Finardi monografia Artista/Gruppo: Eugenio Finardi
Titolo: Dolce Eugenio
Web site: www.eugeniofinardi.it
Autore: Alino Stea
Pubb. il: 25/09/2005
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Eugenio Finardi è oggi, soprattutto per le nuove generazioni, un illustre sconosciuto. Ma anche le vecchie generazioni lo imbalsamano spesso a futura memoria solo per una certa ‘musica ribelle’, buona ancora per qualche prurito tardosessantottino o, al massimo, per farsi qualche altro spinello fuori tempo massimo.

Per me non è così.

Vorrei soffermarmi un attimo, prima di cominciare, su un disco del 1989, IL VENTO DI ELORA: quell’album contiene un brano intitolato “Come in uno specchio”.

All’epoca già stimavo e apprezzavo Finardi, ma quel disco e quella canzone hanno acceso per sempre in me quella famosa scintilla: d’amore?

Si, perché da quel momento ho capito che c’era almeno un’altra persona al mondo che viveva le cose, sbagliando e correggendosi, cadendo e rialzandosi, sbandando e raddrizzandosi come me.

Quindi vi preparo: questa breve monografia (a proposito, fatevi guidare sempre dalla discografia dettagliata pubblicata sul forum) cercherà di non essere un’apologia di Finardi, ma fatalmente sarà condizionata dalla profonda stima che nutro per quest’uomo, prima ancora che per l’artista. 

Cominciamo: primi anni ’70, tra lotte operaie e moti studenteschi, le prime aberrazioni armate, ma, soprattutto, la politica vissuta ancora come passione e impegno, per far sì che lo star bene noi fosse premessa e viatico per lo star bene tutti.

Solidarietà e condivisione oggi sono parole che certa cultura liberista, aiutata da alcuni spudorati saltimbanchi che si professano di centro-sinistra (attenzione alla prima parolina magica!!!), ha ridotto a macchiette ideologiche, ma in quegli anni non era così
.
Ripeto: le ingenuità e gli errori anche tragici ci sono stati e hanno lasciato il segno, ma gli ideali erano alti e tali sono rimasti.

A livello musicale ci si dibatteva tra i cantautori impegnati socialmente e polticamente (che però di rock ne masticavano pochino o niente) e i gruppi progressive che mutuavano i loro linguaggi dall’Inghilterra, pur contaminandoli con la nostra mediterraneità.

Finardi esula da tutto ciò: il suo background familiare e culturale è intriso di America e musicalmente tutto ciò lo si avverte nell’esordio su album del 1975, NON GETTATE ALCUN OGGETTO DAI FINESTRINI.

Il disco è seminale: il rombare arrembante delle chitarre elettriche è accoppiato ad una batteria finalmente non mixata in sottofondo, mentre il violino di Lucio Fabbri non disegna paesaggi pacificanti, ma inquieta e carica di tensione l’ascolto.
Insomma, per il pacato orizzonte cantautorale dell’epoca (fatte salve le prime irruenze sonore di Edoardo Bennato) è un salutare shock!

Citata di passaggio la presenza nei ‘credits’ di Franco Battiato alle tastiere elettroniche (con lo pseudonimo di Franc Jonia – i grandi si riconoscono subito tra loro e collaborano...), sottolineo che quest’album è senza compromessi anche liricamente: militanza pura, con qualche ingenuità ma anche tanto sincero entusiasmo.

Tra tanto rock (i primi quattro brani della sequenza sono esemplari), però, un occhio di riguardo alla dolcezza serena e consapevole di “Afghanistan”.
Il seguito è SUGO, titolo tanto italiano quanto inconsueto, che contiene due tra i brani più famosi del nostro: la programmatica “Musica ribelle” (splendido spaccato di una cultura e di un preciso momento storico) e “La radio”, country inneggiante al nascente fenomeno delle radio libere.
Ma il cuore pulsante di quest’album è anche altrove: nei rock trascinanti di “Soldi” e di “Voglio”, nella strumentale “Quasar” (memore di certe contemporanee sperimentazioni sonore degli Area) e nella reggaeggiante “La C.I.A.”.

Un discorso a parte merita “La paura del domani”, spietata autoanalisi – in un’atmosfera di stordimento sonoro –  non solo della situazione socio-politica, ma anche (e soprattutto) del proprio io, primo esempio (più avanti ne segnalerò altri) di stupefacente sincerità e lucidità nell’indagare nelle pieghe più nascoste e pericolose della nostra coscienza.

Un anno dopo, 1977, esce DIESEL, con un suono meno anarchico e più codificato (ritmiche meno complesse, uso dei fiati e, ahimé, anche i coretti femminili tanto di moda nelle classifiche), ma anche con brani splendidi per poesia e coerenza, da “Non diventare grande mai” a “Zucchero” fino a “Non è nel cuore”.
Il capolavoro dell’album è comunque la canzone omonima, dolente e partecipato ritratto di un’Italia vera e lontana da quella cantata nelle canzonette (con delle splendide tastiere a guidare il tutto), anche se non posso dimenticare due brani cui sono particolarmente affezionato: “Giai Phong”, orgogliosa invettiva contro l’egemonia economico-militare degli Stati Uniti, e “Scimmia”, amarissima e spietatissima fotografia autobiografica della tossicodipendenza.  
    
Ancora un anno e Finardi dà alle stampe BLITZ, primo suo consistente successo discografico, grazie ad una maggiore raffinatezza nel suono e grazie anche alla presenza nel disco di un brano giustamente conosciutissimo, “Extraterrestre”, una riuscitissima escursione tra sogno e realtà.
Ma quella canzone è anche il sintomo che qualcosa sta cambiando, nella società e in Finardi: le lotte politiche e sociali non hanno ottenuto ciò che ci si era prefissi e allora molti hanno scelto il famoso ‘riflusso’, il ripiegamento disilluso, cioè, nel privato.
Da questo punto di vista questo disco è esemplare e compatto: “Come un animale”, “Affetto”, “Cuba” sono autentici affreschi in bilico tra pubblico e privato, tra due stili di vita sempre più divergenti tra loro.
Ma ancora una volta non manca il momento in cui ci si guarda dentro per scavare e tirare fuori l’abisso che c’è in noi e che ci spaventa prima e ci conforta poi: “Northampton, genn. ‘78”: padre e figlio a confronto, altro che le fiabe di Cat Stevens!

In quattro anni Finardi ha inciso quattro dischi completi, complessi, con pochissimi momenti deboli: sarebbe ora di tirare il fiato.

E invece il nostro tira troppo la corda e produce un disco che, viste le premesse, sue personali e sociali, non può essere altro che così: ROCCANDO ROLLANDO è debole dal punto di vista compositivo e, per di più, ammicca pericolosamente al mercato.

Unici momenti di valore sono “Why love”, “Legalizzatela”, l’autobiografica e disincantata “Zerbo” e “La canzone dell’acqua”, dolcissima.

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