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Artista/Gruppo: | Ivano Fossati |
| Titolo: | Monografia | |
| Web site: | www.ivanofossati.net | |
| Autore: | Alino Stea | |
| Pubb. il: | --/--/---- | |
| Copyryght: | Alino Stea per www.music-on-tnt.com |
| Sei in: Home > Monografie |
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La parabola di questo cantautore genovese è
estremamente interessante, in quanto, nella sua ormai trentennale carriera,
ha attraversato, prima con i Delirium e poi nelle sue esperienze da solista,
diversi generi musicali (progressive, folk, jazz, rock, etnica) e diverse
ambientazioni liriche (che hanno come continuo riferimento il difficile
scandaglio dell’animo umano), sempre nell’affannosa e mai
placata ricerca di un suo ‘meglio’ espressivo dal punto di
vista qualitativo.
Della sua discografia (riepilogata alla fine dell’articolo) mi colpiscono (a parte l’esordio con i Delirium, le prime esperienze rock de “La mia banda suona il rock” e di “Panama e dintorni” e la magica ‘full immerison’ etnico-lirica de “La pianta del tè”) soprattutto due album, “700 giorni” e “Lindbergh – Lettere da sopra la pioggia”. Il primo rievoca, in piena sintonia, ma con la dovuta autonomia espressiva, le contemporanee ricerche sul suono etnico di Peter Gabriel e di “Graceland” di Paul Simon (entrambi i dischi sono dell’86). Ad esempio, la canzone d’esordio, “Buontempo”, rielabora, in maniera molto lucida, stilemi tipici della canzone popolare europea (cosa che avverrà anche per molte altre canzoni del disco, come “Gli amanti d’Irlanda”, che ha un andamento che richiama le strutture del folk celtico). Altre canzoni (“Dieci soldati”, “Il passaggio dei partigiani” e “La casa”), su una solida e originale base strumentale, inanellano serene, ma severe, riflessioni sulla nostra dignità sociale di popolo direttamente discesa dalle lotte politico-militari degli anni del post-fascismo. Ma su tutte si eleva la straordinaria limpidezza melodica e la splendida lucidità poetica di “Una notte in Italia”, piccolo breviario della nostra difficoltà ad essere uomini, dei compromessi con noi stessi, ma, soprattutto, della nostra faticosa, ma risoluta, ricerca di una linea di condotta morale cui la coscienza ci chiede di attenersi. In “Lindbergh”, di sei anni successivo, l’orgoglioso ribadire la nostra discendenza dalle conquiste sociali e culturali – tradite – del dopoguerra è presente nella trascinante “La canzone popolare”, mentre l’odio per ogni tipo di sopruso dell’uomo sull’uomo, le amare riflessioni sulle vigliaccherie dei nostri compromessi e, per opposto, la ribadita ricerca di una serie di valori morali comuni, forti, che elevino la nostra dignità di esseri umani, risaltano in “La barca di legno rosa”, “Sigonella”, “Il disertore” e “Poca voglia di fare il soldato”. “Mio fratello che guardi il mondo” è un piccolo ma prezioso gioiello carico di una compassione alta e solidale, di uno straordinario messaggio di solidarietà verso tutti gli uomini – fratelli – che il mondo ha privato, ingiustamente, di qualcosa. Però il capolavoro di quest’album è la meravigliosa canzone omonima, resoconto onirico e dolente della prima trasvolata atlantica di Charles Lindbergh, turbato e cupo, ma, proprio perché tale, autentico, specchio della mai sopita voglia, tutta umana, di capirsi e, attraverso ciò, di capire tutto il resto. In questo disco veramente Fossati raggiunge una tale maturità di scrittura lirico-musicale da farne, a mio parere, l’indiscusso capolavoro della sua discografia e l’espressione più alta, interiorizzata ma nello stesso tempo universale, della sua poetica.
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