarda attorno e chiede al pubblico “Genoa!where are you??”, cercando, in un velato sarcasmo di capire la piazza ancora semideserta e forse nel tentativo di scaldare i pochi presenti, che si devono sentire fortunati per aver assistito ad un live, che come palesano canzoni come “Rocksteady fever” e “What have i done wrong” nulla ha da invidiare alla più quotata band di Giuliano Palma.

X Alfonso

Per la prima volta in Europa, il GoaBoa offre l’opportunità di vedere dal vivo la performance della band di X Alfonso, figlio d’arte (il padre di Alfonso è stato membro fondatore della band dei Sintesis) che con talento ed entusiasmo inizia oggi a calcare i palchi internazionali per proporre il proprio sound. Il gruppo, pur offrendo un impatto visivo accattivante, non propone nulla di realmente attraente. Siamo di fronte ad una mistura di hip pop, tecno dance e rumba che ha il vero merito di riuscire a integrare, non sempre alla perfezione, sentimenti e sonorità tradizionali che ritrovano le proprie radici nella provenienza cubana della band.

Max Gazzè

Baffetto alla Tonino Carotone, capello scompigliato come al solito, aria trasognante…un basso comincia a vibrare sulle note di “Message in a bottle” dei Police.. “Una musica può fare”… “Cara valentina” con il solito apprezzato rituale del reprise… “La favola di Adamo ed Eva” con un outro in reggae version in medley con “Get up stand up”… la creazione estemporanea della tromba di Roy Paci. Insomma, il classico che si amalgama con quell’improvvisazione che rende particolare il live del cantante romano, sempre ironico e laconico anche nei confronti di un pubblico che spera in “Il debole fra i due!” o in “L'amore pensato”…ma il tempo che un festival dona ad un artista, non permette per ovvietà di cose di accontentare tutti.

Roy Paci e Aretuska

Che spettacolo!Diciamoci la verità, la vera star della prima serata è proprio il trombettista della trinacria. Roy con la sua incredibile abilità musicale, che lo ha portato a collaborazioni con Patton, Manu Chao, Persiana Jones e molti altri, unito al suo magico savoir faire, riesce a scaldare un timido pubblico, che si ritrova a muovere le giunture in adorazione di uno ska d’autore screziato di jazz e swing. Dieci musicisti che propongono una serie di canzoni decantate in francese, inglese, spagnolo e nella loro lingua madre: il siciliano. I brani si alternano veloci e trascinanti, riuscendo a creare una magnifica e divertita atmosfera. attraverso le note del il mambo di “Cantu sicialiano” e la festosa “Sicilia bedda” che, come nelle migliori sagre di paese, riesce a far partire il più classico dei trenini tra il pubblico trainato in vocalismi e giochi corali che rendono unico lo show di un grande artista.

Silvia Dainese

Immaginate una carezzevole chitarrista, una poetessa libera, spinta in una fossa di leoni. Qualcosa non è andato per il verso giusto, forse la scaletta prevista non è stata rispettata, come non è stata rispettata da un pubblico (in questa occasione) abominevole, una cantautrice dai testi eclettici e ricercati. Silvia affronta da sola una folla di accaldati giovani, mentre dietro alle sue spalle, per dovere di tempistica, i tecnici smontano il palco. Obiettivamente le condizioni non erano delle migliori considerando anche il fatto che la Daniese esce allo scoperto dopo lo scrosciante show di Roy Paci, il passo è troppo distante e la gente non troppo accogliente verso una brava e timida cantautrice.

