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Artista/Gruppo: | Genesis monografia completa parte quarta. |
| Titolo: | Itrionfi commerciali di Collins e l'archivio dei Genesis. | |
| Web site: | www.genesis-music.com | |
| Autore: | Alino Stea | |
| Pubb. il: | 20/03/2005 | |
| Copyright: | Alino Stea per www.music-on-tnt.com |
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I trionfi commerciali targati Collins A settembre dell’81 (dopo che, a febbraio, Phil Collins ha dato inizio alla sua ipermiliardaria carriera solistica con FACE VALUE, disco che contiene l’efficacissima “In the air tonight”, il cui suono, però, presenta forti debiti nei confronti del di poco precedente terzo album di Peter Gabriel, nel quale il batterista ha suonato) esce ABACAB, il nuovo album dei Genesis, ed è un vero shock!!!:
Per confermare la tesi dello shock è sufficiente ascoltare “No reply at all” dove, in un effetto a metà strada tra lo spaesamento spazio-temporale e un incubo a occhi…ops… pardon, a orecchie aperte, si sentono, a sirene spiegate, i fiati degli Earth, Wind & Fire!!! Ora: va bene il rinnovamento, la ricerca, la sperimentazione – ho sempre sostenuto queste cose nella musica rock –, ma qui siamo veramente oltre! Nulla da dire sui suoni funky (c’è un’intera e meritoria corrente della new wave che ha rinnovato realmente il rock basandosi sugli aspetti più creativi di quel suono), ma qui è evidente lo scopo commerciale dell’intera operazione. La colpa, neanche a dirlo, è di Collins (ma i due soci fondatori Banks e Rutherford hanno la responsabilità – non marginale, anzi… – di aver acconsentito alla brusca svolta, sulla scia del successo ottenuto dal pop-funky di FACE VALUE). Riguardo le altre canzoni, “Abacab” e “Dodo/Lurker” imboccano la strada del pop elettronico (in quel periodo il tecno-pop comincia a diffondersi a macchia d’olio, svilendo nel commerciale le interessanti sperimentazioni delle prime band ‘electro’ al di qua e al di là dell’oceano) con classe e inventiva immutate (interessanti gli incroci tra chitarra elettrica e synt), mentre il resto dell’album paga un’ispirazione abbastanza scialba (piacevole solo “Man on the corner”, del batterista, memore delle pagine più riflessive e autentiche di FACE VALUE): illuminanti, in questo senso, sono le ridicole “Keep it dark” e “Who dunnit?” (letteralmente due accozzaglie di suoni elettronici senza arte né parte) il cui ascolto fa, nell’ordine, sbarrare gli occhi, accapponare la pelle, ghiacciare il sangue eccetera eccetera… A seguire (giugno 82) c’è l’ovvio album dal vivo, intitolato, con uno straordinario e perentorio sforzo dell’immaginazione, THREE SIDES LIVE (siamo ancora in piena era vinile):
I brani asteriscati (‘one side in studio’) derivano dalle ‘sessions’ dei due album precedenti (i primi tre da ABACAB – in “Paperlate”ci sono di nuovo i fiati degli Earth, Wind & Fire (!) –; gli altri due, sottovalutate escursioni acustiche nel dolce romanticismo ‘genesisiano’, da DUKE). Nella versione inglese dell’album anche il quarto lato è dal vivo (e tutta dal vivo è anche la definitiva ristampa rimasterizzata della Virgin su cd), poiché, in Gran Bretagna, “Paperlate” e gli altri due brani delle ‘sessions’ di ABACAB escono su singolo: dopo “Afterglow” ci sono, quindi, “One for the vine”, “Fountain of Salmacis” e il medley “It/Watcher of the skies”. Che dire? Ci sono tutte le ‘hit’ per le folle osannanti, mentre comincia a comparire su disco quella fastidiosissima tentazione (che diventerà ben presto un’abitudine) dei medley dei brani del passato. In concerto, e solo in concerto, i tre soci sono accompagnati dal già citato Thompson alla batteria e da Daryl Stuermer alla chitarra. La Charisma, storica etichetta dei nostri, viene fagocitata dalla potente Virgin e così il nuovo album del gruppo (settembre 83) si intitola, quasi a voler indicare un nuovo inizio, GENESIS:
