KATE BUSH – UNA VOCE SENSUALE NEL MONDO
TEMPESTOSO
E’ da nove anni, Kate, da ben nove anni che ti stiamo aspettando…
L’illusione di riascoltarti è dura a morire, ma l’attesa
ci sfianca: dove sono i tuoi ‘cani dell’amore’, le tue
‘scarpette rosse’? dov’è finito il tuo ‘cuore
di leone’?
Sono troppi nove anni, Kate…
Kate Bush è un personaggio atipico, per non dire unico, nel panorama
del rock inglese.
Nasce nel 1958 e sviluppa, nel tempo, eccezionali e peculiari doti di
cantante, compositrice, ballerina ed attrice.
La sua è un’arte a tutto tondo, valorizzata da un’eccezionale
estensione vocale per una cantante rock (quattro ottave), da una leggiadria
di movimento invidiabile e da capacità mimiche di tutto rispetto:
aspetti tecnici che hanno però il loro vero completamento e coronamento
nell’eccezionale talento compositivo della Bush, comprensivo di
una miriade di suggestioni che vanno dal pop sinfonico al folk, dalla
musica etnica all’elettronica, ma che mantengono una coerenza di
fondo impareggiabile.
Iniziale mentore di Kate Bush è David Gilmour, il mitico chitarrista
dei Pink Floyd, il quale, incantato dalle capacità vocali e dalla
presenza scenica della ragazza, le procura un contratto per la EMI e,
contemporaneamente, nel 1975, le produce due brani, “The man with
the child in his eyes” e “The saxophone song” che, a
inizio ’78, finiranno nell’album d’esordio, “The
kick inside”.
Il disco è straordinario: anche se organizzato intorno ad una strumentazione
ancora tradizionale, anche se ancora legato agli schemi del pop sinfonico,
le 13 canzoni mostrano un’artista non ancora ventenne ma dal talento
vocale e compositivo molto al di sopra della norma.
La voce acuta e sottile, ma grintosa al tempo stesso, è il filo
conduttore dell’ ‘hit’ “Wuthering heights”,
ma anche di “Moving”, di “Strange phenomena”,
dei due brani prodotti da Gilmour, di “James and the cold gun”,
di “Oh to be in love”, di “L’amour looks something
like you”: tutto l’album è pervaso da linee melodiche
originali e non scontate e da una struttura armonica più elaborata
e complessa rispetto alle abitudini del mondo rock.
A fine ’78, sull’onda dell’entusiasmo, la Bush pubblica
il suo secondo album, “Lionheart”, che ricalca gli schemi
del precedente (stesso team produttivo, stesso ‘modus componendi’).
Venuto meno il fattore sorpresa, rimane comunque il valore delle composizioni:
canzoni come “Symphony in blue”, “Wow”, “Oh
England my lionheart”, “Fullhouse”, “In the warm
room” sono piene di un fascino misterioso e di un ‘appeal’
che le allontana dalla banalità.
Tra il ’79 e l’80 Kate Bush collabora al terzo album di Peter
Gabriel, il primo in cui l’ex cantante dei Genesis intuisce le enormi
potenzialità del connubio elettronica-musica etnica, connubio che
non rimane senza conseguenze nell’universo musicale della cantante.
Le avvisaglie del cambiamento cominciano a intravedersi con “Never
for ever”, dell’80, in cui fanno la loro comparsa le tastiere
elettroniche e il ‘fairlight’, uno straordinario campionatore/riproduttore
di suoni (per l’epoca un gioiello dell’avanguardia tecnologica
applicata alla musica).
Gli arrangiamenti osano un po’ di più rispetto ai tradizionali
primi due album, c’è più grinta ‘rock’
nella voce, ma, tutto sommato, la ‘forma canzone’ viene rispettata:
l’ ‘hit’ “Babooshka”, “All we ever
look for”, “Army dreamers”, “Breathing”
sono i momenti migliori di un album piacevole, ma, comunque, di transizione.
I primi, veri, frutti della collaborazione con Gabriel vengono a maturazione
nell’82 con “The dreaming”, un album dalle sonorità
completamente rinnovate, stravolte, ostiche addirittura. Basta ascoltare
il brano d’apertura, “Sat in your lap”, per capire che
tutto è cambiato: ritmiche tribali e sonorità (sia vocali
che strumentali) cupe e ossessive.
Il disco prosegue su quella falsariga, esibendo arrangiamenti più
asciutti rispetto agli album precedenti e una voce che rinuncia agli scatti
virtuosistici per proporsi in una maniera emotivamente più moderna
ed essenziale: siamo nel pieno della new wave più creativa e innovativa
e il ‘tribalismo elettronico’ di “IV” di Peter
Gabriel trova qui un degno compagno al femminile.
La già citata “Sat in your lap”, “Pull out the
pin”, “Leave it open” (con un finale da brividi), la
tribale “The dreaming”, “Get out of my house”
sono i brani più significativi, dove una linea melodica in senso
canonico non esiste, stravolta da strutture armoniche poco usuali per
il rock; ma vale citare anche le meno ostiche “Suspended in Gaffa”,
“All the love” e “Houdini”.
