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Artista/Gruppo: Tanti...
Titolo: Umbria Jazz 04
Web site: www.umbriajazz.com
Recensore: Pire Luigi Zanzi
Pubb. il: 28/11/2004
Copyright: Pier Luigi Zanzi per www.music-on-tnt.com

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UMBRIA JAZZ 04: due festival in uno Ce l'hanno insegnato tante civiltà, tante filosofie: alla fine una verità, una strada sola, un solo modo di vedere e sentire non esistono, e d'altra parte tante delle possibili scelte che tutte insieme fanno le cose che incontriamo nella vita sono, a guardarne l'essenza, una fila sterminata di bivi, di "sì/no", "di qua/ di là", e pure il tentativo di mischiarci dentro almeno un rassicurante "giusto/sbagliato" funziona quasi sempre malissimo. Non so se a Perugia il festival abbia approfittato di queste amene considerazioni in buona o cattiva fede, ma comincia ad essere evidente che l'andazzo (pardon, trend) è più o meno questo.

E' già qualche anno che la popolarissima, seguitissima manifestazione concretizza le sue due anime, popolare e colta, attraverso formule che a vari livelli riescono ad attrarre puristi e neofiti, e sembra che ormai si sia giunti ad una sorta di scissione: da un lato le grandi serate nell'arena di S. Giuliana, con migliaia di spettatori e un cast di notevole livello per gli appassionati di musica pop, rock e soul; dall'altro le notti ed i pomeriggi nei teatri e nelle piccole sale per coloro che a Umbria Jazz vogliono ascoltare, più o meno, jazz, finalmente un po' assortiti dopo inutili anni in cui la fusion e le contaminazioni erano la peste per chi sembrava non poter tollerare altro che swing, tema-improvvisazione e via così con tutto lo standardizzato possibile. In mezzo, i tanti concerti di tutte le musiche messe insieme nelle due piazze del centro perugino, a divertire chiunque passi, perché tanto qualunque cosa si ascolti la si può lasciar lì, per male che vada, e allontanarsi per una nuova "vasca" lungo Corso Vannucci.

Umbria Jazz sembra sempre più questo, piaccia o no.

All'arena sono passati, a parte due o tre straordinarie deviazioni verso il jazz di cui parleremo dopo, Giorgia, Alicia Keys, James Brown, Gorge Clinton, la Blues Brothers Band, B. B. King e lo strepitoso, indimenticabile viaggio nella musica pop del ventesimo secolo offerto da Burt Bacharach, nonché il divertente e simpatico Michael Bublè, che ha comunque offerto una performance gradevolissima. Insomma, è evidente che leggere "jazz" sul grande telo nero alle spalle di questi artisti è stato piuttosto divertente; non perché non siano stati bei concerti (anzi, spesso il contrario), ma perché di improvvisato, di "dondolante", di. sì, ecco, di jazz non c'era proprio l'ombra.

I teatri di Perugia, nel frattempo, o subito dopo, o prima, hanno ospitato concerti notevoli e spesso davvero splendidi: John Scofield, Richard Galliano, Michel Portal, Brad Melhdau, Rosa Passos, Michel Camilo, il "ragazzo-prodigio" Francesco Cafiso e molti altri. Nulla di consigliabile ai tanti, tantissimi che giravano per la città in cerca di una musica divertente per accompagnare birra in bicchiere di plastica e chiacchierata -anche qui, per chiarezza, non c'è nulla di male, a parte che, dopo, i bicchieri sarebbe carino buttarli nei cassonetti-, eppure, manco a dirlo, questi sono stati gli spazi che hanno offerto le cose più interessanti.

Provo a raccontarvi un po' delle emozioni vissute, e non sapendo in quale altro modo metterle in sequenza uso l'ordine cronologico.

Keith Jarrett, per cominciare e perché è stato strepitoso. L'esibizione è partita col solito terrore associato a qualunque momento preliminare di un concerto di Jarrett, col presentatore ad avvertire che per contratto (!) il divino può alzarsi al primo flash e andarsene, il che suonerebbe (poco) come un danno più che come una beffa, dopo quello che UJ04 e gli spettatori hanno speso per averlo e vederlo, dopo che l'aeroporto di Perugia è stato tenuto aperto fino a tardi solo per Lui - a "prezzo", pare, di una saggia vagonata di pass per il personale della torre di controllo -, dopo aver portato sul palco nel pomeriggio i soliti due pianoforti perché nel soundcheck il divino suddetto potesse, sempre come da contratto, scegliere il migliore. insomma, l'Evento andava gestito a dovere, ma l'antipatico e strabiliante artista era, bontà sua, di buonumore, e tutto è andato liscio, con un fluire di musica davvero meravigliosamente costruito dal trio e perfino, udite udite, con un paio di errori all'inizio della seconda parte, quando qualche ripresa e qualche stop non hanno funzionato alla perfezione, il che è assolutamente normale per parecchi ma col trio dalla T maiuscola è una rarità assoluta. Jarrett che suona jazz venato di blues è sublime fino a far dimenticare quanto costui sia insopportabile, e nel finale si fa pure fotografare abbozzando sorrisi. Davvero superlativo.

