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Artista/Gruppo: | Genesis monografia completa parte terza. |
| Titolo: | Il secondo capolavoro e il dopo Gabriel. | |
| Web site: | www.genesis-music.com | |
| Autore: | Alino Stea | |
| Pubb. il: | 27/02/2005 | |
| Copyright: | Alino Stea per www.music-on-tnt.com |
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Il secondo capolavoro: ‘l’agnello di Broadway’ In quest’atmosfera (contraddittoria, ma affascinante allo stesso tempo) i Genesis (e segnatamente il cantante) si imbarcano nella loro avventura più complessa e complicata, musicalmente e liricamente parlando: la realizzazione di un ambizioso ‘concept-album’ doppio, THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY, edito nel novembre del 74. Questo disco, famoso e controverso, rimane, comunque lo si giudichi, un’altra enorme pietra miliare (forse l’ultima, da un certo punto di vista…) dell’arte dei Genesis: profondamente diverso (segno di grande intelligenza e lucidità artistica) dal suo spettacolare predecessore, THE LAMB è veramente la ‘summa’ (con tantissimi pregi e qualche difettuccio) del suono ‘genesisiano’ ed è il geniale commiato della loro classica formazione a cinque:
Il disco ha una genesi alquanto travagliata, in quanto, all’inizio dei lavori di stesura, Gabriel viene contattato dal regista de “L’esorcista”, William Friedkin, il quale, avendo letto la storia (che narra la surreale vicenda di una ragazza in una metropolitana) scritta dal cantante sul retro della copertina dell’album LIVE, gli chiede di scrivere la sceneggiatura per il suo prossimo film. Gabriel, da sempre attratto dal mondo dell’arte visuale, coglie l’occasione per esprimersi compiutamente al di fuori del gruppo e accetta. Questo porta ad una gravissima incrinatura dei rapporti tra il cantante e gli altri membri, frattura a stento ricomposta dal capo della Charisma, Stratton-Smith. Trovato un precario punto di accordo (e, probabilmente, tiratosi indietro il regista americano), i cinque riprendono a lavorare sul progetto del disco, portandolo a termine. Abbiamo parlato di ‘concept’ e infatti i brani sono uniti, nel loro dipanarsi narrativo, da una storia ad essi sottesa: è la vicenda, ambientata oniricamente a New York e piena di implicazioni metaforiche a livello mistico, psicanalitico e sessuale (non sempre chiarissime, per la verità), di Rael, un ragazzo portoricano, ‘l’agnello di Broadway’, appunto. Gabriel pretende di scrivere da solo la storia (che, addirittura, con un gesto poco cortese nei confronti dei suoi compagni, copre con il copyright) da cui poi sono tratti i testi delle canzoni – storia che, in forma di racconto iterativo, fa parte integrante dell’album. Dicevamo che la forza visionaria, onirica e simbolica delle immagini evocate da Gabriel nella storia non sempre trova un chiarissimo riscontro nei testi delle canzoni (comunque sempre suggestivi), ma questo è, probabilmente, dovuto anche alla fretta con cui i nostri sono costretti, per rispettare gli impegni contrattuali e quelli live, a mettere tutto su disco. Anche l’ambientazione narrativa non mi convince del tutto: allo struggente romanticismo lirico-musicale tutto anglo-europeo dei dischi precedenti, subentrano composizioni dove, mentre la parte musicale, sia pur indurita e più aspra in taluni punti, mantiene saldissimi punti di contatto con le scansioni ‘progressive’, la parte lirica sembra spesso un corpo estraneo, perlomeno in quel contesto musicale. Il disco è doppio un po’ per la lunghezza della narrazione, un po’ perché realizzare un album doppio, all’epoca, significa chiedere la consacrazione, lo ‘status’ di stelle del rock: l’ascolto odierno, dove mi sforzo di bilanciare la passione del fan con la presunta oggettività del critico J, mi porta a pensare che una minor quantità di brani e una lunghezza più misurata avrebbe giovato al risultato complessivo, che è già, comunque, di altissimo livello. Pesano soprattutto alcuni strumentali