Dopo tre anni di silenzio, nell’85, Kate Bush produce quello che,
a tutt’oggi, è il suo indiscusso apice creativo: “Hounds
of love”.
Gli spunti sonori elaborati nel disco precedente trovano qui la più
completa maturazione: in un fantastico crescendo emotivo, la Bush alterna
la ricerca ritmica tribale a sonorità che sfiorano il noise, l’
elettronica a suggestioni celtiche e folk, la sperimentazione new wave
a momenti delicatamente etnici.
L’album è diviso in due parti ben precise: la prima è
dominata da un sostegno ritmico straordinario nella sua varietà
e quanto mai coinvolgente nella sua ‘fisicità intellettuale’,
ed è contrassegnata da una sequenza-capolavoro (“Running
up that hill”, “Hounds of love”, “The big sky”,
“Mother stands for comfort”, “Cloudbusting” –
quest’ultimo brano è ancora più attraente nella versione
mix e in quella video), dove i passaggi più sperimentali ben si
amalgamano alle esigenze di una fruibilità comunque mai scontata.
La seconda parte è una lunga ‘suite’, in sette parti,
intitolata “The ninth wave”, che si dipana lungo mirabili
percorsi, ora pacati, ora aggressivi, di etno-folk-progressive, e che
la dicono lunga sull’incredibile statura artistica raggiunta da
Kate Bush: valgono almeno una citazione la prima parte, “And dream
of sheep”, la quarta, “Watching you without me”, la
quinta, la magica “Jig of life” e la sesta, l’evocativa
“Hello earth”.
Il momento magico, artisticamente e anche commercialmente parlando, viene
sancito, l’anno dopo, dalla pubblicazione di un’esauriente
antologia, significativamente intitolata “The whole story”,
che raccoglie veramente il meglio della produzione della cantante più
un inedito, “Experiment IV”, figlio delle ‘sessions’
del fortunato album precedente.
Sempre nell’86 Kate Bush è protagonista di un duetto con
Peter Gabriel, la coinvolgente “Don’t give up” (presente
sull’album “So”), quasi a sancire l’unione di
due tra le menti più creative del panorama rock contemporaneo.
Ancora tre anni di silenzio e, finalmente, nell’89, esce il nuovo
album della cantante inglese, “The sensual world”.
Qui i paesaggi elettronici, protagonisti dei due dischi precedenti, sono
più discreti e sembrano lasciare maggior spazio a suggestioni ritmico-etniche
che, ancora una volta, richiamano la ricerca sulla world music di Gabriel.
L’album spazia dai richiami di folk celtico rielaborato ritmicamente
alle possenti orchestrazioni, sia classiche che etniche (con la presenza
del Trio Bulgarka): il tutto è governato dalla voce sempre più
carismatica della Bush.
I brani migliori sono “The sensual world” (con bei riferimenti
testuali all’ “Ulisse” di James Joyce), “Love
and anger”, “Reaching out”, “Deeper understanding”,
“Rocket’s tail” (con stupefacenti intarsi vocali e con
l’inconfondibile chitarra di Gilmour) e la sognante “This
woman’s work”, ma, nel suo insieme, il disco sembra soffrire
un leggero calo di creatività e di originalità compositiva
rispetto ad “Hounds of love”.
Nel 1991 Kate Bush si propone in una delle sue rarissime performance al
di fuori dei suoi album: in “Two rooms”, album tributo dedicato
all’eccezionale song-book di Elton John e di Bernie Taupin, interpreta
in maniera straordinariamente commovente la classica “Rocket man”.
“The red shoes”, ultima prova della nostra a tutt’oggi,
esce nel 1993 e, per la prima volta, non ha una sua immagine in copertina,
anche se le ‘scarpette rosse’ in primo piano sono fin troppo
significative.
Album dai toni meno meditativi e meno introspettivi rispetto ai precedenti,
appare pervaso da una musicalità più solare e da una struttura
ritmica più tendente al funky e alla dance (per quanto questo termine
sia riduttivo delle peculiarità di Kate Bush).
Fatte salve queste caratteristiche, per il resto siamo in presenza di
una messa in parata di tutte le principali fonti di ispirazione dell’artista:
dall’elettronica al folk, dalla musica etnica ad una ritmicità
fisica e intellettuale al tempo stesso, il tutto prodotto con una padronanza
dei propri mezzi invidiabile, ma anche con una certa stanchezza creativa.
Citiamo comunque la delicata “And so is love” (con Eric Clapton
alla chitarra), la caraibica “Eat the music”, “Moments
of pleasure” (che rimanda alla dolcezza sonora dei primi album),
“The red shoes” e “Why should I love you?” (un
canonico duetto con Prince).
Da allora (a parte il brano “The man I love” nell’album
tributo del ‘94 “The glory of Gershwin” dedicato al
grande compositore americano) un sempre più assordante silenzio.
Quando tornerai, Kate? Noi siamo qui ad aspettarti… |