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Attesa
come al solito alle stelle, clima da grande evento… Jarrett non
ha deluso le aspettative e anzi ha perfino sorpreso con una performance
per certi versi inaspettata. Ci sono poi considerazioni musico-sociali
che non vanno tanto lontano dalla musica stessa, e vedrò di raccontarvi
anche queste senza tediarvi. Innanzitutto l’acustica del nuovo auditorium di Roma: il concerto era nella sala più grande delle tre, con 2700 posti su uno spazio davvero bellissimo. Il suono è veramente notevole per pulizia, anche se so che quando invece le performance si spingono più sull’elettrico cominciano i problemi. Io ho avvertito esclusivamente qualche eccesso sui piatti della batteria, ma il motivo ve lo racconto subito: avevo biglietti per posti in piedi, che vengono diretti nella parte alta a fianco e sul retro del palco, sempre con una resa acustica notevole; quando alle 21 è cominciata la chiusura delle porte (senza possibilità di entrare più almeno per tutto il primo tempo), naturalmente coloro che avevano il posto in piedi hanno cercato tutte le poltrone disponibili perché lasciate vuote da ritardatari – il concerto era ovviamente sold out da tempo -… beh, grazie al doppio appostamento mio e della mia consorte il controllo della situazione è stato notevole, ed accompagnato dalla fortuna ha fatto sì che ci trovassimo in FILA 1, POSTI 1 E 3, cioè esattamente dietro i tre musicisti, a circa 15 metri di distanza! Il risultato è che i piatti della batteria arrivavano proprio dritti dritti, ma direi che davvero non è il caso di lamentarmi… I tre, come quasi sempre accade, non parlano mai col pubblico, ma considerato cosa dice Jarrett al pubblico quando parla è meglio che siano stati zitti… Entrano, salutano, prendono posizione, si guardano, partono: eccezionali, da subito. All’inizio l’unico a sembrare un po’ imballato è proprio Jarrett, con il tocco che è sempre da Jarrett ma le idee ancora in fase di decollo. La maggior parte del primo tempo scorre in una sorprendente atmosfera raccolta e romantica, con i tre che tirano poco e dipingono, come al solito senza neanche dare l’impressione di sforzarsi a cercarle, atmosfere quiete e cariche di altissima classe. Il modo in cui iniziano, finiscono, costruiscono insieme i brani e si concedono momenti in solitudine continua tuttora ad essere uno dei riferimenti assoluti quando si vuole parlare di interplay. Il secondo tempo è spumeggiante, anche se il romanticismo non abbandona le mani di Jarrett e soci: si riparte con God bless the child, in un’atmosfera più easy e bluesy –il brano viene eseguito così come nel loro LP Standards-, ma c’è spazio anche per altre ballad. Lo sconvolgimento di una platea non proprio integralmente votata al jazz (ve ne parlo dopo) arriva quando i tre si concedono una decina di minuti decisamente, radicalmente improvvisati, attraverso scambi continui di idee e tensioni sonore, con dinamiche mutevoli, spesso scarne ma subito di nuovo articolate e cariche; qualcuno viene lasciato lì sulla poltrona mentre il trio viaggia libero in un percorso molto affascinante ma dai contorni così poco definiti da rimuovere ogni appiglio formale. La sensazione all’ascolto è ancora una volta quella di tre musicisti che presi singolarmente sono molto diversi da quel che riescono a fare insieme; questo trio produce, suonando come un corpo solo, qualcosa che è effettivamente diverso dalla somma dei tre strumenti. Si chiude alla grande, con When I fall in love, intima e scevra di virtuosismi smaccati, e St. Thomas, divertita e giocosa. Standing ovation, applausi a raffica coi tre che escono e rientrano varie volte… rimane la sensazione di aver ascoltato non solo uno splendido concerto ricco di idee e grande sensibilità musicale, ma anche uno dei più perfetti esempi del fare musica insieme. Dicevo che ci sarebbero, a questo punto, altre considerazioni da fare, e già che ci sono ne faccio. Un biglietto, seppure per ascoltare -da lontano, mica dalle prime file- il mitico Trio, non può costare al minimo 80 euro; il risultato è quello triste e consueto a cui si assiste ogni volta che si ha la fortuna di poter partecipare a qualcosa di simile, e ve lo riassumo: VIP che per una percentuale non irrisoria non sanno cosa sia il jazz e, spesso, cosa sia esattamente la musica; appassionati benestanti di musica classica, cameristica e d’opera che però hanno i biglietti dell’auditorium o comunque hanno la possibilità di comprarli senza dover rinunciare alla pizza che tanto non mangerebbero; età media degli spettatori tristemente elevata, con la tristezza che deriva non dall’età in sé ma dalla constatazione che a questi prezzi sia ben difficile avvicinare i giovani alla musica maledettamente definita come colta. |
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