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Manifestazione: | Umbria Jazz 2006 |
| Titolo: | ---- | |
| Organizzazione: | ---- | |
| Web site: | ---- | |
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| Recensore: | Pier Luigi Zanzi | |
| Pubb. il: | 24/09/2006 | |
| Copyright: | Pier Luigi Zanzi per www.music-on-tnt.com |
| Sei in: Home > Live |
Umbria Jazz 06, l 'avrete forse già letto su qualche quotidiano, è stato un bel festival, decisamente migliore delle due annate precedenti, caratterizzate da un esproprio pop ai danni del jazz, con una distinzione stavolta netta tra due generi intesi come due modi di vedere la musica, nel primo caso scrivendo una canzone, strutturandola dall'inizio alla fine, nel secondo improvvisando oltre a costruire, e anzi costruendo anche attraverso l'improvvisazione. Come al solito veniamo ai fatti, altrimenti ci si dilunga in filosofeggiamenti. Perugia si è come di consueto riempita di appassionati, turisti per qualche nota da prendere al volo, birra, suoni e atmosfera. Il cartellone era ricco e ben diverso dagli ultimi due anni, che avevano visto trionfare il pop (anche bello, per carità) nel grande spazio dell'Arena di S. Giuliana, quello dei concerti in prima serata, lasciando il jazz chiuso nei piccoli teatri ed in orari buoni spesso solo per chi a Perugia poteva passare l'intera giornata. Stavolta invece i grandi big del jazz hanno trovato uno stadio ad accoglierli. Oltre ai numerosi momenti live vissuti nelle due piazze del centro, e disponibili gratuitamente per chiunque passasse di lì, ecco i concerti visti: BRAD MEHLDAU TRIO Ormai Mehldau, scoperto almeno in parte proprio grazie a Umbria Jazz, si becca la targa di "affabulatore" quasi come Armstrong è Satchmo, non se ne esce. E' però innegabile che il suo far musica racconti qualcosa di intensamente "romantico", un lirismo e una sensibilità musicale affascinanti al punto di risultare, per quanto mi riguarda, colui che più degli altri mi ha distolto dall'ascoltarne la tecnica -pur cristallina e ovviamente elevatissima-, capace com'è di puntare dritto alla musicalità, al famoso "messaggio sonoro". Larry Grenadier ormai col suo contrabbasso è una spalla solida e vicina al leader, ma il figurone l'ha fatto Jeff Ballard alla batteria, eccezionale per precisione e minuziose raffinatezze, specie sul side del rullante. SHORTER - PEREZ - PATITUCCI - BLADE Ho avuto modo di parlarvene un paio di edizioni fa, e ribadisco che questo quartetto è quanto di più alto stia esprimendo il jazz negli ultimi anni. Siamo, per capirci, ad un free jazz che però ha compattezza armonica e ritmica, solidità incredibile pur essendo di fatto unico ad ogni esecuzione. I temi sono un pretesto, dire che c'è una track list è vero ma è come dire che quattro amici si vedono per un caffè: il caffè magari lo prendono pure, ma praticamente non ne tengono conto, lo sorseggiano spostando l'essenza del loro incontro sulle cose che hanno da dire. Questi quattro giganti hanno tenuto un concerto impressionante per coesione, inventiva, tecnica e intelligenza, e soprattutto per come tutte queste cose si unissero splendidamente. Perez e Patitucci in qualche modo divengono spesso creatori dell'idea, della tessitura embrionale su cui ad ogni immagine tutti e quattro ripartono, a ricercare e ricercarsi -trovandosi con facilità imbarazzante-. Shorter non si è mai caratterizzato -e quindi figuriamoci ora- per essere uno da 70 note al secondo, e può tranquillamente permettersi di puntare tutto sull'espressività, sull'intensità con cui disegna spesso il tratto principale all'interno della costruzione sonora ma anche sulla discrezione con cui sa farlo, sempre in armonia con gli altri tre. Brian Blade è potenza esplosiva e roboante come pure rallentamenti improvvisi e rapidissimi al cambio di scena, uno dei più grandi esempi possibili nell'ambito batteristico di cosa possa significare interplay. Danilo Perez sa imprimere variazioni timbriche, ritmiche ed armoniche lasciando la sensazione di stare sempre in linea con quel che suonava pochi secondi prima finché dopo tre minuti non lo ritrovi in effetti altrove. John Patitucci è, come la sua storia musicale può raccontare ampiamente, un fuoriclasse