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Titolo articolo : UMBRIA JAZZ 2002
  Web site: http://www.umbriajazz.com/default.htm  
Recensore: Pier Luigi Zanzi

© Pier Luigi Zanzi per http://www.music-on-tnt.com

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C’ero. Anche quest’anno c’ero. Edizione interlocutoria, di quelle che i fighetti chiamano “di transizione”, ma Umbria Jazz è Umbria Jazz, cioè un luogo di musica che è difficile vivere altrove.

Ma andiamo con calma a spiegare, a raccontare.

Umbria jazz 2002 foto 1Per chi non lo sapesse, Umbria Jazz, giunta alla sua 29esima edizione, è qualcosa di diverso da un festival jazz propriamente detto, perché durante quei 10 giorni la musica invade il centro di Perugia facendo risuonare di jazz i teatri, le piazze, le vie, le enoteche, i negozi di abbigliamento; quasi tutto al centro di Perugia diventa Umbria Jazz, e questo è già in sé fascino puro, attrazione fisica per una manifestazione che dà più della musica stessa, visto che Perugia è come minimo bella.
Detto ciò, aggiungo che ci vado come inviato di un’altra rivista di musica :-P, per cui ho il mio bel pass che mi fa entrare dappertutto e ascolto effettivamente quasi tutto quel che si può. A Perugia si inizia coi concerti in strada alle 12; si va avanti, con almeno 2 concerti in contemporanea, su 2 piazze all’aperto, 4 o 5 fra ristoranti e locali, 2 teatri, un oratorio, la Galleria Nazionale dell’Umbria e qualcos’altro, il tutto fino a notte inoltrata. Insomma, c’è musica fino a sfinirsi. Si tiene il programma in mano e si gira per il centro come se quel libretto fosse un’asettica ma invitantissima guida Routard, errabondi e felici.
Quest’anno il ruolo da superstar l’hanno avuto in parecchi visto che non è andata come la precedente edizione, in cui la presenza di Keith Jarrett in trio non lasciò dubbi sulla classifica dei divi. Snocciolo i nomi in sequenza emotiva e quindi, in fondo, un po’ casuale.
Il jazz più carnalmente innovativo, libero, difficile ed affascinante l’ha tirato fuori, secondo me, il Wayne Shorter Quartet, poderoso insieme costituito dal leggendario sassofonista, perfino in ombra rispetto agli altri tre, da Danilo Perez al piano, John Patitucci al basso e Brian Blade alla batteria. Musica che è riuscita ad andare dentro e oltre l’idioma del free jazz (perché, ha un idioma?), con i 4 musicisti che hanno condiviso e lanciato ancora idee a fiumi per due ore di fila, costruendo flussi sonori di intensità ritmica e armonica spaventosa, attraversando appena i temi di ogni brano e trasfigurandone struttura e riconoscibilità, dentro un mare di invenzioni continue, suggerimenti accennati o nitidi seguiti in gruppo, in un percorso sinceramente non semplice ma intensamente pregno di jazz improvvisato, per un concerto che ha esaltato ovviamente più i palati fini.
Eccezionalmente preparato e dotato dal punto di vista tecnico è apparso ancora una volta Michel Camilo, straordinariamente rapido e trascinante nonostante una delle giornate più sfortunate della sua carriera (ci ha riso su più volte durante la serata: sveglia alle 5 in Danimarca, aereo che tarda, coincidenza persa a Parigi, arrivo a Perugia alle 20, bagaglio perso dalla compagnia aerea in chissà quale tratta, soundcheck volante, inizio concerto in ritardo e… pedale del sustain che si rompe durante il primo brano, con intervento tecnico prolungato e reiterato fra i sorrisi di un pubblico compiaciuto e il terrore del costruttore del pianoforte, presente in sala!). A suonare con lo straordinario pianista Umbria jazz 2002 foto2 hanno pensato Horacio Hernandez, scintillante batterista che con Camilo ha causato standing ovation a raffica, e un Anthony Jackson un po’ in difficoltà perché è solo bravissimo e con quei due mostri del ritmo ogni tanto arrancava…
Dopo Camilo, nella stessa serata è toccato a Marcus Miller, bassista e produttore la cui fama richiama anche gli amanti della fusion un po’ caciarona e funkeggiante. Da parte sua e del suo gruppo brani originali ma anche qualche standard, fra cui una So what in chiave funk che ha scaldato parecchio il teatro. Un po’ burino, il signore, con quell’aria così smaccatamente americana nel senso più “coatto” del termine, ma non si può negare che con quel basso in mano e quella prodigiosa capacità tecnica fa battere il tempo anche alle dita dei piedi.
