![]() |
|
![]() |
|
Carissimi
appassionati di musica, questa volta anziché commentarvi una registrazione,
vi riferirò l’esperienza della visione di un concerto di
Pat Metheny svoltosi a Ravenna durante la rassegna Ravenna Jazz 2003 . La situazione è molto allettante: ben quattro sessions tutte durante la medesima serata, tre delle quali ha visto Pat Metheny in duo, idealmente nella condizione di esprimere il massimo della sua arte: gli altri componenti delle singole session “a duo” sono stati, nell’ordine, il sassofonista Andy Sheppard, la pianista Rita Marcotulli, il batterista Han Bennink. L’ultima session ha visto tutti i musicisti insieme. Due parole sulla personalità di Pat Metheny. Nasce il 1954 a Kansas City, da preadolescente suona prima la tromba poi la chitarra, fatto sta che all’età di 15 anni partecipa alle session dei jazzisti locali. Ovviamente si fa subito notare anche sul piano didattico, tant’è che poco dopo, a 17 anni, diventa il più giovane insegnante all’Università di Miami, mentre un anno dopo è il più giovane insegnante al Breklee College of Music. Fonda il Pat Metheny Group, con il bravissimo tastierista Lyle Mays. Ovviamente incide una marea di registrazioni, a memoria ricordo una con Ornette Coleman, un’altra bellissima in duo con uno dei suoi ispiratori, Jim Hall e tante altre. Durante trent’anni “suonati” (è proprio il caso di dire…) di esperienza musicale in ambito jazz, Pat Metheny è riuscito a creare uno stile molto personale, grazie anche alla sua singolare apertura nei confronti di ogni genere musicale, dal pop al folk all’etnico. Gran parte del merito della originalità di Pat Metheny consiste nella ricerca melodica delle sue composizioni e delle sue improvvisazioni, fortemente ispirata, anche a dire dello stesso chitarrista, a quella di Wes Montgomery e Jim Hall. Tecnicamente la sua originalità sta nel tocco della mano destra, “la pennata”, eseguita con un’impostazione non proprio accademica: il chitarrista, infatti, impugna un plettro abbastanza grande, forse di medio spessore, per una piccola porzione dalla parte più acuminata, facendo in modo che la parte di plettro che sfiora la corda sia quella più piatta. Il risultato si sente: nonostante le sue chitarre cambino continuamente, da folk a classica, da midi a semiacustica, hanno sempre e comunque un suono “dolce”, rilassato ma dinamico, poco incline all’asprezza. Certa gente, specialmente gli amanti di generi un po’ più estremi, non gradisce la melodia delle composizioni e delle improvvisazioni di Pat Metheny, trovandola, forse a ragione, un po’ troppo sdolcinata. Ma nello stesso “Tallone d’Achille” c’è la sua più grande qualità, che va proprio individuata nella ricerca melodica, nella fantasia delle sue composizioni. IL CONCERTO Dunque, come ho sopra anticipato, si tratta di ben quattro sessions, la prima delle quali ha visto il chitarrista ed il sassofonista Andy Sheppard, dal fraseggio e dalla dinamica che mi ha subito ricordato alcune registrazioni di Sonny Rollins. Pat Metheny ha suonato quasi esclusivamente chitarre acustiche, in una sola occasione (all the things you are) usa la semiacustica. L’atmosfera, molto rilassata, ha fatto sì che i due protagonisti soppesassero ogni singola nota, evitando virtuosismi (fuori luogo), conferendo così alla session un carattere incentrato esclusivamente sulla melodia. L’interplay tra i due musicisti, il rispetto delle reciproche sfere di competenza e l’impegno a suonare vera musica ha poi fatto il resto, inducendo negli ascoltatori una sorta di “trance” (nella quale sono solito ascoltare il grande Bill Evans). Inutile sottolineare che la prima parte del concerto è quella che ho preferito, non tanto per i brani proposti, peraltro molto belli, quanto per la suggestiva atmosfera sognante che i due musicisti hanno saputo creare. La seconda session si è tenuta con la famosissima Rita Marcotulli, collaboratrice di tanti jazzisti italiani ed esteri. La presenza del pianoforte, uno strumento dal suono più completo rispetto al sassofono, ha fatto sì che s’instaurasse un'altra atmosfera, più tesa, che ha visto Pat Metheny suonare solamente la chitarra semiacustica. Anche questa session è stata molto bella, nella quale sono stati proposti alcuni dei classici scritti dal chitarrista, ma, a mio parere, nonostante la ricchezza e la varietà di spunti melodici ed armonici, non c’è stata la stessa magia della musica eseguita con il sassofonista. Inoltre il pianoforte era stato posizionato in modo scorretto, con l’apertura della cassa armonica rivolta quasi all’interno del palco e non verso il pubblico. Durante la terza session il chitarrista ha suonato con il batterista Han Bennink, il quale mi ha riportato alla memoria alcune registrazioni video della Rai, dove compariva il gruppo di Renato Carosone, accompagnato da un batterista (non ricordo il nome) che suonava dappertutto fuorché sulle pelli dei tamburi… In effetti, durante la terza session lo spettacolo ha perso in qualità musicale, diventando più spettacolare dal punto di vista visivo, con questo attempato ma arzillo musicista che ha fatto bella mostra di sé mentre si divertiva a picchiare le bacchette contro la sedia, sul pavimento e su altri luoghi che solitamente non vedono bacchette da batterista. Pat Metheny, durante la session, si è limitato a produrre strani rumori con la chitarra midi, oltre a qualche ritmica e qualche fraseggio qua e là. La quarta session ha visto tutti i musicisti assieme, ma il tenore della musica così suonata è rimasto sostanzialmente “sperimentale”, molto distante dalle prime due sessions. Preciso, non ho niente in contrario rispetto alla musica sperimentale, mentre nutro delle riserve nei confronti dei suoni sperimentali, e cioè apprezzo l’apertura a nuove idee armoniche e melodiche che non trovano precedenti, mentre non ascolto con piacere un insieme di suoni che a mio parere poco hanno a che fare con la composizione propriamente detta. Riferitemi le vostre impressioni, se eravate presenti… |
||