Invece non inizia un bel niente: i brani tendono sempre più a collocarsi nel filone del ‘mainstream pop’, il classico e facilone suono del rock americano da FM, poiché quello è il mercato per eccellenza verso cui sono ormai proiettati i tre soci. I brani interessanti sono tutti sul lato A: “Mama” (originale nel suo dipanare sequenze elettroniche di ‘drumming’ e atmosfere quasi ‘horror’), “That’s all” (‘easy-listening’ ma con un bel ‘groove’ pianistico) e la ‘suite’ “Home by the sea/Second home by the sea”, decisamente epica e trascinante. Il lato B, invece, infila una dietro l’altra alcune delle canzoni più brutte e insignificanti mai scritte dai nostri. Su tutto, intanto, incombe una fastidiosa produzione troppo levigata, troppo pop. Ma il martirio delle nostre orecchie è appena cominciato perché, in linea con il moderno schema Genesis (ad un nuovo – sempre più facile e ballabile – album di Phil Collins segue un nuovo album del gruppo e viceversa), a giugno dell’86 irrompe nei negozi INVISIBLE TOUCH:
Il disco, vendutissimo, è, ormai, un perfetto e oliato prodotto fatto apposta per i facili e disarmanti gusti del pubblico americano, un rock talmente annacquato di pop da far impallidire e vergognare anche i più benevoli e concilianti seguaci del trio (per esempio me medesimo…). Della ‘title-track’, con il suo ritornello spacca-timpani, è imbarazzante anche solo parlarne (ed è ancora più imbarazzante vedere come si divertono i tre a suonarla…), “Tonight, tonight, tonight” e “Domino” sono dei fastidiosi ‘polpettoni’ che riciclano con scarsissima fantasia le classiche atmosfere epiche e tenebrose del bel tempo andato, le altre canzoni indugiano allegramente tra pop con schitarrate finto-hard e innocui, quanto soporifere, ballate. L’unico brano potenzialmente interessante è lo strumentale conclusivo, ma, dopo le prime promettenti battute, viene sommerso inesorabilmente da una tremenda melassa sonora. Il successivo silenzio discografico dura oltre cinque anni, ma il lasso di tempo non li fa meditare: a novembre del 91 appare il nuovo album dei Genesis (dopo lo scontato nuovo disco di Collins, secondo collaudato schema), WE CAN’T DANCE:
L’album (doppio su vinile, singolo su cd), ad essere sinceri, è formalmente impeccabile ed è suonato con classe e mestiere (ma questa non è mai stata una novità). Però, ad essere sinceri fino in fondo, mi fa un po’ pena: ma non tanto (o non solo) per le canzoni contenute, quanto per ‘quei tre’, i quali, perso completamente ogni straccio della sia pur minima ispirazione, non hanno neanche la dignità e il coraggio di chiudere baracca e burattini e, anzi, di fronte a cotanta avvilente realtà, non sanno far altro che presentare l’ennesima richiesta di saldo attivo al conto in banca e l’ormai inguaribile fame di fama. In questo contesto, gli apprezzamenti che Mario Giammetti, il miglior conoscitore e critico italiano dell’epopea dei Genesis, fa a questo disco nel suo ottimo e recente libro sul gruppo, mi sembrano tanto una inutile difesa d’ufficio. L’unica canzone che presenta una parvenza di originalità è “I can’t dance”, “No son of mine” è piacevole da ascoltare, ma il resto del disco, in maniera imperterrita, inanella le stesse, identiche soluzioni (?!?) sonore del lavoro precedente: pop-rock ipermelodici tirati a chitarre spiegate e ballate noiosissime e scontatissime – perfino le abituali ‘suite’, “Driving the last spike” e la conclusiva “Fading lights” (dal titolo paradigmatico!), sono prive di un qualsiasi scatto emotivo e si trascinano, stancamente e asetticamente, dall’inizio alla fine. Ma, ovviamente, il successo del disco e del tour è mastodontico, al punto da ritenere conveniente sfruttare al massimo la situazione pubblicando un disco… no, mi sbaglio, due, signori, due dischi live (così accontentiamo grandi e piccini) tra novembre 92 e gennaio 93: THE WAY WE WALK VOLUME ONE: THE SHORTS
