Copertina del primo album dei Genesis From Genesis to revelation Artista/Gruppo: Genesis
Titolo: Monografia completa.
Web site: www.genesis-music.com
Autore: Alino Stea
Pubb. il: 30/01/2005
Copyright: Alino Stea per www.music-on-tnt.com

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Premessa: Scavando nei ricordi.......

Mi rivedo intorno ai 15 anni, sono a casa di un amico ad ascoltare musica, quando costui (ma perché all’epoca i miei amici conoscevano un sacco di cose che io ignoravo??? J) all’improvviso tira fuori una cassetta di cui tesse le lodi: me la fa ascoltare e, a dire la verità, sulle prime la cosa mi lascia abbastanza indifferente.

All’epoca i ‘suoni stranieri’ (o ‘rock’, come pontificavano i più esperti) mi apparivano come una nebulosa confusa, e poi, del rock, complice un altro amico che qualche settimana prima mi aveva rintronato con l’ascolto di un lp degli AC/DC, avevo tutt’altra idea!

Però una vocina dentro (ah, non finirò mai di ringraziarti, vocina!) mi dice: “fattela prestare, quella cassetta!”

L’amico acconsente, me la porto a casa, me l’ascolto e l’indifferenza comincia a lasciare il posto a quell’interesse indefinibile cui non puoi e non sai dire di no. Poi, pian piano, quelle atmosfere liquide e sognanti cominciano ad ammaliarmi: ‘caspita!, il rock non è solo rumore, può essere anche poesia in musica’, mi dico.

Ed è quello che penso ancora oggi.

Per farla breve: quella era una registrazione (veramente amatoriale…) di Selling England by the pound, quelli erano i Genesis e il brano che mi folgorò fu “The cinema show”.

Il resto lo leggerete nelle pagine che seguiranno.

Capitolo primo. Gli inizi

I Genesis nascono ufficialmente nel 1967: i fondatori sono Peter Gabriel (voce solista, flauto, percussioni), Anthony Banks (tastiere di tutti i tipi), Michael Rutherford (basso e chitarra acustica) e Anthony Phillips (chitarra elettrica ed acustica), coadiuvati alla batteria da Chris Stewart.

Tutti sono allievi della Charterhouse (un austero college del Surrey) e tutti provengono da altre band giovanili dedite alla riproposizione di classici dei Beatles, dei Rolling Stones, del blues, del jazz e del soul.

L’esordio discografico avviene, grazie al produttore Jonathan King, presso la Decca: sono due 45 giri, “The silent sun” / “That’s me” (febbraio 68) e “A winter’s tale” / “One-eyed hound” (maggio 68) – questi brani sono rintracciabili nelle più recenti ristampe su cd del primo album.

Quest’ultimo esce nel marzo del 69 ed è in linea con altre pretenziose escursioni ‘concept’ del periodo, a partire dal titolo, From Genesis to revelation, e proseguendo col contenuto, di tono vagamente biblico e ieratico:

  • Where the sour turns to sweet
  • In the beginning
  • Fireside song
  • The serpent
  • Am I very wrong?
  • In the wilderness
  • The conqueror
  • In hiding
  • One day
  • Window
  • In limbo
  • Silent sun
  • A place to call my own.

Musicalmente, a parte un’ ingombrante sezione fiati, il disco è in pesante debito con le contemporanee esperienze dei Moody Blues e dei Barclay James Harvest, anche se, in nuce, è possibile cogliere delicati e piacevoli spunti melodici che faranno la fortuna artistica e commerciale dei Genesis successivi.

Il disco, pubblicato incredibilmente senza il nome del gruppo in copertina, ovviamente non vende niente e i nostri, per un pelo, non decidono di tornarsene definitivamente ai loro studi.

Ma un loro vecchio amico della Charterhouse, Richard MacPhail, impressionato dalle loro capacità compositive e strumentali (espresse incompiutamente nell’esordio), li incoraggia anche finanziariamente e li spinge a continuare.

Nel frattempo alla batteria Stewart è stato avvicendato da John Silver che, a sua volta, prima delle registrazioni dell’album successivo, lascia il posto a John Mayhew.

Il nuovo disco, Trespass (edito – come i successivi – dalla storica etichetta Charisma, proprietario della quale è Tony Stratton-Smith, uno dei primi del mondo discografico inglese a credere ciecamente alle doti del gruppo), viene pubblicato a ottobre del 70 e mostra, rispetto al predecessore, una consapevolezza considerevolmente accresciuta dei mezzi sia lirici che musicali, accanto ad una più convinta ed efficace adesione ai moduli espressivi tipici del ‘progressive’:

  • Looking for someone
  • White mountain
  • Visions of angels
  • Stagnation
  • Dusk
  • The knife.

L’album non è un capolavoro, ma non ci va molto lontano: è vero che i brani risentono ancora di influenze esterne (le stesse del primo disco cui si sono aggiunte quelle dei Van Der Graaf Generator di Peter Hammill – che pubblicano in quell’anno due interessanti album, The last we can do is wave to each other e H to he who am the only one, e che produrranno nel '71 il loro capolavoro, Pawn hearts), ma è anche vero che risalta sempre più una certa lucida autonomia creativa (evidente nei brani migliori, “Looking for someone”, “White mountain”, “Visions of angels” e la conclusiva, irrefrenabile, “The knife”).

Inoltre le doti vocali (che tanto, comunque, devono ai timbri ‘neri’ di Roger Chapman, perentoria voce dei Family, gruppo purtroppo sottovalutato, ma in grado di produrre, nel 69, un capolavoro come Family entertainment) e da ‘front-man’ di Gabriel stanno progredendo in maniera sostanziale.

Le cose, quindi, cominciano a funzionare…

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