Selling england by the pond. Copertina del cd dei Genesis. Artista/Gruppo: Genesis
Titolo: Monografia completa 2° parte.
Web site: www.genesis-music.com
Autore: Alino Stea
Pubb. il: 13/01/2004
Copyright: Alino Stea per www.music-on-tnt.com

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Capitolo 2: I prodromi del successo

Ma il gruppo è ancora vittima di defezioni: importante quella di Anthony Phillips (artefice, con il suono della sua chitarra a 12 corde, delle belle atmosfere pastorali dei primi Genesis – ricomparirà qualche anno dopo con una produzione solistica curiosa ma marginale) e fondamentale (soprattutto per le conseguenze future) quella del batterista Mayhew.

Si fa ricorso ai canonici annunci sulle riviste musicali e, in poco tempo, i due transfughi vengono rimpiazzati dal chitarrista Steve Hackett e dal batterista Phil Collins.

La chitarra liquida, sognante e placidamente descrittiva del primo e il ‘drumming’ ipervariegato e delicatamente potente del secondo contribuiranno – accanto ai testi sempre più immaginifici e provocatori e alle innovative performance recitative di Gabriel, alle validissime e multiformi capacità tecniche e compositive di Banks (vera mente musicale del gruppo) e al solido collante ritmico, armonico e melodico di Rutherford – a far entrare i Genesis, a pieno titolo, nella storia del rock.

La nuova formazione registra NURSERY CRYME (pubblicato nel novembre del 71):

  • The musical box
  • For absent friends
  • The return of Giant Hogweed
  • Seven stones
  • Harold the barrel
  • Harlequin
  • The fountain of Salmacis.

L’album, pur piacevole, è discontinuo: accanto ai notevoli risultati creativi del primo e dell’ultimo brano ci sono ancora alcune ingenuità e talune atmosfere appaiono non ancora perfettamente calibrate.

Nei testi Gabriel comincia ad indagare il mondo onirico dei miti e delle fiabe con lucidità partecipativa e ironica al tempo stesso, mentre le sonorità si immergono completamente nel contesto ‘progressive’.

La splendida, multiforme e inquieta ‘suite’ “The musical box”, accanto ai brani lunghi “The return of Giant Hogweed” e “The fountain of Salmacis” e alle ballate “Seven stones” e “Harlequin” dettano le coordinate di quello che sarà il classico suono Genesis, suono che arriverà ad esprimersi nella maniera più compiuta nei successivi tre dischi: atmosfere che indugiano tra il malinconico e il drammatico, forti cariche di tensione che si stemperano in bagliori di meditata serenità, il tutto immerso in un paesaggio romantico che media costantemente tra l’arditezza delle strutture di arrangiamento e una dolce melodia mai dimentica della sua originalità.

Piccola curiosità: nella breve “For absent friends” la voce solista è quella di Phil Collins…

Preceduto dal poco efficace singolo “Happy the man” / “Seven stones” (maggio 72), a ottobre dello stesso anno esce il nuovo album, FOXTROT, primo vero caposaldo della loro carriera:

  • Watcher of the skies
  • Time table
  • Get’em out by Friday
  • Can-utility and the coastliners
  • Horizons
  • Supper’s ready
    • Lover’s leap
    • The guaranteed eternal Sanctuary Man
    • Ikhnaton and Itsacon and their band of merry men
    • How dare I be so beautiful?
    • Willow Farm
    • Apocalypse in 9/8 (co-starring the delicious talents of Gabble Ratchet)
    • As sure as eggs is eggs (aching men’s feet).

La copertina (come già quella di NURSERY CRYME) trasmette una misteriosa inquietudine che è quella che traspare da tutto il disco: un’onda sonora tesa e continuamente increspata dall’incerto e dal mistero che, solo apparentemente, si distende nella melodia.

Pezzo forte dell’album (e brano portante di tantissime esibizioni live, dove il carisma scenico, i travestimenti e le capacità mimiche di Gabriel trovano un incondizionato favore da parte di critica e pubblico) è la ‘suite’ “Supper’s ready”, spettacolare e magicamente coesa: occupa un intero lato del disco e riassume in 23 minuti l’intero scibile Genesis, dagli scenari teneramente romantici alle impennate poderosamente elettrificate, dalle lande sognanti intrise di stupito surrealismo agli impatti perentoriamente solidi con una realtà intrigata e intrigante.

“Supper’s ready” è veramente uno dei monumenti del suono ‘progressive’ (oltre che, ovviamente, una pietra miliare del grande rock) con quell’incedere sornione e maestoso, giocherellone e solenne al tempo stesso, ma non sfigurano le lunghe e ritmate “Watcher of the skies” e “Get’em out by Friday” (caratterizzate da lucidi cambi di tempo e da arrangiamenti felicemente e ruvidamente rock – anche se i brani inclinano, in certi passaggi, verso un eccesso di melodia) e le due belle canzoni (‘progressive rock songs’ nel vero senso della parola) “Time table” e “Can-utility and the coastliners”: insomma, un grande prologo ai due dischi che verranno…

Capitolo 3: Il primo capolavoro: ‘la svendita di Albione’

I loro ‘live-acts’, sempre più frequenti (addirittura frenetici, in Gran Bretagna, in Europa e negli Usa) e sempre più sofisticati (scenograficamente e musicalmente) vengono infine immortalati, sia pure in maniera molto parziale, e dal punto di vista della quantità (meglio sarebbe stato un doppio, tra l’altro previsto originariamente) e dal punto di vista della qualità (il suono è registrato in maniera abbastanza approssimativa), dall’album LIVE, uscito nell’agosto del 73:

  1. Watcher of the skies
  2. Get’em out by Friday
  3. The return of the giant Hogweed
  4. The musical box
  5. The knife.