Amadou et Mariam

Il pubblico italiano li ha scoperti grazie alla collaborazione con Manu Chao e grazie alla performance romana per il live Italia Africa 2005. Il duetto Malese non è da considerarsi però, come alcuni sostengono, una delle classiche meteore estive; tanto è vero che la loro forma d’arte, fatta di suoni latini mescolati al blues, è molto in auge nei paesi francofoni già dal 1999. Amadou et Mariam hanno dato vita al progetto artistico, dopo il loro incontro in un istituto per non vedenti, portando a termine un combo di rock’n’blues e di musica etnica, rappresentata non solo dalla tipologia di strumentazione utilizzata, ma anche dai loro abiti tradizionali usati sul palco. Il pubblico ascolta curioso e si fa incuriosire da quello che diverrà a breve una vera e propria hit estiva “La realitè” singolo estratto da “Dimanche à Bamako” album che vede anche la partecipazione di grandi artisti come Vincent Cassell molto attento ai prodotti musicali di buona qualità.

Black Uhuru feat Michael Rose

Chi ama il Roots Reggae sa di trovarsi di fronte ad una leggenda vivente, ingemmata dal ritorno di Michael Rose originaria voce della band giamaicana, che ritorna come prodigal son assieme a Derrick “Duckie” Simpson, sempre fedele ai Black Uhuru sin dal 1974. La prima data italiana del gruppo segna il temine della prima giornata di festival, accogliendo molti fans provenienti da ogni parte d’Italia. La scaletta prevista, ricalca le orme della band, partendo dagli esordi di “Romancing To The Folk Song”,attraversando i territori di “Sensimilla” e “ Red”, viatico narrato dall’ipnotica voce di Michael che ora come allora traspira voglia di Uhuru, cioè di quella liberta anelata e cantata dal popolo rasta.

Ex otago

Siamo di fronte ad un folle collettivo dalle buone prospettive. Il quartetto genovese porta con se la follia visionaria di Zappa, unita ad un ironia Skiantosiana. Il front man Maurizioe il geniale alternative nerd Alberto,rappresentano la vera anima del gruppo, portando sul palco una musicalità surreale e molto teatrale, caratterizzate da siparietti divertiti e divertenti, che riescono a scaldare l’affezionatissimo gruppuscolo di fans. La forza degli Ex-otago risiede in una miscelata e bizzarra stilistica musicale, sbordante spesso in un puro non sense, che traspare già dai titoli delle loro canzoni, come ad esempio la marcetta di “The chestnuts time” (il tempo delle castagne) oppure“After August, September”in cui si inneggia al mese maggiormente amato, in un turbinio musicale delirante. Insomma una band che diverte e si diverte, che dovrà riuscire nel non perdersi per guardare avanti verso un avvenire non troppo utopico.

Yuppie Flu

La band marchigiana torna a Genova dopo la prestigiosa partecipazione al tributo a Demetrio Stratos, questa volta la location è differente ma nonostante spesso si dica che la musica indie renda maggiormente in ambienti più ristretti, gli Yuppie Flu offrono uno show d’impatto, attorno a brani come “Food for the ants” e “Drained by diamonds”,attraverso i quali la voce di Matteosi avvicina a quella diBrian Molko, attraverso toni alla Sparklehorse.

Offlaga disco pax

Ai lati del palco, presso il sea side, angolo in cui i fans possono incontrare i gruppi per gli autografi e le fotografie di rito, poco prima del live degli Offlaga disco pax, viene distribuito un giornalino della band, etichettata dai membri stessi come collettivo neosensibilista contrario alla democrazia dei sentimenti. Ci si rende conto immediatamente che questa band propone qualcosa di diverso, che potrete trovare nel loro primo fiero comizio d’esordio “Socialismo tascabile”. Il terzetto emiliano presenta, attorno ad un sound rarefatto e ridondante, storie narrate con ironica intelligenza, senza per forza inglobare tediosi intellettualismi. La monocorde recitazione di Max Collini racconta storie “quasi” tutte vere con la magnifica “Kappler”, la delirante “Tratanky” e “Roberspierre” già di culto…e tutto il resto è desistenza.

