Manifestazione: Goa Boa Festival 2006
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Organizzazione: Goa Boa Festival 2006 6-7 Luglio
Web site: www.goaboa.net
Codice: ----
Recensore: Loris Gualdi
Pubb. il: 24/07/2006
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PRIMO ATTO

Fa impressione! Sono le 18.00 circa e il cielo plumbeo rende ancora più incredibile la splendida location scelta da Miggiano per l' edizione 2006, dell'ormai tradizionale kermesse, conosciuta a livello internazionale con il nome di Goa Boa. Mi ritrovo nel cuore della Genova operaia, all'ombra di due enormi gasometri nei pressi della Villa Bombrini di Cornigliano, proprio a pochi metri da quel altoforno dismesso da alcuni mesi, che ha regalato alla città polemiche e rimostranza di ogni tipo. Mi guardo attorno è vedo scampoli di storia salariata, persino l'odore ricorda la fabbrica in cui lavorò mio nonno. Il Goa Boa decide quindi di lasciare la tenso-struttura della fiera del mare per tornare alle pendici della Genova delle fabbriche, similmente a qualche anno addietro quando il festival si fece attorno alla mastodontica pressa dell'area Campi.

Oltre alla scenografia, altre sono le novità. La più interessante è di certo la nuova politica del prezzo del biglietto che risulta dimezzato se l'ingresso avviene entro le 19.00; un'interessante trovata che premia i gruppi emergenti o meno conosciuti, che hanno l'onore di aprire le serate. Ad occhio e croce, l'idea funziona mostrando un'affluenza maggiore rispetto agli anni passati, in modo particolare proprio nelle prime ore dei concerti.

Questo 2006 è anche segnato dalla partnership tra Psycho e All music da una parte e XL di Repubblica dall'altra che donano alla manifestazione ancor più visibilità.

Le danze vengono aperte dagli HERMITAGE, band emersa dal Goa Boa school select. Il giovane gruppo è una rivelazione. La sorprendente band offre una miscellanea di rock d'autore e post rock di buon impatto; infatti nonostante l'età giovanissima, le note che emergono dalla loro strumentazione cavalcano la dolcezza, portandola a climax di intensità, molto ben supportata dalla sezione ritmica e dalla precisione della bella e brava violinista.

Poco dopo il primo cambio palco, arrivano gli EN ROCO, talentuoso ensamble, che i lettori di music-on-tnt conoscono da qualche tempo. I musicisti genovesi si presentano con la loro tipica flemma, proponendo una buona ricetta di indie acustico e post rock, talvolta venato di sapori celtici che rendono saporita una performance che però non convince come altre volte. Forse a causa dei problemi con i volumi o forse problematiche con la strumentazione in cui la voce del front man sembra perdersi. Se fosse stata la prima volta, mi avrebbero comunque conquistato, ma avendoli visti all'opera più volte, mi sono reso conto che qualcosa non è andato alla perfezione.

Mentre nuvole nerissime si accalcano proprio sopra il bel palcoscenico, arrivano gli AMARI , quintetto friulano buffi e bislacchi negli atteggiamenti e nell'impatto estetico, presentandosi con felpe “rubate” ai Teletubbies. Una buona dose di ironia emerge dalle liriche piuttosto curate, che narrano della quotidianità, attraverso testi preziosi come “Conoscere gente sul treno”. Purtroppo la pioggia fitta rende surreale la performance della band che si ritrova gli spettatori affollati sotto pergolati, stand e improvvisati ripari, più impegnata a salvaguardare i propri abiti dal nubifragio, che non nell'ascolto del meritevole gruppo, il quale non perde l'occasione di ironizzare nei confronti delle magliette, ormai cult, che portano l'effige “This is Genova, not Milano”, visto che la serata non riesce a far onore all'umoristico slogan.