che, incaricati, a seconda dei frangenti, di caricare o allentare la tensione narrativa, paiono invece, il più delle volte, dei riempitivi (splendida eccezione è la misteriosa e inquietante “The waiting room” – non a caso pubblicata su singolo in una versione dal vivo intitolata “Evil jam”). Queste osservazioni sono, comunque, dettagli in uno stupefacente ‘mare magnum’: a mio parere THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY rimane, soprattutto sotto l’aspetto musicale, un album memorabile che denuncia una creatività ancora intatta e, anzi, ancora estremamente rigogliosa (sia dal punto di vista melodico che da quello degli arrangiamenti, suggestivi e innovativi), assieme ad una voglia prepotente di continuare a ricercare e a sperimentare. Parlando dei singoli brani, i più efficaci sono la storica ‘title-track’ (come si fa a dimenticare l’ottimo ‘intro’ in crescendo di Banks?), manifesto di intenti dell’intero disco (assieme alla sua malinconica riproposizione verso la fine, “The light dies down on Broadway”); le dinoccolate “Cuckoo cocoon” e “Counting out time”; la spettacolare “In the cage” (claustrofobica, ma affascinante come poche, con il suo incedere rutilante e senza respiro); la trascinante “The grand parade of lifeless packaging”; la splendidamente ossessiva e dissonante “Back in N.Y.C.”; la dolcissima, indimenticabile, commovente “Carpet crawlers” (altissima, celestiale melodia con i suoni morbidamente calibrati); la maestosa “The chamber of 32 doors”; la già citata “The waiting room”; le tristissime (ma limpidissime dal punto di vista sonoro) “Anyway” e “The lamia”, la ‘suite’ “The colony of slippermen”, il liberatorio ma enigmatico finale di “It”. L’uscita dell’album è accompagnata dal canonico tour (con la riproposizione integrale di THE LAMB), durante il quale Peter Gabriel rende nota la decisione, già nell’aria e ormai irreversibile, di voler lasciare il gruppo. Gli altri quattro, preso atto dell’ineluttabilità della cosa, pregano comunque il cantante di tenere segreta la decisione, almeno fino alla conclusione delle esibizioni dal vivo già programmate (maggio 75): qui si dividono le strade di Peter Gabriel e dei Genesis. Il cantante proseguirà, dopo qualche incertezza iniziale, con una carriera ad altissimo livello che lo vedrà impegnato in molteplici e multiformi direzioni, quanto ai Genesis… I successi artistici e commerciali del dopo Gabriel I quattro rimasti (Banks, Collins, Hackett e Rutherford) non hanno, giustamente, intenzione di arrendersi alla defezione di Gabriel e si danno quindi da fare, con audizioni varie, per trovarne un sostituto. Ma tutto è inutile perché i Genesis la soluzione ce l’hanno già in casa e si chiama….. Phil Collins. Il batterista si è già cimentato con successo alla voce solista e ai controcanti nei dischi precedenti, il suo timbro di voce è sorprendentemente simile a quello del suo predecessore (anche se un po’ meno profondo e meno ricco di sfumature cromatiche) e così il gioco è fatto. L’album successivo, composto e registrato con una reattività sorprendente da parte dei quattro (anche se vengono riprese e rielaborate alcune idee musicali lasciate fuori da THE LAMB e dai dischi precedenti) è A TRICK OF THE TAIL e viene pubblicato a febbraio del 76:
Il disco riscuote un successo, in termini di vendite, strepitoso, connotando un eccezionale riscontro da parte del pubblico che non verrà più meno fino all’abbandono di Phil Collins. Tutto sommato, la dipartita di Gabriel si rivela meno traumatica del previsto, vista la somiglianza del cantato di Collins e visto che le trame sonore continuano ad essere gestite con sempre più padronanza, presenza e consumata perizia tecnico-compositiva dalle tastiere di Tony Banks. Le atmosfere si allontanano dalle cupezze claustrofobiche e dagli squarci elettronici dell’ultimo album con Peter Gabriel per reimmergersi nelle progressioni romantiche e dolcemente evocative di SELLING ENGLAND, pur non avendo, di quel disco, la potente