Ogni
anno che passa, qui a Genova ci si rende sempre più conto che esiste
una vera e propria “fame” di concerti, e chi meglio di Mr
Miggiano può oggi rappresentare la possibilità di mantenere
una certa continuità musicale, attraverso l’ormai tradizionale
festival GOABOA?
Le prime mail preoccupate
mi sono arrivate intorno alla metà di maggio; tutti mi chiedevano
se, come recensore, avevo qualche news sul festival genovese. Nessuno
si capacitava del silenzio che si è protratto sino a giugno.
Tanto è vero che per qualche giorno, anche io mi sono ritrovato
a pensare che forse la continua chiusura di spazi utilizzabili per i
live nel capoluogo ligure, potesse aver fatto desistere lo Psycho club
dall’organizzare l’edizione 2003 del GOABOA, nonostante
i grossi successi degli anni passati in zona Campi o Ponte Parodi all’interno
del vecchio porto. Invece, come ogni anno, la banda Miggiano ha organizzato
una quattro giorni di musica, questa volta affiancandosi alla fiera
LOB 03, relativa agli sport da tavola come lo skate, lo snowboard e
il windsurf. Quest’anno oltre a molte novità, come la sponsorizzazione
di Mtv, la giornata ha avuto inizio non più alle 18.00 come in
passato, ma bensì alle 16.00, cercando così di testare
anche a Genova e in Italia un usanza che in Europa ha già riscontrato
discreto successo di pubblico.
L’orario inusuale
e il traffico genovese, sono le due variabili per le quali mi ritrovo
ad arrivare alla Fiera del Mare con qualche minuto di ritardo. Intorno
a me vedo ancora poco pubblico, prevalentemente giovani adolescenti
che girano attorno ai tanti stands di merchandising, mostrando acconciature
nu-punk e t-shirt bizzarre. Ben presto mi rendo conto che, nel primo
pomeriggio le bands, che si susseguono, sembrano fungere più
da scenografia che non da vero e proprio interesse. Dopo i Numero 6,
giovane band emergente, salgono sul palco i bravi Julie’s Haircut.
La band emiliana da inizio alle danze attraverso un viaggio sonoro che
partendo da iniziali ballate post-rock strumentali, arriva ad un suono
alternative-indie che purtroppo talvolta sfuma verso intelaiature brit-pop.
Ma il gruppo ha fortunatamente molte carte da giocare e quando meno
te lo aspetti ecco fuoriuscire l’anima rumorista alla Sonic Youth,
che rende il finale dello show vibrante e piacevole.
A seguire accedono al palco i nostrani One Dimentional Man, che il pubblico
non apprezza a sufficienza. La band originaria di Venezia offre agli
spettatori presenti un sound di impressionante violenza. Mentre il giro
di Funky nasce dalle corde del basso del bravissimo Capovilla, il ritmo
cresce catarticamente accompagnato da una rara capacità di riuscire
a mescolare atmosfere e sentimenti di divergente natura, senza soluzione
di continuità. Una band di ottima qualità, che on stage
riesce ad ottenere una notevole potenza sonica, traendo ispirazioni
da un noise-blues filtrato attraverso un power rock intenso ed accattivante.
Poco prima delle 20 ecco arrivare dal backstage i portoghesi Blind Zero,
insigniti in patria del disco d’oro nel 1995. Purtoppo la band
dell’ovest canta le proprie canzoni in lingua britannica, perdendo
così, a mio avviso, molto di quel fascino che in realtà
potrebbe avere. Il sound proposto durante il breve concerto, ricorda
i nordici HIM per le atmosfere cupe e nichiliste. Siamo di fronte infatti
ad un rock’n’roll che trascende a tratti nel gotico, con
tempistiche riflessive e tenebrose, come in “Another one”
introdotta in stentato ma volenteroso italiano da MIGUEL GUEDES, voce
del gruppo. Nonostante però un iniziale diffidenza nei confronti
dei Blind Zero, sul finire del live, il pubblico ora più numeroso
partecipa alla bella versione di “Gloria” di Van Morrison,
che chiude l’esperienza genovese del gruppo.