La piazza è ormai allagata, l'acqua arriva quasi alle caviglie in molti punti, qualcuno inizia a cedere abbandonando il festival, sul palco arriva Totò Miggiano con i responsabili armati di K-way, qualcuno teme, qualcuno spera, ma nessun rinvio, almeno fino a quando le condizioni di sicurezza lo permettono, ed allora the show must go on con i bravi, ma poco originali WE ARE SCIENTIST . La band californiana onora Genova con l'unica data italiana, regalando comunque allegria e un buon sound, rifacendosi a Franz Ferdinand e The Strokes, attraverso la bella voce di Murray, che ogni tanto guardando Giove pluvio si offre al pubblico con ritmi che riescono a scaldare i presenti.. Molti sono gli estratti di “With love and squalor”, che lentamente con i loro ritmi dalle tonalità aperte conquistano anche gli scettici come me, convinti di una band abile solo in studio e povera di riflessi implicanti dal vivo, fortunatamente sono stato smentito da canzoni come “This scene is dead”.

Il tempo pian piano migliora, ma la tempesta è ancora vicina. A rendere più caratteristica l'atmosfera intimistica, ci pensa SEBASTIAN MARTEL delizioso cantautore francese che per certi versi ricorda le dolci sensazioni che lo scorso anno sono state ricreate da Anthony and the Johnsons. Similmente al 2005, parte del pubblico non sembra apprezzare la convincente performance del transalpino, forse perché poco abituato alla contemplazione di un live. Gli estratti da “Regalet” sono perle pregiate, musicalità intense, riflessive e coinvolgenti emotivamente, che aprono mondi disincantati e sottili.

Intorno alle 23.00 gli animi iniziano a scaldarsi con LOU RHODES, la quale, tralasciate le sonorità più vicine al d'n'b, si presenta nuovamente a Genova non più sotto l'ala dei Lamb, ma accompagnata da nuovi e bravi musicisti. La sensazione è molto simile a quella che mi ha colpito nel vedere Paul Di Anno, razionalizzando il fatto che, in quel caso era stato difficile, se non impossibile separare il cantante dai primi Iron. Infatti la Rhodes riporta in vita il suo passato con versioni acustiche dei suoi Lamb, delizie per i nostalgici, senza però farsi dominare dai ricordi, ma trascinando i presenti con nuove tracce come “Belove one” e “Each moment new”.

Dopo una lunga attesa, soprattutto per chi ha subito le intemperie, ecco arrivare sul palco CARMEN CONSOLI . La cantautrice catanese approda a Genova con il tour che segue all'ultima fatica “Eva contro Eva”, forse uno dei migliori album. Rispetto ai live precedenti, proprio per un'anima mediterraneo-etnica che domina il suo disco, il rock, comunque sempre predominante, lascia un buon spazio a suoni più gentili e melliflui, che fanno leva su violini mandolini e fisarmoniche. L'ouverture parte da una Consoli che con il suo nuovo look regala senza appoggi strumentali la sua Ninna nanna per poi sbizzarrirsi in un repertorio piuttosto vasto. La verve da vivo è quella di sempre, con “L'eccezione” , “Mediamente isterica” e “Parole di burro”, riesce a coinvolgere ed emozionare dall'inizio, sino all'inchino finale che segue a “L'ultimo bacio” e “Maria catena”

SECONDO ATTO

Torna l'estate sulla seconda serata del Goa Boa e a sorridere sono i seguaci dell'hip pop. Sotto al palco, oltre a qualche sopravvissuto delle tempesta di ieri, si ritrovano b-boy giovani e giovanissimi; qualcuno è in palese difficoltà perché scortato dai genitori, qualcun altro (come me) perché si ritrova tra adolescenti, che fanno sentire un poco troppo datati, nonostante l'abbigliamento, figlio della sindrome di Peter Pan.

L'inizio della serata è tutto dei ZENA ART CORE 4 voci da rap-streetfight che cercano di coinvolgere il pubblico attraverso novelle rappate ancora troppo acerbe. Lo scratch è troppo vuoto e l'emozione tradisce non poco. La crew, nonostante qualche difficoltà di troppo, rialza la testa con l'originale idea di rappare in lingua madre…il genovese.

Poco dopo ecco i UOCHI TOKI, auto presentatisi come apolidi e senza “canzoni con corretti particolari”. Un rap sound duro che, con la voce monotonica, racconta narrazioni sulle modalità degli antichi oratori romani, richiamati alla memoria anche dalle tuniche indossate dal gruppo. L'atteggiamento declamatorio, richiama lo stile degli Offlaga disco pax in versione hip pop, anche se l' umorismo acido, la tecno minimalista e la sintetica testuale non-sense li porta più verso un alternatire sperimentale dal bipolarismo acutizzato.