e catartica tensione emotiva. Molto esplicative in questo senso sono “Entangled”, “Mad man moon” e, ‘summa’ dell’intero patrimonio romanticheggiante ‘genesisiano’ (assieme a quella “Afterglow” del disco immediatamente successivo e di cui parleremo tra poco), la dolcissima “Ripples”. “Dance on a volcano”, “Squonk” e “Robbery, assault and battery” sono decisamente più ritmate e musicalmente altrettanto piacevoli, inquadrabili in un contesto che indurisce nella giusta misura il suono ‘progressive’ senza assolutamente svilirlo; la ‘title-track’ ha una sua peculiarità compositiva in bilico tra l’originalità e la faciloneria, mentre il brano conclusivo è uno strumentale che, in una sorta di riepilogo dei temi sonori del disco (abitudine molto in voga tra i gruppi ‘progressive’), riprende le melodie di “Dance on a volcano” e di “Squonk”. I Genesis non si prendono pause e, nel giro di un anno, danno alle stampe ancora un nuovo album, WIND & WUTHERING (gennaio 77):
Il disco, dal punto di vista della produzione e degli arrangiamenti, non si discosta quasi per nulla da quello precedente, ma salta agli occhi (dai ‘credits’) e alle orecchie (dai suoni) che il contributo compositivo e strumentale di Steve Hackett è in secondo piano. I primi due brani, lunghi e compositi secondo la consolidata tradizione del gruppo, sono l’architrave dell’intero album, in quanto contengono tutte le caratteristiche tipiche del suono ‘progressivo’ dei Genesis: alternanza di atmosfere tenebrose e pacificanti, progressioni sonore guidate dalle tastiere, efficaci variazioni ritmiche. Ci sono, inoltre, due delicate ballate innervate da linee melodiche non banali (anche se affiora qua e là una patina eccessivamente ‘zuccherina’), “Your own special way” (a firma Rutherford) e la già citata “Afterglow” (a firma Banks), invincibilmente e inguaribilmente malinconica; “All in a mouse’s night” e “Blood on the rooftops”, invece, hanno poco o niente da aggiungere al loro classico suono. Valida più per l’idea di fondo che per la realizzazione effettiva è la ‘mini-suite’ strumentale “Unquiet slumbers for the sleepers…in that quiet earth”: le piacevoli linee melodiche finiscono per impantanarsi in un arrangiamento poco originale, mentre l’insulsa “Wot gorilla?” (dove c’è lo zampino compositivo di Collins) suona come un preoccupante campanello d’allarme… A sorpresa, in maggio, esce un singolo con titolo autonomo e ben tre brani inediti tratti dalle ‘sessions’ dell’ultimo album, SPOT THE PIGEON:
Non sono canzoni memorabili, ma almeno l’ultima, una dolce ballata, non avrebbe sfigurato su WIND & WUTHERING. A ottobre viene pubblicato finalmente un disco dal vivo degno di tal nome, SECONDS OUT. A dirla tutta, siamo in presenza di un ‘signor live’, e per vendite e per qualità, indimenticato e indimenticabile suggello del rock di marca Genesis:
Dietro i tamburi è stato ingaggiato Chester Thompson (nel disco suona lui tranne in “The cinema show”, tratta dalla tournee del 76, dove suona Bill Bruford, grande ex batterista degli Yes prima e dei King Crimson poi), per dar modo a Collins di esprimersi più compiutamente alla voce. L’album è molto compatto e ha un suono robusto e convincente: i brani nuovi sembrano rifulgere di una luce più brillante rispetto agli originali in studio, ma si fanno valere anche quelli vecchi (su tutti la sempre bella “Carpet crawlers”, l’energetica sezione finale di “The musical box”, la rinnovata “I know what I like” e l’intramontabile “Supper’s ready”), reinterpretati con una grinta carica di magica suggestione, rafforzata dalle ottime riletture vocali di Phil Collins, in bilico tra ‘gabrielese’, gigionerie varie e ricerca di una sua identità vocale che non tarderà a trovare. Nel frattempo anche Steve Hackett se ne è andato, frustrato dal ridotto spazio che la persistente egemonia compositivo-strumentale di Banks e la nascente, e sempre più prepotente, egemonia carismatica di Collins lasciano alla sua chitarra e alle sue idee. Ma i Genesis, refrattari ad ogni cedimento, hanno già in cantiere un nuovo disco, in uscita a marzo del 78, ironicamente intitolato …AND THEN THERE WERE THREE…:
