Finardi monografia Artista/Gruppo: Eugenio Finardi
Titolo: Dolce Eugenio
Web site: www.eugeniofinardi.it
Autore: Alino Stea
Pubb. il: 02/10/2005
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Finardi si prende allora una pausa per, come si dice, riordinare le idee e ciò che ne viene fuori, nel 1981, è una cosa del tutto nuova, del tutto diversa dai dischi concepiti e incisi negli anni '70, ma non necessariamente meno valida.

Il nostro cambia casa discografica e originariamente vuole incidere un disco fondamentalmente elettronico (come vuole l'imperante moda d'oltremanica del tecno-pop) in lingua inglese: la prima opzione rimane, la seconda gli viene negata e deve tradurre (con l'aiuto di Valerio Negrini) i testi in italiano con risultati, anche metricamente, non sempre brillanti.

L'album è FINARDI e il brano guida è la serratissima “Trappole”, mentre altri momenti topici sono il curioso tecno-reggae “Valeria come stai” e la delicatissima “Patrizia”.

Il progetto del disco in inglese è rimandato all'anno successivo con SECRET STREETS: vengono riprese alcune canzoni dell'album precedente (con nuovi mixaggi), ma su tutte brilla un brano inedito, uno splendido, straziante blues, ingiustamente trascurato negli anni dallo stesso autore, “A blues for the eighties”.

Ormai, in quegli anni, Finardi è totalmente preso dalla tecnologia applicata alla musica e così, anche grazie ad una lucida messa a fuoco delle sue nuove fonti di ispirazione, ci regala nel 1983 un disco ipertecnologico (DAL BLU è tutto inciso con il fairlight, un computer molto in voga in quegli anni, in grado di riprodurre qualsiasi tipo di suono),ma, paradossalmente romanticissimo: tutte le canzoni sono intrise di amabili e intimi sentimenti sia pure riletti con gli occhi della modernità, ma un riferimento di riguardo va a “Dal blu”, “Amore diverso”, “Notte”, “Le ragazze di Osaka” e “Laura degli specchi”.

Dopo l'ottimo DAL BLU e STRADE (che celebra la voglia del nostro di suonare continuamente dal vivo), la caduta è inaspettata e dolorosa: Finardi partecipa per la prima volta a Sanremo con “Vorrei svegliarti” e pubblica un album (COLPI DI FULMINE) raffazzonato, molto alla moda ma totalmente privo di quella vera e coinvolgente tensione emotiva che aveva sempre contraddistinto i precedenti dischi del cantautore italo-americano [breve ma divertente aneddoto: l'inciso della canzone sanremese recita “I miss you tonight”. In quei giorni, in cui il livello culturale della nostra musica, già basso, precipita solitamente verso il nulla, un temerario giornalista intervista una signora del pubblico che si mostra furiosa verso Finardi: il motivo? La signora, a digiuno di inglese (e, probabilmente, con molti neuroni in vacanza...) aveva capito che nel ritornello il nostro cantava “A messa io mai” (!!!)].

A questo punto si impone una pausa (con annesso soggiorno negli Stati Uniti) per ripensare la propria evoluzione artistica.

Il frutto che ne viene fuori è DOLCE ITALIA (1987): al di là della canzone omonima (purtroppo fraintesa e comunque sincera e veramente dolce nella sua dichiarazione d'amore per il paese di adozione), il disco rivela un autore ritrovato, tanto capace di sprofondare negli abissi della disperazione esistenziale ed affettiva (“La vita fa male” e “Amica”), quanto capace di essere ancora in prima linea a combattere e a sognare (“Soweto” e “I fiori del maggio”).

Il disco abbandona l'elettronica degli ulimi lavori per riprendere un suono più naturale, rock o intimista che sia.

Il positivo periodo compositivo viene confermato dal disco successivo, IL VENTO DI ELORA del 1989: e così ci riallacciamo a quanto dicevo all'inizio.

Il brano “Come in uno specchio” è una vera e propria terapia psicanalitica, con tanto di ‘transfert', rimozioni, rivelazioni e liberazioni: una profondissima e radicale analisi del proprio io che pian piano si trasfigura in un'esperienza di rigenerazione collettiva.

Musicalmente il brano si snoda in maniera ipnotica e raggiunge l'apoteosi nei minuti finali, quando il nostro recita una splendida poesia, “The portage philosophy” di Richard Beauvais.

Provate ad ascoltarla nel buio cercando di liberare la vostra mente da tutto il resto e immergendovi nel flusso lirico e sonoro: sarà un'esperienza catartica!

Ma il resto dell'album non è da meno: da “Il vento di Elora” (un ulteriore scampolo di vita nordamericana da leggersi in parallelo con “Dolce Italia”) alla crudezza de “L'albero delle spade”, dall'infinita tristezza de “Il treno” alla paterna dolcezza di “Favola”.

Il suono è sempre più moderno, ma non odora di plastica, come altre produzioni cantautorali del periodo.

Nel 1990 Finardi cambia di nuovo casa discografica e, per motivi contrattuali, reincide molti suoi classici in LA FORZA DELL'AMORE, album corredato anche dall'inedito brano omonimo e dalla cover di “Una notte in Italia” di Ivano Fossati (che, tra l'altro, duetta col nostro in “Musica ribelle, mentre Ligabue fa altrettanto in “Soweto”).

L'interpretazione del brano di Fossati avrà un'importanza fondamentale nel prosieguo della sua carriera in quanto, col passare degli anni, sempre più Finardi scoprirà in lui una fertilissima vena di interprete puro, complice una voce sempre più matura.

MILLENNIO, del 1991, chiude nel migliore dei modi questa sorta di trilogia iniziata con DOLCE ITALIA.

L'album rivela un autore ormai giunto alla maturità delle sue possibilità espressive: testi appassionatamente lucidi e introspettivi che illustrano una capacità non comune di indagare nella propria e nella altrui coscienza.

I brani, a parte l'ultimo – inutile e non in linea con le altre canzoni – sono splendidi, convincenti e coesi (con menzione particolare per “Mio cucciolo d'uomo”, “Millennio”, “Nell'acqua” e “Mezzaluna”): per me è il capolavoro di Finardi.

Segue nel 1993 ACUSTICA, un album che rilegge, in chiave appunto acustica, alcuni brani del passato, suoi e di altri autori, tra cui Jimi Hendrix, Stephen Stills e Buarque De Hollanda (la tenerissima “Le donne di Atene”).

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