Meg

Maria Di Donna, orfana dei suoi 99 Posse, con i quali dice:“non credo esserci all’orizzonte un nuovo progetto di collaborazione”, arriva sul palco del Goaboa vestita Bjorkamente di candido bianco. La scaletta proposta è quella che sta caratterizzando le sue date per questo tour di presentazione dell' omonimo“Meg”, proponendo al pubblico il samba di“Senza paura”, e il trainante drum’n’bass di “Parole alate”,tonificato dal suono perfetto del contrabbasso elettronico. Lo show, un poco sottotono rispetto alle performance che Maria ci ha abituato in passato, si chiude con accenni di memorie, attraverso le sempre delicate “Sfumature” e “ Quello che”.

The film

Nonostante lo scetticismo iniziale che accoglie la band semi- sconosciuta ai più, il quartetto francese propone un suond che per alcuni appartiene al filone di Chic-rock, ma inseguendo la necessità di etichetta, non appare molto distante dal brit pop londinese. Le sonorità della band sono arricchite da un’underground psichedelico e new wave che unito alla chitarra di Rodriguez giungono ad un mix di rock eclettico che si posiziona tra gli Strokes e i Franz Ferdinand, proponendo una serie di brani easy listening tra cui “Can you touch me” ideale colonna sonora dell’estate appena incominciata.

Rinocerose

Un suono allucinatorio e schizofrenico, angosciato e spoglio caratterizzato da chitarre roboanti e a linee di basso portentose…questi sono i Rinocerose. La scatenata band di Montpellier propone un anticipazione sul loro terzo album “Schizophonic” e una serie di estratti da “Music kills me” nei quali traspare un sound altronico che si sviluppa intorno al gusto ricercato per un tecno dance mai banale e soprattutto mai ripetitivo.

Lcd Soundsystem

La chiusura della seconda serata è onere del sintetic sound newyorkese di James Murphy. Mixer, sampler e mastodontiche attrezzature fanno da sfondo al Funk-discopunker padrino dell’etichetta DFA. In scena con il quintetto Disco-Vintage offre un schizofrenico ritmo vicino al mondo chimico del duo Ed Simons e Tom Rowlands I suoni che vengono pompati dalle casse persuadono i presenti in meccaniche danze replicate e movenze robotiche che cercano di seguire più i metodici loop e i pirotecnici giochi di luce che il suono dei tradizionali strumenti. Una musicalità post-moderna che per gli amanti del genere rappresenta una modalità di fuga verso la tranquilla e tonante armonia di brani come la citazionistica “The daft Punk is playing in my house”.

Denize

Insieme agli Ex otago, questo giovane one man band è di certo la sorpresa del festival. Si presenta sul palco armato di chitarra e loop generator ammaliando lo stranito pubblico, con una miscela ben collaudata di lo-fi, indie e il più tradizionale alternative rock. Denize, nonostante si presenti solo con le sue sei corde, giunge a dominare il palcoscenico attirando l’attenzione degli astanti e di alcuni tra artisti presenti, riuscendo a proporre qualcosa di nuovo. Le canzoni proposte, il suono sofisticato e la sua gestualità, nascosta dietro ai suoi dreed, trasmettendo un sincero amore e puro verso la musica. Ora probabilmente serve solo il salto di qualità sperando che qualche etichetta si accorga che nel vuoto musicale di oggi, qualcosa di buono c’è.

Super elastic bubble plastic

Quella dei Super elastic bubble plastic è senza dubbio un live d’impatto, forse musicalmente non propongono nulla di eclatante, forse il sound del terzetto mantovano può essere considerato simile a molti altri, ma di certo la grinta e la passione che portano on stage, non è propria di molti. Dopo l' ultima autoproduzione "The double party of the window", la band arriva al nuovo sound di "The swindler", patrocinato dalla sapiente guida di Giulio Bavero dei One dimensional man. I suoni cavalcano il rock ‘n’roll più grezzo portando con se filamenti di blues e echi noise che si materializzano attorno al drum ‘n’bass harcore di Alessio Capra e Gianni Morandini che si intersecano alla scabra e possente voce di Gionata Mirai

Piers Faccini

Dal nome inequivocabilmente d’origine italiana, Piers Faccini si presenta in veste di abile musico francese. Artista poliedrico Piers nasconde un’anima artistica, che viaggiando trasversalmente alle diverse arti, riesce a estrinsecare soavi note attorno a liriche che hanno la bellezza di un quadro d’autore. Il suono di “Leave No Trace” appare edulcorato e genuino attraverso brani silenziosi, percepiti come poesia in musica, ispirata al blues delle radici e a mostri sacri come Bob Dylan e Nick Drake.