Dopo il tempo necessario per adeguare il palco alla sesta band della
giornata, ecco gli INME,. britannici figli del Nu-metal. L’impressione
avuta durante il concerto è stata quella di un gruppo di sicuro
avvenire. Nonostante un solo full-lenght album alle spalle gli INME
dimostrano grinta, padronanza di suoni e strumenti, e una dose di idee
che rendono ancora più piacevole l’ascolto di questa nuova
realtà europea. L’aspetto chiave del gruppo è senza
dubbio le incredibili capacità vocali del front-man inglese che
riesce con noncalache a passare da tonalità Gore alla Chris Barnes,
sino a nuance sonore alla Bellamy. Tra i brani più apprezzati
dal pubblico, che ha dimostrato una discreta preparazione nei confronti
della band, emergono “Energy” e “UnderDose”
che riescono nella loro sintesi a raccontare chi sono gli INME.
Al calar del sole incominciano ad esibirsi gli ospiti più attesi,
i cosiddetti big. Il primo è un corpulento signore dai capelli
bianchi che risponde al nome di Daniel Johnston, cantautore americano
dall’aria trasandata che è stato definito da Eddie Vedder,
leader dei Pearl jam, un indiscusso genio. Johnston si accompagna sul
palco con la sola chitarra, davanti ad un pubblico assolutamente impreparato
ad accogliere il suo stile indie-folk. Il nativo di sacramento, classe
1961, regala al pubblico un ensamble di suoni ricercati, suonati con
una semplicità ai limiti della svogliatezza, di fronte ad un
leggio che sorregge parole cantautoriali, non troppo affini con gli
ospiti che lo hanno preceduto. Purtroppo a causa di una eclettica tipologia
sonora, Daniel appare ingiustamente come l’anello debole di una
serata tinta di forte rock’n’roll.
Nonostante l’ottima performance Daniel Johnston, passa sottosilenzio,
ormai la mente è già proiettata verso i cuneesi Merlene
Kuntz, che dopo essere stati per lunghi anni una band d’elite,
oggi annoverano un target sicuramente più ampio, forse grazie
a quel duetto con skin che riproposto sul palco rende incandescente
un live tirato e impeccabile. "La canzone che scrivo per te"
è senza dubbio uno dei momenti più sentiti dell’intera
giornata di musica, un piccolo gioiello di minimalismo, apprezzato da
un numerosissimo pubblico, che sembra aver raggiunto le 6000 unità.
Cristiano Godano sembra in grande forma, soprattutto nelle performance
di pezzi tirati che vengono privilegiati dalla band, mentre le singole
poetiche parole di “Festa mesta”, “Ci siamo amati”
e “A fior di pelle” sono cantate dai numerosi fans che conoscono
alla perfezione il mondo dei Marlene. Il loro concerto, vivacizzato
da giochi di luce accentuati dalla tensostruttura che ospita il festival,
è rappresentato come una sorta di precisa amalgama tra il passato
remoto della band, estraendo numerosi brani da “Catartica”,
esordio discografico, e il presente di “Senza Peso”, riuscendo
così ad accontentare non solo i nuovi aficionados, ma anche chi
è rimasto legato alla band dei primordi. Un altalena di rabbia
(“Sonica”) e melanconia (“Nuotando nell’aria”)
che carica e commuove. Un concerto che vale da solo il prezzo del biglietto,
ancora una volta economico.
Anche se la reale chiusura della serata è stata data all’elettromusic
di Dalek, bloccato da problemi all’impianto sonoro, il vero gran
finale è quello dell’attesissima Skin, che uscita dal gruppo
degli Skunk Anansie ha deciso di intraprendere una carriera da solista.
La sensualità androgina della cantante di colore riesce da subito
a scaldare il pubblico, che riesce a farsi trascinare in un vortice
di note, nonostante la stanchezza che inizia ad affiorare dopo ben nove
ore di concerti alle spalle. La gente presente si accalca nelle prime
file per vedere da vicino quella signorina dalla camicia bianca che
salta, balla e corre in un palco che pur essendo molto ampio sembra
stare stretto alla star internazionale. La performance di Skin, come
lo è stato per i Marlene, è calibrata non solo sul suo
esordio solista ma anche sul suo recente passato, ancora molto vivo
nella memoria degli spettatori che impazziscono letteralmente sulle
note di “ Hedonism” e “All i want”. Il concerto
si chiude con un inaspettato tuffo della vocalist tra il pubblico che
dopo averla aiutata nel Bodysurf la riporta sul palcoscenico che chiude
i battenti alle 2 passate.