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C’ero. Anche quest’anno
c’ero. Edizione interlocutoria, di quelle che i fighetti chiamano
“di transizione”, ma Umbria Jazz è Umbria Jazz, cioè
un luogo di musica che è difficile vivere altrove.
Ma andiamo con calma a spiegare,
a raccontare.
Per
chi non lo sapesse, Umbria Jazz, giunta alla sua 29esima edizione, è
qualcosa di diverso da un festival jazz propriamente detto, perché
durante quei 10 giorni la musica invade il centro di Perugia facendo risuonare
di jazz i teatri, le piazze, le vie, le enoteche, i negozi di abbigliamento;
quasi tutto al centro di Perugia diventa Umbria Jazz, e questo è
già in sé fascino puro, attrazione fisica per una manifestazione
che dà più della musica stessa, visto che Perugia è
come minimo bella.
Detto ciò, aggiungo che ci vado come inviato di un’altra
rivista di musica :-P, per cui ho il mio bel pass che mi fa entrare dappertutto
e ascolto effettivamente quasi tutto quel che si può. A Perugia
si inizia coi concerti in strada alle 12; si va avanti, con almeno 2 concerti
in contemporanea, su 2 piazze all’aperto, 4 o 5 fra ristoranti e
locali, 2 teatri, un oratorio, la Galleria Nazionale dell’Umbria
e qualcos’altro, il tutto fino a notte inoltrata. Insomma, c’è
musica fino a sfinirsi. Si tiene il programma in mano e si gira per il
centro come se quel libretto fosse un’asettica ma invitantissima
guida Routard, errabondi e felici.
Quest’anno il ruolo da superstar l’hanno avuto in parecchi
visto che non è andata come la precedente edizione, in cui la presenza
di Keith Jarrett in trio non lasciò dubbi sulla classifica dei
divi. Snocciolo i nomi in sequenza emotiva e quindi, in fondo, un po’
casuale.
Il jazz più carnalmente innovativo, libero, difficile ed affascinante
l’ha tirato fuori, secondo me, il Wayne Shorter Quartet, poderoso
insieme costituito dal leggendario sassofonista, perfino in ombra rispetto
agli altri tre, da Danilo Perez al piano, John Patitucci al basso e Brian
Blade alla batteria. Musica che è riuscita ad andare dentro e oltre
l’idioma del free jazz (perché, ha un idioma?), con i 4 musicisti
che hanno condiviso e lanciato ancora idee a fiumi per due ore di fila,
costruendo flussi sonori di intensità ritmica e armonica spaventosa,
attraversando appena i temi di ogni brano e trasfigurandone struttura
e riconoscibilità, dentro un mare di invenzioni continue, suggerimenti
accennati o nitidi seguiti in gruppo, in un percorso sinceramente non
semplice ma intensamente pregno di jazz improvvisato, per un concerto
che ha esaltato ovviamente più i palati fini.
Eccezionalmente preparato e dotato dal punto di vista tecnico è
apparso ancora una volta Michel Camilo, straordinariamente rapido e trascinante
nonostante una delle giornate più sfortunate della sua carriera
(ci ha riso su più volte durante la serata: sveglia alle 5 in Danimarca,
aereo che tarda, coincidenza persa a Parigi, arrivo a Perugia alle 20,
bagaglio perso dalla compagnia aerea in chissà quale tratta, soundcheck
volante, inizio concerto in ritardo e… pedale del sustain che si
rompe durante il primo brano, con intervento tecnico prolungato e reiterato
fra i sorrisi di un pubblico compiaciuto e il terrore del costruttore
del pianoforte, presente in sala!). A suonare con lo straordinario pianista
hanno pensato Horacio Hernandez, scintillante batterista che con Camilo
ha causato standing ovation a raffica, e un Anthony Jackson un po’
in difficoltà perché è solo bravissimo e con quei
due mostri del ritmo ogni tanto arrancava…
Dopo Camilo, nella stessa serata è toccato a Marcus Miller, bassista
e produttore la cui fama richiama anche gli amanti della fusion un po’
caciarona e funkeggiante. Da parte sua e del suo gruppo brani originali
ma anche qualche standard, fra cui una So what in chiave funk che ha scaldato
parecchio il teatro. Un po’ burino, il signore, con quell’aria
così smaccatamente americana nel senso più “coatto”
del termine, ma non si può negare che con quel basso in mano e
quella prodigiosa capacità tecnica fa battere il tempo anche alle
dita dei piedi.