L’album, da sempre, viene considerato un episodio minore della discografia Genesis se non, addirittura, il primo inequivocabile segno della decadenza artistica, ma io sono parzialmente d’accordo con questa tesi. Le canzoni hanno (e questo risalta già dalla cupa copertina) un ‘mood’ profondamente ombroso e, a suo modo, affascinante, umore che a volte sfocia nella rabbia più cruda e a volte nella più amara malinconia. Anche se i tre rimasti non sempre trattano la materia con la dovuta lucidità (ciò è probabilmente dovuto all’eccessiva fretta con cui viene compilato e completato il lavoro) e anche se ci sono delle intuizioni compositive non completamente messe a fuoco, nella maggior parte dei brani (da “Down and out” a “Snowbound”, da “Burning rope” a Deep in the motherlode” e “The lady lies”, per finire con le mestissime “Many too many” e “Say it’s alright Joe”) il gruppo si sforza di trovare una nuova strada che non lo imprigioni nell’ormai standardizzato e pomposo suono ‘progressive’. Da tutto questo rimane completamente avulsa, paradossalmente, la canzone più conosciuta di questo disco, l’insignificante “Follow you follow me”, pop zuccheroso oltre ogni misura, a mio parere uno dei brani più scialbi e infelici mai incisi dai Genesis. Dopo due anni di silenzio (cosa abbastanza inusitata per i frenetici ritmi di lavoro fino a quel momento tenuti dalla band) appare nei negozi (marzo 80) un nuovo album dei tre, DUKE, l’ultimo che abbraccia totalmente gli stilemi ‘progressive’ tanto cari ai nostri:
Già da qualche anno il punk prima e la new wave come diretta conseguenza hanno completamente rinnovato (e continueranno ancora a farlo) l’approccio alla composizione e all’arrangiamento, portando ad una rilettura più moderna ma non meno affascinante dei formati del ‘rock album’ e della ‘rock song’: conseguenza di ciò è l’abbandono dei territori ‘progressive’, considerati un paludato e retorico retaggio del passato, in palese contrasto sia con la sintesi del linguaggio musicale operata dalla new wave, sia con il mercato discografico che comincia a cogliere la valenza ballabile – e quindi commerciale – di certo nuovo rock. I Genesis del dopo DUKE si accoderanno con furbizia e consumato mestiere a questa nuova temperie, ma intanto soffermiamoci su quest’album che, se è veramente il testamento del suono più creativo del gruppo, lo è nei termini migliori. Anche DUKE, come il suo predecessore, all’apparenza sembra evidenziare sonorità stanche e ripetitive, ma un ascolto attento rivela, accanto ai fatali e inevitabili ‘già sentito’, finezze di scrittura non di poco conto, completate da una lodevole voglia di rinnovare (con piccole, ma costanti, correzioni di tiro) il loro linguaggio rock per evitare l’ovvietà. Le canzoni presentano una piacevole compattezza a livello di produzione e di arrangiamenti, impatto che, però, non fa perdere il dettaglio dei singoli strumenti e degli impianti melodici, quasi sempre trattati al meglio. L’epopea ‘progressive’ è celebrata in grande stile nella splendida ‘suite’ “Duke’s travels / Duke’s end”, un’imponente cavalcata sonora in bilico tra l’elettrico e l’elettronico; dolcissime e malinconiche, insomma profumate del tempo che fu, sono “Heathaze” (di Banks) e “Alone tonight” (di Rutherford); possenti e determinate a scavalcare la nostalgia con nuove sonorità sono “Behind the lines” e “Duchess”, mentre “Turn it on again” gioca la carta del singolo pop con maggior grinta rispetto a “Follow you follow me”. Due parole, infine, sui primi due brani firmati (in casa Genesis) dal solo Phil Collins: “Misunderstanding”, facile e insipido pop, e “Please don’t ask”, lento strappalacrime: nessuno all’epoca lo immagina ancora, ma, a breve, saranno quelle le coordinate, ahimé le uniche, del nuovo suono Genesis… |
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