Perturbazione

Nonostante il buon successo che il gruppo torinese sta ottenendo, vedendo la band dal vivo credo di poter dire che, ancora oggi, in quintetto sia altamente sottovalutato dalla stampa. Una musicalità pop rock dalle striature ricercate, nasconde ben più di quello che ad un distratto ascolto potrebbe apparire. Sul palco, oltre a proporre alcuni pezzi del loro passato, concedono alcuni estratti del nuovo “Canzoni allo specchio” da cui emerge senza dubbio il divertente singolo “ Se mi scrivi”, che, come ci raccontano durante l’intervista “ è accompagnato da un video girato nel liceo scientifico di Rivoli, in cui siamo entrati dopo molti anni..ma questa volta da vincitori Diciamo che la nostra scelta è stata anche dettata da un’ironica rivalsa verso la scuola. Il video inoltre ci ha dato l’opportunità di conoscere ed apprezzare Carlo Lucarelli che ha simpaticamente accettato il ruolo di professore.. ”. Con i Perturbazione parliamo anche di come la scena torinese, dalla quale provengono, oggi sia da considerare per la band un vero e proprio trampolino di lancio. Tanti i centri sociali dove suonare, poter mostrare la propria qualità in un periodo, mi spiega Rossano,“in cui il mondo di internet riesce certo a fornire con il download anche discografie complete, ma non riuscirà a trasmettere il piacere di godersi realmente la musica”. Il divertente concerto riesce a coinvolgere e ad appassionare, attraverso il soave violino di Elena e la voce di Tomi che chiude il live con una cover dei Tre allegri ragazzi morti che come mi racconta Cristiano“nasce come tributo ai tarm, ma era un po di tempo che avevamo abbandonato la scelta di proporla in scaletta..., ma una volta conosciuto Davide Toffolo, contento del nostro operato, ci ha consigliato e “permesso” di utilizzarla ancora”.

Marlene Kuntz

Prosegue il tour estivo dei cuneesi Marlene Kutz in una formazione d’eccezione, come dice il loro materiale informativo. Infatti dopoanni di solida collaborazione è uscito dal gruppo Dan Solo che, come ci spiegano durante l’intervista concessa “ ha di certo segnato il nostro gruppo, non tanto artisticamente, perché sapevamo che essendo un buon collettivo e che non avremmo avuto problemi a trovare un altro bassista, ma più che altro, questa uscita dal gruppo, è stata difficoltosa da assorbire dal punto di vista umano...proprio come quando finisce una bella storia d’amore…anche se ogni possibilità rimane aperta.”. I Marlene tornano a Genova con il nuovo album “ Bianco sporco” che come ci spiega Godano “ prende spunto dalla definizione cromatica fatta da un giornalista qualche anno addietro. Il concetto ci piaceva anche perché nella nostra idea era presente una voglia di esprimere il pudore di contro ad una eccessiva spudoratezza di un mondo troppo poco bianco.” A differenza degli Afterhours di Agnelli, I Marlene continuano a percorrere la scelta di cantare esclusivamente in italiano:” ho provato a tradurre le mie canzoni” ci racconta Cristiano “ ma risultano talvolta goffe, un poco per la difficoltà ed ermetismo di alcuni versi e un poco perché la mia pronuncia fa perdere verve al brano..”. Il concerto si dipana attorno alle ultime due fatiche della band “Bianco sporco” e “ Senza peso” dando però maggior risalto alle radici della band attraverso brani granitici come “Festa mesta”, “Nuotando nell’aria” “1°-2°-3°” e la conclusiva “Sonica”.