assoluto in grado di suonare, semplicemente, quel che vuole, al ritmo, al volume, col suono che vuole. E' stato un concerto straordinario, per nulla semplice eppure magnifico. CHICK COREA Il grandissimo Armando è un altro di quelli che coi tasti di un pianoforte fanno un po' quel che vogliono avendo mezzi tecnici e artistici con pochi paragoni possibili, al di là dei gusti di ciascuno. stavolta ha pensato bene di venire a Umbria Jazz con un'orchestra e portare un programma siffatto: un suo concerto per pianoforte e orchestra diviso in cinque movimenti, tra i quali (precisamente alla fine del primo) ha trovato che potesse star benissimo il concerto per pianoforte e orchestra di Mozart n. 24, eseguito in modo da non far storcere il naso ai puristi, ma "semplicemente" tornando a dare significato alla cadenza, la parte finale di un movimento in cui all'esecutore veniva lasciato spazio per improvvisare: ecco, l'improvvisazione era di Chick Corea, il che forse qualche problema di impatto a qualcuno può averlo creato, ma è stato davvero un bellissimo aspetto di un bellissimo concerto, per un musicista la cui versatilità è ormai indiscutibilmente un altro dei suoi punti forti. RON CARTER - MULGREW MILLER - RUSSELL MALONE Appuntamento in teatro al pomeriggio per un trio costituito da una leggenda, un bel nome e un "emergente"; dico subito che il concerto mi ha un po' deluso, ma probabilmente le grandi aspettative in generale non aiutano. Un repertorio di standard e composizioni originali ma comunque nel solco del jazz più classico ha visto Miller fare "piano jazz" e Malone fare "chitarra jazz", cioè... bravi, ovviamente e come era da attendersi, ma decisamente classici, senza alcuno spunto particolarmente personale, originale... Carter continua a suonare in un modo che invece ha personalità da decenni. Quel suo gusto nello "svisare" su un contrabbasso ha il sapore di un marchio di fabbrica e, col suo stile e la sua presenza, ha costituito il punto decisamente positivo di un concerto che per il resto non ha aggiunto nulla al pomeriggio perugino e forse al jazz. PAOLO FRESU PAF TRIO Un concerto vivace, vitale, allegro, lieve senza esser leggero, pieno senza pesare. Bravi, simpatici, uniti, trascinanti. Antonello Salis fa vibrare il piano di ritmo e volumi sostenuti, e ci regala un'energica fisarmonica. Furio Di Castri è "musicale" e melodico come un musicista mediterraneo di alto livello sa essere, cioè senza indugiare nelle cartoline sonore e invece esplorando, con perizia e misura. Fresu ha pulizia, determinazione, classe e la capacità di essere parte di un trio anche se molti sono lì dando implicitamente a lui il ruolo di leader. L'effettistica sulla tromba, l'arricchimento ritmico fornito da Di Castri e Salis con... buste di plastica e fogli di quotidiani strappati,le frasi divertite che scambiano col pubblico e tra loro, questo e molto altro contribuisce a fare del concerto un evento speciale, decisamente piacevole oltre che molto bello sul piano musicale, coi tre a proporre un atipico mix di jazz d'influenza popolare in salsa italiana, ad un livello stilisticamente molto elevato. Decisamente un trio da vedere, oltre che sentire. GARY BURTON GENERATIONS QUINTET E' uno dei concerti a cui molti sono andati ad assistere "perché sì", perché Burton è ormai parte della storia del jazz e lo si va a sentire, punto e basta. Il vibrafonista si presenta con chitarrista, pianista, bassista e batterista che hanno ciascuno meno della metà degli anni suoi, ed è un piacere ascoltarli, in un repertorio "tranquillo", ricco di composizioni dei quattro giovani elementi del gruppo. Un jazz rilassato, con lievi influenze fusion, in cui ognuno fa una discreta figura, Burton continua ad essere un esempio di eleganza e maestria e il pianista chiama a sé molti degli applausi per via di una notevole caratura tecnica, maggiormente ispirata al classico piuttosto che al jazz, già piuttosto solida. PAT METHENY TRIO Arena di S. Giuliana quasi del tutto piena, è uno degli eventi top del festival. Qualche anno fa l'ho visto sempre ad Umbria Jazz in duo con Charlie Haden, in un concerto che personalmente ho trovato parecchio noioso. Stavolta Pat fa il jazzista, ma non dimentica