Finardi monografia Artista/Gruppo: Eugenio Finardi
Titolo: Dolce Eugenio
Web site: www.eugeniofinardi.it
Autore: Alino Stea
Pubb. il: 09/10/2005
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Cominciamo quest'ultima parte della monografia riallacciandoci al discorso del Finardi non più solo cantautore, ma soprattutto interprete.

Dopo le suggestive prove citate, l'artista milanese snocciola in rapida sequenza alcune cover, sparse qua e là, di stupefacente partecipazione emotiva e di consumata capacità evocativa, cover che mettono, altresì, in evidenza una voce straordinariamente profonda e calda con quel filo, sempre più consistente, di triste e sofferta voglia, pubblica e privata, di non arrendersi mai:

  1. “I giardini di marzo” di Lucio Battisti (immensa, per come Finardi sa appropriarsi, complice un riuscitissimo arrangiamento, del disagio esistenziale insito nella struttura stessa della canzone – incisa nel ‘93 sull'album tributo INNOCENTI EVASIONI e comunque rintracciabile sull'antologia LA FORZA DELL'AMORE 2 del 2001);
  2. “Dal fronte non è più tornato” e “Il canto della terra” (tratte dal bellissimo album tributo del ‘93 IL VOLO DI VOLODJA dedicato al cantautore russo Vladimir Vysotskij, disco di cui esiste già su ‘music on tnt' una mia recensione);
  3. “Lo sai” (tratta dall'ottimo album tributo del '94 OMAGGIO dedicato al cantautore cubano Pablo Milanes – entrambi questi due dischi-tributo sono filiazioni del ‘Club Tenco');
  4. “Ciao, amore ciao” di Luigi Tenco (incisa nel '94 sull'album tributo QUANDO... e comunque rintracciabile sull'antologia LA FORZA DELL'AMORE 2);
  5. “Non è Francesca” di Lucio Battisti (spessissimo riproposta da Finardi in concerto – tratta dall'album VIVA BATTISTI del 1998);
  6. “La preghiera di Francois Villon” (brano del cantautore georgiano Bulat Okudzava rintracciabile sull'album-compilation del 2001 LETTERE CELESTI);
  7. “Verranno a chiederti del nostro amore” di Fabrizio De André (da brividi: qui, a mio parere, il nostro tocca il vertice della sua capacità di immedesimarsi nel brano che sta interpretando – presente sull'album tributo FABER del 2003, ma registrata dal vivo nel 2000).

Prima di riprendere l'analisi degli album realizzati da Finardi, un piccolo accenno a due ulteriori brani del suo song-book:

  1. “Sull'orlo”, canzone incisa da Fiorella Mannoia sul suo album I TRENI A VAPORE del '92, ottima ma poco conosciuta forse perché penalizzata dall'altissimo livello degli altri brani (di Fossati, De Gregori e Bubola) presenti in quel disco;
  2. “Cinquecento sogni”, bozzetto acustico utilizzato, nel '94, per la pubblicità della nuova 500 della FIAT (vabbé che i tempi sono cambiati, ma ancora oggi mi chiedo perché l'autore di “Musica ribelle” si piegò a ‘lavorare' per la FIAT!!! – brano rarissimo e pubblicato solo su cd promozionale e su una sperduta compilation).

Il Finardi autore in proprio riappare nel 1996 con l'album OCCHI: il suo orecchio è sempre pronto a catturare sonorità sempre al passo coi tempi, ma il song-writing non è brillantissimo e cominciano a fare capolino (fatalmente...) deja-vu sonori e lirici.

I brani migliori mi sembrano “Un uomo”, “Dopo l'amore” e “Uno di noi”, cover di un brano di Joan Osborne.

Nel '98 il nostro si ripropone con ACCADUEO, ma il risultato è, francamente, disarmante: tematiche e arrangiamenti pericolosamente stanchi e ripetitivi.

Manca la convinzione espressiva e la tensione emotiva e il tutto si aggrava con l'inutile partecipazione a Sanremo, nel '99, col brano “Amami Lara”.

In quest'ottica non appare una coincidenza il fatto che i due album più deboli di Eugenio siano stati incisi in concomitanza (o quasi) con le sue partecipazioni rivierasche...

Cambiata ancora una volta etichetta discografica, nel 2001 Finardi si imbarca in un progetto altamente suggestivo: interpretare alcune canzoni di ‘fado' portoghese (un modo tutto struggente di fare musica) in un disco progettato dal chitarrista Marco Poeta.

Oltre al nostro, sono coinvolti al canto due suggestive voci come quelle di Elisa Ridolfi e di Francesco Di Giacomo, l'indimenticabile vocalist del Banco del Mutuo Soccorso.

Particolarmente in due brani la voce di Eugenio si staglia, monumentale, in un vortice di sofferenza che colpisce, comunque, per dignità e passione: “La mia canzone è saudade” e “Non è disgrazia essere povero”.

L'anno successivo, per festeggiare i suoi 50 anni, il cantautore italo-americano reincide, con arrangiamenti e sonorità modernissime, alcune delle sue canzoni più belle o, comunque, più importanti del primo periodo di carriera: il risultato dribbla ogni tentazione nostalgica e, anzi, ci restituisce quei brani in una luce ancora tremendamente attuale.

Affamato di nuove esperienze, tra il 2002 e il 2003 Finardi, in una sorta di chiusura del cerchio di tutte le sue precedenti vicende sonore, liriche e interpretative, organizza uno spettacolo prima e un disco poi (IL SILENZIO E LO SPIRITO) incentrati su una lettura profondamente spirituale di certa musica e di certe canzoni.

A ben vedere, la ‘forza dell'amore' è sempre stato un potentissimo motore che ha da sempre guidato il laico Finardi nelle sue scelte musicali e umane: e, a vedere ancora meglio, solo l'amore, al di là di ogni steccato religioso, può condurci a comprendere e a condividere l'assoluto.

Ognuno ha la sua strada: il percorso attraverso cui il nostro esplicita la sua voglia e il suo bisogno d'amore è la musica e IL SILENZIO E LO SPIRITO è un'esperienza tumultuosamente catartica.

Il disco va fruito come un tutt'uno (tra cover di Cohen, canti natalizi, la riproposizione di “Come in uno specchio” e riprese di fado), ma l'interpretazione che Finardi dà de “L'oceano di silenzio” di Franco Battiato e de “Il ritorno di Giuseppe” di Fabrizio De André sono qualcosa che hanno veramente a che fare con un afflato celeste.

Ultimo passo del cantautore milanese, in un'ennesima chiusura di cerchio, è l'appassionata incisione di ANIMA BLUES (di cui spero abbiate letto o leggerete la mia recensione).

In conclusione: perché amo tanto Finardi?

Perché lui nelle sue canzoni, con la sua voce, con i suoi testi, si mette veramente a nudo e ovviamente, in questo processo, ciò che, prima di tutto, si nota, sono le sue debolezze e le sue sofferenze.

Ecco, io ammiro questo suo coraggio di scavare continuamente dentro se stesso, forse per migliorarsi, ma soprattutto per capirsi e capire.

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