Ma la vera novità dell’anno è rimandata a ottobre, quando viene pubblicato il nuovo album di studio dei Genesis, il meraviglioso SELLING ENGLAND BY THE POUND:

  • Dancing with the moonlit knight
  • I know what I like (in your wardrobe)
  • Firth of Fifth
  • More fool me
  • The battle of Epping Forest
  • After the Ordeal
  • The cinema show
  • Aisle of plenty.

A parere di chi scrive, SELLING ENGLAND è, tra tutti, il disco più bello e riuscito della band, vero capolavoro del rock più nobile, splendido e splendente concentrato di sentimento, magia, epicità, ironia, mito, romanticismo, surrealismo; interamente e profondamente costruito non solo su una tecnica strumentale dei singoli matura e innovativa come in pochi altri casi, ma, soprattutto, su una coesione e coerenza compositiva eccezionale, stupefacente se si pensa che stiamo parlando di persone che non hanno ancora 25 anni!

Indimenticabile l’inizio dell’album – “Dancing with the moonlit knight” –, vera cifra stilistica e vero faro poetico dell’intero disco, con l’inconfondibile voce di Gabriel a intonare il primo verso (‘Can you tell me where my country lies…’) prima che entrino, in un meccanismo di perfetta sincronia e di alta resa lirico-musicale, gli altri strumenti: un continuo movimento ascendente e discendente di tensione contribuisce a nobilitare lo ‘status’ del brano, straordinaria metafora, graffiante e tenera allo stesso tempo, della decadenza della società inglese.

Simboli di uno struggente romanticismo quasi senza tempo, venato ora di magia epifanica ora di epica profondamente mitica e mistica (ma scevre da ogni retorica), sono “Firth of Fifth” e “The cinema show”, i due brani migliori (in un contesto, ripeto, già straordinario) dell’album: la prima viaggia, maestosa, attraverso gli splendidi e riuscitissimi intrecci di flauto, chitarra e tastiere evocando paesaggi di misteriosa e incantata bellezza che sembrano sospesi in una purificata catarsi continuamente in divenire; la seconda, ancora guidata da Banks, mutua un nitido e palpabile lirismo emotivo con la mestizia dei travagli sentimentali e i tremebondi slanci di una rassegnata ilarità, con l’intero, suadente, meccanismo miticamente e mitologicamente spezzato e ricomposto in limpida poesia nell’efficacissima e coinvolgente coda del brano – “Aisle of plenty” – dove perizia strumentale e leggiadro pathos ironico vanno a braccetto in splendida e impareggiabile simbiosi.

Territorio adattissimo per le pantomime poetico-teatrali di Peter Gabriel è la trascinante e variegata (anche se il testo è troppo carico di parole e il cantato ne risente…) “The battle of Epping Forest”, ‘suite’ complessa ma fondamentalmente rispettosa delle tradizioni ‘progressive’; nell’acustica, delicatissima, “More fool me” ritroviamo invece un bel Phil Collins alla voce, mentre “After the ordeal” è uno strumentale veramente pacificante (anche se l’interessante spunto di partenza un po’ si perde nell’arrangiamento eccessivamente schematico e melodioso).

Infine “I know what I like”, primo successo a 45 giri della storia Genesis (con sul retro la bella “Twilight alehouse”, proveniente dalle ‘sessions’ di FOXTROT, anche se composta addirittura anteriormente a TRESPASS e spesso cavallo di battaglia del gruppo dal vivo), brano che viaggia su binari più semplici e melodici, ma che dribbla con classe, grazie ad un riuscito e originalissimo arrangiamento ‘progressive’, la banalità (indimenticabile il cantabilissimo ma mai pacchiano inciso), finendo per diventare, anzi, un altro classico della loro storia (tra l’altro il curioso testo si ispira alla copertina dell’album).

In conclusione, quindi, SELLING ENGLAND BY THE POUND è veramente uno di quei dischi da portare con sé nell’isola deserta, ricchissimo, com’è, di purissima ispirazione e di continui e sempre nuovi stimoli all’ascolto.

Ma il successo porta inevitabilmente i primi attriti in casa Genesis: da un lato Gabriel, di gran lunga il componente più esposto, in vista, conosciuto e apprezzato del gruppo che, in virtù di questo, medita maggior spazio per sé anche al di fuori della band, dall’altro Banks, Collins, Hackett e Rutherford che rivendicano (con una qualche ragione) una maggiore visibilità e più consistenti apprezzamenti di critica e pubblico.

La ‘svendita dell’Inghilterra per una sterlina’ come recita il titolo, la perdita, cioè, del grande valore della purezza di fronte ai bassi compromessi del vile denaro comincia, purtroppo, a seminare la prima zizzania proprio nel seno dei loro nobili cantori…


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