di essere ciò che è e prima di suonare in trio delizia chi lo aspettava con venti minuti acustici in solitudine, anche con la sua "multicorde" (in pratica quattro o cinque set di corde, uno classico come le chitarre normali ed altri "sparsi" sul corpo della chitarra, ovviamente senza che vi si possano suonare accordi diversi da quello previsto nell'accordatura), in cui si dedica al suo repertorio più cantabile, con "this is not America", "last train home" (devastata armonicamente come la si sente nel CD "a quiet night") ed altre, in un medley che naturalmente fa canticchiare quasi tutti. Poi arrivano gli altri due, e il paradosso a cui si arriva è che Metheny rischia di essere o sembrare "il meno bravo": Christian Mc Bride al contrabbasso e Antonio Sanchez alla batteria forniscono una miscela impressionante di potenza, controllo, velocità, precisione... Strepitosi, da urlo, con Pat certamente ad alti livelli ma comunque per forza di cose non debordante di fronte a tanta bravura, cosicché le lodi sono uniformemente distribuite. Escono più volte per i bis, con Mc Bride che imbraccia il basso elettrico e, come ci si poteva attendere vista la facilità con cui faceva suonare il contrabbasso, sembra avere a che fare con un giocattolino. Grandi. JOHN SCOFIELD - LARRY GOLDINGS - JACK DeJOHNETTE Ho visto molto poco, tra arrivo in ritardo e abbandono in anticipo, ma ho avuto una sensazione che purtroppo non mi si stacca di dosso quando sento Scofield: tecnica, intelligenza, sobrietà, senso del blues, ma un discorso musicale che fisicamente sembra sembre piazzarsi in testa e non scendere mai al cuore, alla pancia... un jazz-rock fatto di idee molto "pensate", in qualche modo ben poco caldo. Goldings compensa per quanto può, con l'Hammond a dare corpo e morbidezza affascinanti, e DeJohnette sembra suonare come se andasse a fare una passeggiata, tranquillo, con uno stile che ormai lo identifica. MARIA PIA DE VITO - DANILO REA - ENZO PIETROPAOLI Questo piacevolissimo, sensibile trio sta portando in giro (e ha dato alle stampe in CD) una rivisitazione rispettosa e di grande qualità di parte del repertorio di Joni Mitchell (che molto sobriamente definirei una delle più grandi autrici di canzoni "originali" in tutti i sensi). La De Vito riesce ad "entrare nella parte" anche timbricamente, ma dà ampia dimostrazione delle grandi qualità di cui è dotata in molti modi, divertendo anche il pubblico con l'elettronica quando si sovrappone col suo canto e le sue improvvisazioni ad un paio di loop ritmici creati sul momento e che lascia girare al sequencer mentre ci vola sopra. Rea e Peitropaoli a volte danno la sensazione di esser quasi fatti per suonare insieme, il che è molto probabilmente dovuto al loro effettivo far musica insieme da molto tempo e in vari territori, quasi sempre di confine tra jazz e pop come capita loro spesso ad esempio nel progetto Doctor 3. Si tratta di canzoni, splendide canzoni, che i tre vestono di eleganza avendo il buon senso di esaltare l'esistente, enfatizzare la bellezza di quanto la Mitchell abbia saputo fare in fase di composizione. Per chi ama Joni Mitchell c'è da star davvero bene, qui non solo non si maltratta nulla, ma si aggiunge valore. IL FESTIVAL Dell'atmosfera ho già detto; posso aggiungere solo che fa molto piacere vedere così tanta gente affollarsi in concerti di artisti poco noti e seguire le loro performance cantando, ballando e incoraggiandoli. Questo continua a fare di Perugia un luogo speciale per un festival diverso da altri proprio per questo. L'invadenza degli sponsor, pur palese perché disseminata ovunque in città, è comunque ininfluente se non anche positiva per alcuni concerti, quindi sinceramente non trovo che sia il caso di farci su polemiche, visto che per fare un festival così, in modo che ci sia qualità e che ci si guadagni com'è giusto che sia, ci vuole inevitabilmente mercato. Speriamo che questo notevole salto di qualità non sia un picco anomalo ma il segnale di una tendenza rinnovata verso il grande jazz. Semmai qualche spunto innovativo in più non guasterebbe, come è accaduto in passato con gente come i Bad Plus. Vedremo, ma intanto va già bene così.
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