Mentre il sole cala dietro alla fabbrica in disuso, è la volta dei milanesi CLUB DOGO che con Vincenzo da via Anfossi si danno subito un gran da fare nel spronare un pubblico un poco apatico. Le tre voci della crew in t-shirt nera d'ordinanza iniziano con il loro hip pop di buona fattura, mentre così non si può dire degli strampalati dialoghi tra un pezzo e l'altro che tra una battuta di bassa lega e qualche strafalcione grammaticale strappa qualche risata e qualche sorriso compiacente. I tre lustri di attività comunque si sentono soprattutto grazie all'abilità a Mc Jack La furia e Guè Pequeno.

Da Milano a Roma in poco più di un cambio palco. Alle 20.00 è la volta dei capitolini Cor Veleno che fedeli al nome, sputano tossina attraverso i testi duri di un underground che, non è il bronx, ma tal volta gli assomiglia e forse si compiace di questo. Primo e Grandi Numeri accusano il sottopalco di aver pranzato con il bromuro, per far leva sul fatto che i presenti partecipino ben poco al live, e questo sarà una polemica costante per tutta la serata ad eccezione di Fabri Fibra che con il senno di poi, valutando anche il target presente, è apparso come il vero headliner della secondo atto. I Cor Veleno riescono alla lunga a trascinare gli spettatori che, ondulando il braccio con il capo basso, riescono a comprendere solo una parte delle potenzialità di un hip-pop più greve e cupo che rapisce l'attenzione dei più “maturi”.

Dopo un'indigestione di scratch i FREE HOLE NEGRO, offrono una felice enclave sonora divergente dal leit motiv della serata. Il free hop cubano è servito in salsa Funk e rumba. Le tematiche impegnate, ma meno nichiliste rispetto ad altri colleghi di palco, riportano il sole sul Goa Boa, nascosto nelle capigliature afro di molti della band e nella sezione ritmica che mescola jambè e percussioni alla classica batteria pestata con precisione e trasporto.

Il clou della seconda puntata inizia alle 22.00 con una sorpresa chiamata MONDOMARCIO. Il ragazzo ci sa fare, si dimena bene sul palco, nonostante abbia da crescere nel cantato, che talvolta perde lucidità. Gianmarco Marcello dimostrata di essere reale e genuino. Dai suoi testi escono una rabbia (non distruttiva, ma riflessiva) generata da una vita vissuta, che gli ha tolto, ma al contempo lo ha maturato prima dei tempi. Il ragazzo ha solo 19 anni ma, almeno sul palco, ne dimostra di più. Durante il live qualcuno lancia il magazine xl come affronto, visto che in copertina capeggia Fibra. Il gesto, che ha un non so che di punk anni settanta, rafforza la presunta leggenda urbana di un dualismo dialettico tra i due artisti, rafforzato da una certa parte di stampa che pur di creare un caso farebbe di tutto.

Lo show prosegue con il deludente FABRI FIBRA, troppo serioso e convinto di mezzi che forse deve ancora dimostrare di avere. Dalla sua parte ha di certo un pubblico adorante che, su brani come “Non fare la puttana” e “Rap in guerra”, si ritrovano a ballare in freestyle, mentre qualcuno accenna passi derivati dall'antica breakdance. Probabilmente come paroliere Fibra è nella media, i ritmi e gli accenni grezzi di sonorità sono però piuttosto piatti e ridondanti. Quando ascolto “Applausi per Fibra” il pensiero che mi viene alla mente è stato il dispiacere di non poter vedere come headliner i Public Enemy o i Beastie Boys…forse con l'ascolto di questi mostri sacri, i nu-wave hipopper avrebbero qualcosa in più di proporre.

La seconda serata si chiude con GEORGE CLINTON & PARLIAMENT FUNKADELIC ed il loro “How late do you have tour”. Il reverendo del funky, diletta i pochi rimasti, visto che il pubblico di Fibra ha resistito agli orari parentali sino oltre la norma. I suoni arrivano perfetti grazie anche ad un impianto all'altezza dell'evento. La band offre un scaletta di tutto rispetto che ripercorre i molti anni di attività di Mr Clinton, che accompagnato da cori e musicisti di spessore, fa la vera differenza in una serata piuttosto mediocre dal punto di vista artistico…e in questo caso l'esperienza conta in maniera trasversale.