The Bad Plus. Non perdetevi questo trio se mai capiterà sul vostro percorso. Vengono da New York, fanno un jazz assolutamente destrutturato, devastante in molti momenti e comunque estremo, con brani costruiti di spezzature ritmiche e improvvisi break, armonie mai banali e inventiva. In un teatro piccolo come lo splendido Morlacchi l'effetto è ancor più dirompente, coi tre che salgono sul palco avvicinandosi a piano, contrabbasso e una minimale batteria, a dar l'idea di un jazz quieto e in qualche modo ordinario. Dopo pochi secondi ti accorgi che non sarà così. Davvero una delle pochissime cose nuove sentite negli ultimi tempi.

Manhattan transfer. Peccato che queste seratone all'arena di S. Giuliana siano spesso dedicate a due aritsti che si dividono il tempo. Per il mitico quartetto c'è un'oretta, usata con bravura e molto mestiere, cavalcando l'onda lunghissima dei loro successi con l'equilibrio vocale tuttora straordinario che li unisce. Sanno perfettamente come far divertire e sembra che anche loro si divertano ancora con le loro canzoni che pescano tra swing classico, pop d'alto bordo, Brasile e jazz. Peccato solo per l'inclusione nella scaletta di brani tratti dall'ultimo lavoro, che non brillano per bellezza e creatività né per efficacia, e che tra l'altro fanno una figura pessima al cospetto di tutte le altre straordinarie canzoni che le circondano.

Count Basie Orchestra. Arriva dopo i Manhattan transfer e fa battere il piede a ritmo per un'ora e mezza a tutta l'arena. E' l'ultima grande orchestra "dei tempi andati" e suona quel che è sensato suonare quando si rappresenta una leggenda in qualche modo vivente. Inutile elencare brani e bravure varie: swing solidissimo, reso in modo estremamente sobrio, pulito, godibilissimo, con solisti precisi ed eleganti in ogni loro intervento. Una macchina da swing, come è stata sempre chiamata da quando esiste, che però non finisce di portare avanti lo stesso messaggio allo stesso modo.

Michel Camilo trio. Qui, come si dice, hanno fatto "i botti". Camilo è un pianista dotato di una tecnica assolutamente prodigiosa, velocissimo e con una padronanza della tastiera davvero impressionante. In più utilizza queste capacità per dar vita ad una musica estremamente coinvolgente, ammiccante quanto basta sul piano ritmico, intrisa di musica latin e tempi tiratissimi. Finalmente ora il trio ha un bassista in grado di tenere il passo, dopo un Anthony Jackson che veniva messo alle. corde da Camilo e dal prodigioso Horacio "el negro" Hernandez alla batteria, potentissimo e capace di riempire di applausi e urla il teatro con una forza ed una ricchezza sonora incredibili. Dal punto di vista musicale le composizioni sono buone, ma la grandezza del trio è assolutamente nell'esecuzione, sicché il concerto, a cui sono tornato memore dell'esibizione di due anni prima nello stesso festival, è stato assolutamente divertente e bello.

Rosa Passos. Sconosciuta per alcuni, regina della bossanova per altri. Molta grazia e delicatezza nel concerto di un'artista che ha avuto spazio per una serie di performance notturne al teatro del Pavone. Se dalla bossa vi aspettate novità a pioggia magari non ci siamo, però la classe c'è, e il modo di cantare e suonare, pur classico del genere, è comunque di alto livello.

Bebo Ferra. Questo chitarrista sardo fa parte della squadra di musicisti che Egea porta avanti con un certo orgoglio sulla scena e sul mercato. Della grande qualità offerta dai progetti Egea abbiamo parlato più volte, e Ferra conferma la strada, con un concerto molto intenso, ben suonato da un quartetto di prim'ordine per tecnica e sensibilità musicale, per una musica che ancora una volta potrebbe far immaginare Egea come una sorta di ECM dell'Europa mediterranea, tra tradizione popolare, improvvisazione jazz e atmosfere quasi cameristiche. L'ospite Maria Pia De Vito ha regalato minuti di grande improvvisazione. Davvero un bel concerto.