Altro concertone quello di Chick Corea, in solitudine al piano, per una serata in verità resa abbastanza indigesta più che altro dalla presenza di una tonnellata di VIP della Perugia-bene (serata ad inviti… per loro) palesemente interessati molto più all’efficacia dell’eyeliner o alla presenza di segnale sul telefonino che a un musicista chiaramente sconosciuto a molti di loro. Un Armando Corea versatile e giocherellone come sempre li ha prima incuriositi –o torturati, come era evidente in molte espressioni facciali tipo “ma non era meglio starsene in villa?”- con Monk, Ellington o… un preludio di Scriabin, anch’esso sconosciuto ai VIP quando ne è stato pronunciato il nome, e poi ne ha saggiato lo stato di sonnolenza facendo cantare tutto il teatro diviso in 5 gruppi vocali, con risultati come al solito divertenti e lui lì sul palco a dirigere con una pancia cresciuta a dismisura e una delle sue solite orrende camicie.
Emozioni molto diverse, anche fra loro, ne hanno date i concerti delle big band di Carla Bley e George Russell. Bley ha riempito il Turreno con un concerto pieno di interazioni fra jazz americano (di tutto il continente), musica popolare, funky e carica ironica. Alla Frank Zappa presenta l’inno USA senza nominarlo e dicendo solo, in italiano, “la musica che ascolterete non riflette necessariamente le opinioni politiche dei musicisti”. E zio Frank aleggia in diversi momenti, così come la figura carismatica della Bley, che come pianista non è assolutamente rilevante e lo sa, ma sa tenere palco e orchestra con leggiadra determinazione e rigore irriverente. Così come la Bley rivoluziona le regole di scrittura per big band infrangendole, Russell costruisce l’innovazione scrivendone di nuove, e del resto non può che essere così, visto che si tratta di uno dei più grandi teorici del settore. Le sue serate a mezzanotte al Morlacchi (lo spazio Round Midnight a Umbria Jazz è tradizionalmente molto importante) sono state seguitissime, con gli spettatori catturati da quell’ottantenne un po’ smemorato che a un certo punto lascia emergere tappeti elettronici e “spegne” pian piano l’orchestra, fino a dirigerne non più i suoni, ma le mani, le braccia e i movimenti, con i musicisti che imitano il direttore mimandone ogni postura dettata, in un’atmosfera decisamente unica.
Umbria jazz 2002 foto3L’ultimo angolo delle star lo riservo a quella che per me è stata in sostanza la delusione del festival: il duo Pat Metheny – Charlie Haden. Insieme i due hanno proposto dal vivo il loro CD Beyond the Missouri sky. Cornice suggestiva, nella sala della Galleria Nazionale, ma la musica ascoltata, calde e rilassate melodie senza strillare, è mancata in propulsione, con un Metheny sempre magistrale ma quasi ingabbiato in melodie che tiravano il freno a mano a quelle sue fughe lunghissime, e soprattutto, decisamente, con un Haden del tutto deludente, non solo perché autoridotto a comprimario, ma piuttosto perché incapace (anche tecnicamente, temo) di apportare una sensibilità e una perizia che erano assolutamente la linfa di cui brani così lievi e suonati in due avevano bisogno vitale. Qualunque bassista di medio livello avrebbe dato una resa simile, e sinceramente a poco vale la difesa di chi attribuisce ad Haden l’attenzione scrupolosa al suono e alla melodia: proprio melodicamente è stato al più elementare, ma più spesso realmente banale e completamente piatto su note che, sì, suoneranno pure del bel legno di un bel basso, ma sono comunque esattamente le note che avresti suonato tu avendo soltanto gli accordi davanti, il che per una leggenda del jazz è francamente un po’ inquietante, perché lascia molto riflettere su come diavolo nascano a volte i miti. Mah…
Il resto? Tante, tante note, musica a quintali, ovunque, e molti altri concerti che ho visto ed evito di elencare per non affondare l’articolo sotto plumbee pesantezze in bytes… Comunque come al solito è spesso divertentissimo ascoltare concerti in piazza, con la gente che balla e si appassiona anche se magari con un CD di jazz a casa dormirebbe per ore. E’ una parte molto pagana della storia, ma dà emozioni anche questa, e allora perché no? In piazza c’è stato spazio per il blues, il soul, le musiche creole, il jazz tradizionale di Bucky Pizzarelli (che è stato un piacere ascoltare sia all’aperto sia in enoteca davanti a buon vino e suzzichini…)… E poi i concerti di S. Cecilia, con voci femminili di valore, e poi il jazz italiano, che con la label Egea tira fuori ad ogni edizione del festival piccole e grandi perle –ve ne parlerò nei prossimi numeri-, e poi… e poi… venite a Perugia, anche se non so come farete il prossimo anno, quando ci sarà il trentennale e trovare un letto, impresa già titanica nel periodo, diverrà davvero complicato… organizziamo il gruppo vacanze TNT, se volete, e ci si trova lì! ;-)