I Marlene salutano il Goaboa con la affascinante possibilità di rivederli in qualche prezioso duetto come in passato…magari con PJ Harvey visto che “nonostante il fatto che una collaborazione non possa essere decisa a tavolino, come dimostra il duetto realizzano in passato con Skin, ma dipenda da un qualcosa di spontaneo e non razionalizzato, chissà che prossimamente non si possa concretizzare qualcosa di simile con PJ Harvey…” visto che il tastierista Rob Ellis è anche produttore e batterista della cantautrice.

Antony and the Johnson

Chi non conosce Anthony probabilmente non sa di perdere qualcosa di unico all’interno del panorama internazionale. Un geniale e bizzarro musicista dall’aspetto femmineo che riesce ad ammaliare ed incantare un pubblico in adorante attesa degli Afterhours, con la melanconia delle note accarezzate al pianoforte e accolte da un duo d’archi (Violino e violoncello) capace di rendere magica una partitura appassionata. Un prodigo chansonier dall’animo timido, accolto con silente stupore dalla platea che assale il merchandising store per poter riascoltare lucenti ballate come “Hope there’s someone” oppure la inquieta “You are my sister” che porta verso la conclusione quello che lo stesso Anthony definisce “piccolo pazzo divertente show”

Afterhours

Prima del concerto Manuel Agnelli e Giorgio Prette ci concedono una breve chiacchierata durante la quale si dicono molto contenti di ritornare al GoaBoa “anche perché è vero che da Genova non riusciamo a passare spesso e per noi è un onore apparire nel programma di questo festival, visto che al di la di una fascinosa location, offre sempre buoni prodotti, in un panorama che in generale sembra offrire poco”. Il tour che gli Afterhours stanno portando in giro per l’Italia nasce dall’ultimo disco “Ballate per piccole iene”alla quale la band è molto affezionata ammettendo che ultimamente “ questo nostro ultimo disco insieme a “Quello che non c’è”è oggi il nostro preferito” un nuovo prodotto che nasce da una particolare cura musicale e grafica “la copertina del nostro ultimo cd è la nostra necessità di non rappresentarci banalmente proprio come avviene durante i nostri concerti. Noi suoniamo prima di tutto per noi stessi, è un aspetto primario,in fondo siamo musicisti.” Ci racconta Agnelli che “qualche anno fa ci siamo resi conto che la gente veniva ai nostri concerti e finiva con il pretendere qualcosa, ma questo, talvolta porta alla routine e all’autocelebrazione che vogliamo assolutamente evitare” Fedeli alla loro nuova filosofia la scaletta propone esattamente quello che la band vuole e non quello che il pubblico si aspetta “Ballata per la mia piccola iena”, “Dea”, “Quello che non c’è”, “Rapace”, “Sui giovani d’oggi ci scatarro su”, “Bye bye Bombay”…un live tiratissimo che lascia agli annali un Manuel Agnelli in forma strepitosa, vestito il pelle e cravatta rossa, capace di dar vita con la sua band alla migliore performance di tutto il festival. Purtroppo nonostante il fatto che la paura più grossa per la band sia “…quella dei pareri confortanti” come ci dice Giorgio Prette “le buone parole nei nostri confronti che ci fa sentire troppo sicuri di noi stessi..”, non sono assolutamente riuscito a trovare un critica costruttiva nei confronti di una band forse unica nel panorama italiano.

Port Royal

Come a voler ricercare la quadratura del cerchio, il Goaboa 2005 si chiude come si era aperto due giorni prima, con le note genovesi di una band della Superba. I liguri Port Royal tornano in patria con il loro ultimo lavoro “Flares”, pubblicato per l’etichetta britannica Resonant. La label inglese è stata intuitiva nel riscoprire una band dalla magnificenza ricreata attorno a sensazioni volitive, date dal prospetto elettronico della band, che si rinchiude all’interno di una sfera post-rock e ambient, che a tratti sembra ricordare gruppi dell’elite nordica come Sigur ros e Mum.