THE WAY WE WALK VOLUME TWO: THE LONGS
Il primo raccoglie tutti i più recenti successi su singolo del gruppo, il secondo infila i brani più lunghi ed elaborati, compreso l’ennesimo, maledetto medley che riduce a macchietta composizioni cariche di arte e di storia. Nel 95, in un benedetto attimo di lucidità, Phil Collins dichiara la sua ferma volontà ad abbandonare i Genesis per dedicarsi a tempo pieno alla sua carriera solista: ricordo che all’epoca mi augurai fervidamente che il gesto servisse a mettere una gigantesca e definitiva pietra sopra tutto quanto, ma (e i Pink Floyd del dopo Waters insegnano…), siccome al peggio non c’è mai fine, ecco che, a settembre del 97, inaspettatamente, compare un nuovo album a firma Genesis, CALLING ALL STATIONS:
Ma se non c’è più Collins, ci si chiede, chi diavolo canterà? Banks? Rutherford? No, non può essere, non ne hanno le capacità. E infatti non può essere, è anche peggio: i due accoliti, in preda ad un ‘trip’ da onnipotenza (della serie: fa niente che i due ‘singer’ precedenti sono stati un tale di nome Peter Gabriel e un certo Phil Collins – due che, nel bene e nel male, hanno comunque fatto la storia del rock –, chiunque può cantare le nostre composizioni, tanto noi due e solo noi due siamo i Genesis!), convocano alle parti vocali tal Ray Wilson (che anonimo era e anonimo rimarrà, dopo aver contribuito a imbrattare in maniera indegna il finale di una storia gloriosissima). Sul disco è inutile spendere più di qualche parola: il suono è il solito, l’ispirazione è la solita, solo “The dividing line” è ascoltabile, il resto sono tenebre. E il ‘flop’ sia dell’album che del tour successivo stanno lì a dimostrare come la band avesse senso (se mai ne avesse ancora uno…) solo con la presenza di Phil Collins (non a caso entrambe le carriere hanno imboccato il viale del tramonto delle vendite dopo la separazione). Recentemente Tony Banks e Mike Rutherford hanno escluso nuove produzioni a nome del gruppo. Speriamo non ci ripensino e soprattutto Dio ci scampi da una sempre possibile ‘reunion’… Gli archivi dei Genesis Sin dal 95 si parlava di una grande antologia celebrativa dei primi Genesis con cumuli di incisioni rare e preziose, ma, di rimando in rimando, di problemi di ego in problemi di ego, tutto alla fine slitta al giugno del 98, quando, finalmente, viene pubblicato ARCHIVE 1967-75, un cofanetto di 4 cd: cd 1
cd 2
cd 3
cd 4
La raccolta è sontuosa (con tanto di libro allegato, ricco di notizie, curiosità e fotografie) e ripaga dei tanti anni di attesa: nei primi due cd è presente l’intera riproposizione live (datata 24 gennaio 1975, Los Angeles) di THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY; il terzo cd presenta brani live dal tour di SELLING ENGLAND BY THE POUND (con l’unica versione ufficiale esistente di “Supper’s ready” cantata dal vivo da Peter Gabriel), un brano tratto da una BBC session del 71 (“Stagnation”) e tre canzoni tratte da singoli (“Happy the man”, “Twilight alehouse” e un interessante remix di “Watcher of the skies”); il quarto cd contiene tre brani inediti tratti da una BBC session del 70 (“Sheperd”, “Pacidy” e “Let us now make love” – i quali sono una sorta di ‘trait d’union’, in quanto a musica e atmosfera, tra il primo e il secondo album, smentendo chi parla di abissale differenza stilistica tra FROM GENESIS TO REVELATION e TRESPASS) più una corposa e gustosa serie di ‘demo’ e inediti del periodo 67-69. Ma la delusione è dietro l’angolo: si viene a sapere che (in