Francesco Cafiso. Il quindicenne di Vittoria è un prodigio e cominciano a saperlo in molti. Lo sa Umbria Jazz che praticamente per tutta la settimana gli ha affidato un'ora e mezzo del programma pomeridiano al Pavone, ma lo sa anche Wynton Marsalis che lo ha voluto con sé in più occasioni e sta coltivando il talento eccezionale di questo ragazzo. Cafiso suona un jazz classico, in cui il be-bop e il blues fanno la parte del leone. La sua capacità di tirar fuori note è stupefacente; note a fiumi, con un fraseggio che dà idea di una conoscenza degli stili già molto evoluta. I "punti aperti" sono nel rischio di bruciarsi troppo in fretta - ma gli auguro assolutamente il contrario -, nella personalità già molto forte, che in contesti come quelli di un gruppo jazz può portare alla prevaricazione, e nell'originalità della proposta e delle idee esposte, cosa che ovviamente non ha troppo senso pretendere ora ma che tra qualche anno sarà obbligatoria per crescere davvero alla grande. Intanto è incredibile vederlo all'opera.

Michael Bublé. Grande platea per un cantante che, diciamocelo tranquillamente, ha buone doti ma nulla di particolare da ricordare che riguardi solo lui e non altre centinaia di interpreti meno seguiti in termini di produzione (David Foster, mica uno qualunque.). Il concerto, obiettivamente, è gradevolissimo e scivola via che è un piacere, col signorino a cantare - bene - un repertorio rassicurante e a giochicchiare col pubblico - tutto preparato, per carità, ma carino -. Bublé sa stare sul palco, sa intrattenere e canta bene quel che propone. Ripeto, proprio niente di che, ma se il genere piace... perché no?

Burt Bacharach. Commovente, per tanti motivi. Bacharach ha 76 anni, il suo tour va visto anche per questo, purtroppo. Il giorno dopo ritiro la scaletta in sala stampa, per il divertimento di leggerla, e sorrido perché un concerto con una cinquantina di pezzi non è proprio da tutti. La formula è stata spesso quella dei medley, ma anche di brani proposti per intero in casi eclatanti o che stavano particolarmente a cuore allo stesso Bacharach, comunicativo e divertente. Avevo al mio fianco un ragazzo che - per fortune sue, diverse da quelle degli altri giovincelli che a Perugia pagano piuttosto caro Umbria Jazz - poteva entrare a tutti i concerti; non sapeva neanche chi fosse Bacharach. L'ho avvertito che avrebbe avuto sorprese continue, e ovviamente mai profezia fu più facile: per una quindicina di volte si è girato verso me a chiedermi "ma dai, pure questa è sua?!?!". Non è stato solo un concerto, è stato anche sfogliare, ascoltandola, un'enciclopedia della musica leggera del '900. Più che cantare sui brani il pubblico sembrava volarci sopra con le parole, uno spettacolo che solo Paul McCartney può restituire in modo simile, per via di quella inarrivabile capacità che li accomuna nel produrre in quantità e qualità la semplicità più longeva del secolo scorso.

Non saprei dire se serva concludere con qualcosa che deifnisca ulteriormente la situazione di Umbria Jazz, il "com'è andata" e il "come potrebbe andare in futuro". L'evento è senz'altro importante e comunque pieno di fascino, per cui tra l'altro è bello esserci anche solo da mattina a sera, per un paio di concerti in piazza e una passeggiata tra le note. Non è più il momento in cui le più grandi star del jazz in circolazione si radunano in un solo luogo, ed è un po' tutto il mondo della musica live ad andare così: a Roma come in molti altri luoghi si sono tenute parallelamente manifestazioni dal nome meno antico ma ricchissime di ottima musica, e qualche artista tra l'altro Umbria Jazz se l'è pure perso, lasciandolo ad altri festival. Fortunatamente di cose buone se ne sentono in modo più "sparso", sicché la profana sacralità che un tempo veniva attribuita a queste manifestazioni è ora diluita nell'ampio spettro di proposte che, specie a Luglio, riempiono tanti luoghi dell'Italia che vuole ascoltare musica.

Insomma, una manifestazione sempre importantissima, la cui unicità non va più ricercata nel cast ma nel modo in cui di così tanta musica è possibile fruire ogni giorno e in diversi luoghi, a prezzi che verso l'alto sono per parecchi proibitivi ma che comunque partono da zero, e intorno ai 10 euro consentono comunque di assistere a concerti di grande livello. Fate voi!