Altro concertone quello di Chick Corea, in solitudine al piano, per una
serata in verità resa abbastanza indigesta più che altro
dalla presenza di una tonnellata di VIP della Perugia-bene (serata ad
inviti… per loro) palesemente interessati molto più all’efficacia
dell’eyeliner o alla presenza di segnale sul telefonino che a un
musicista chiaramente sconosciuto a molti di loro. Un Armando Corea versatile
e giocherellone come sempre li ha prima incuriositi –o torturati,
come era evidente in molte espressioni facciali tipo “ma non era
meglio starsene in villa?”- con Monk, Ellington o… un preludio
di Scriabin, anch’esso sconosciuto ai VIP quando ne è stato
pronunciato il nome, e poi ne ha saggiato lo stato di sonnolenza facendo
cantare tutto il teatro diviso in 5 gruppi vocali, con risultati come
al solito divertenti e lui lì sul palco a dirigere con una pancia
cresciuta a dismisura e una delle sue solite orrende camicie.
Emozioni molto diverse, anche fra loro, ne hanno date i concerti delle
big band di Carla Bley e George Russell. Bley ha riempito il Turreno con
un concerto pieno di interazioni fra jazz americano (di tutto il continente),
musica popolare, funky e carica ironica. Alla Frank Zappa presenta l’inno
USA senza nominarlo e dicendo solo, in italiano, “la musica che
ascolterete non riflette necessariamente le opinioni politiche dei musicisti”.
E zio Frank aleggia in diversi momenti, così come la figura carismatica
della Bley, che come pianista non è assolutamente rilevante e lo
sa, ma sa tenere palco e orchestra con leggiadra determinazione e rigore
irriverente. Così come la Bley rivoluziona le regole di scrittura
per big band infrangendole, Russell costruisce l’innovazione scrivendone
di nuove, e del resto non può che essere così, visto che
si tratta di uno dei più grandi teorici del settore. Le sue serate
a mezzanotte al Morlacchi (lo spazio Round Midnight a Umbria Jazz è
tradizionalmente molto importante) sono state seguitissime, con gli spettatori
catturati da quell’ottantenne un po’ smemorato che a un certo
punto lascia emergere tappeti elettronici e “spegne” pian
piano l’orchestra, fino a dirigerne non più i suoni, ma le
mani, le braccia e i movimenti, con i musicisti che imitano il direttore
mimandone ogni postura dettata, in un’atmosfera decisamente unica.
L’ultimo
angolo delle star lo riservo a quella che per me è stata in sostanza
la delusione del festival: il duo Pat Metheny – Charlie Haden. Insieme
i due hanno proposto dal vivo il loro CD Beyond the Missouri sky. Cornice
suggestiva, nella sala della Galleria Nazionale, ma la musica ascoltata,
calde e rilassate melodie senza strillare, è mancata in propulsione,
con un Metheny sempre magistrale ma quasi ingabbiato in melodie che tiravano
il freno a mano a quelle sue fughe lunghissime, e soprattutto, decisamente,
con un Haden del tutto deludente, non solo perché autoridotto a
comprimario, ma piuttosto perché incapace (anche tecnicamente,
temo) di apportare una sensibilità e una perizia che erano assolutamente
la linfa di cui brani così lievi e suonati in due avevano bisogno
vitale. Qualunque bassista di medio livello avrebbe dato una resa simile,
e sinceramente a poco vale la difesa di chi attribuisce ad Haden l’attenzione
scrupolosa al suono e alla melodia: proprio melodicamente è stato
al più elementare, ma più spesso realmente banale e completamente
piatto su note che, sì, suoneranno pure del bel legno di un bel
basso, ma sono comunque esattamente le note che avresti suonato tu avendo
soltanto gli accordi davanti, il che per una leggenda del jazz è
francamente un po’ inquietante, perché lascia molto riflettere
su come diavolo nascano a volte i miti. Mah…
Il resto? Tante, tante note, musica a quintali, ovunque, e molti altri
concerti che ho visto ed evito di elencare per non affondare l’articolo
sotto plumbee pesantezze in bytes… Comunque come al solito è
spesso divertentissimo ascoltare concerti in piazza, con la gente che
balla e si appassiona anche se magari con un CD di jazz a casa dormirebbe
per ore. E’ una parte molto pagana della storia, ma dà emozioni
anche questa, e allora perché no? In piazza c’è stato
spazio per il blues, il soul, le musiche creole, il jazz tradizionale
di Bucky Pizzarelli (che è stato un piacere ascoltare sia all’aperto
sia in enoteca davanti a buon vino e suzzichini…)… E poi i
concerti di S. Cecilia, con voci femminili di valore, e poi il jazz italiano,
che con la label Egea tira fuori ad ogni edizione del festival piccole
e grandi perle –ve ne parlerò nei prossimi numeri-, e poi…
e poi… venite a Perugia, anche se non so come farete il prossimo
anno, quando ci sarà il trentennale e trovare un letto, impresa
già titanica nel periodo, diverrà davvero complicato…
organizziamo il gruppo vacanze TNT, se volete, e ci si trova lì!
;-)
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