barba al valore storico, filologico, affettivo e collezionistico dei brani live) Peter Gabriel ha ricantato su quasi tutte le tracce di THE LAMB (addirittura, per un difetto del nastro originario, il brano “It” viene completamente rifatto in studio!) e sulla maggior parte delle tracce di SELLING ENGLAND. La motivazione? Eccola: “Quando ho ascoltato i nastri live, mi sono accorto che la voce faceva schifo, così decisi che, se proprio questo materiale doveva essere pubblicato, lo avrei ricantato” (parole di Peter Gabriel). Mah! Ancora una volta problemi di ego e di soldi. Nel 99 esce un’antologia singola, TURN IT ON AGAIN – THE HITS, che, oltre a riproporre, appunto, le grandi ‘hit’ del gruppo (quelle del periodo Collins, per intenderci – dal glorioso passato riemerge solo “I know what I like”), presenta una nuova versione di “The carpet crawlers”: al canto si alternano Peter Gabriel e Phil Collins, la ‘line-up’ è quella dei tempi migliori (c’è perfino Steve Hackett a fianco di Tony Banks e di Mike Rutherford) e i suoni sono al passo coi tempi (compreso un manipolo di ‘session-men’ che dà una mano in studio…). Infine, a novembre del 2000, viene pubblicato il secondo cofanetto della storia Genesis, ARCHIVE 1976-92, in 3 cd: cd 1
cd 2
cd 3
Qui la confusione e l’approssimazione regnano sovrane: se nel primo cofanetto c’era una sorta di rigore cronologico (quello filologico, lo abbiamo visto, è stato immolato sull’altare del profitto), qui le canzoni, tra b-sides, versioni live e ridicoli, quanto inopinati, remixaggi, si susseguono senza un filo logico e, quel che è peggio, senza neanche la dote della completezza. Mancano infatti all’appello (non sono vuoti decisivi, però, se si deve fare un lavoro di archivio, è giusto farlo in maniera completa, precisa e corretta, per rispetto sia della carriera dei Genesis stessi che, soprattutto, dei loro fan) “Match of the day” (dal singolo “Spot the pigeon” del 77) e “Me and Virgil” (‘outtake’ di ABACAB e già presente sul ‘lato in studio’ di THREE SIDES LIVE). Nel campo dei lati b sono rimarchevoli solo le già citate “Evidence of autumn” e “Open door” (dalle ‘sessions’ di DUKE), “The day the light went out” e “Vancouver” (dalle ‘sessions’ di …AND THEN THERE WERE THREE…) e “It’s yourself” (‘outtake’ di A TRICK OF THE TAIL). Riguardo i brani live, sono piacevoli all’ascolto soprattutto i ripescaggi inediti di “Ripples”, “Your own special way”, “Deep in the motherlode”, “Duke’s travels”, “Burning rope” e “Man on the corner”. Infine il ‘work in progress’ di “Mama” mantiene molto meno di quel che promette. La storia dei Genesis finisce qui. Forse con gli ultimi dischi sono andato giù pesante, ma è un po’ la reazione dell’amante tradito. Ai Genesis degli anni 70 e, tutto sommato, anche a quelli della prima metà degli anni 80 sono legato indissolubilmente: sia il ricordo di me ragazzino alla scoperta di un nuovo mondo e con la voglia irrefrenabile di scoprirlo sempre più, sia la consapevolezza attuale di quanto Gabriel e co. mi abbiano aiutato ad amare il rock e a dare una solida coerenza ai miei gusti musicali sono sufficienti a riservare loro la mia più affettuosa gratitudine. Per questo gli ultimi dischi li considero e li ascolto sempre con un certo fastidio: ho sempre pensato che la dignità e la stima di se stessi siano più importanti del denaroe della fama, ma chissà, forse continuo ad illudermi… Comunque sia, i Genesis sono (e rimarranno) un gruppo fondamentale nella storia del rock e ascoltare “Looking for someone”, “The musical box”, “Supper’s ready”, SELLING ENGLAND BY THE POUND, THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY, SECONDS OUT mi mette in pace con me stesso e col mondo. E non è poco… |
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