Lucio Battisti, Monografia del suo ultimo periodo. Artista/Gruppo: Lucio Battisti
Titolo: Capitolo 7: La scelta elettronica e il sodalizio con Panella
Web site: www.luciobattisti.net
Autore: Alino Stea
Pubb. il: 24/06/2004
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Velezia e la scelta elettronica

A settembre dell’82 riappare finalmente un nuovo disco di Battisti, attesissimo soprattutto perché si vuole scoprire chi e come ha preso il posto di Mogol.

L’album si intitola E già’:

1. Scrivi il tuo nome
2. Mistero
3. Windsurf windsurf
4. Rilassati e ascolta
5. Non sei più solo
6. Straniero
7. Registrazione
8. La tua felicità
9. Hi-fi
10. Slow motion
11. Una montagna
12. E già.

E già al primo ascolto l’album si rivela per quello che realmente è: un autentico shock per tutti i suoi fan.
Innanzitutto i testi (meno complessi e sottilmente suadenti di quelli di Mogol, ma, come quelli, assolutamente non banali e ricchi, anzi, di preziose riflessioni esistenziali), i quali sono frutto della penna di Grazia Letizia Veronese (in arte, appunto, Velezia), moglie di Lucio Battisti (anche se non sono in pochi, compreso il sottoscritto, a sospettare che dietro ci sia lo zampino più o meno diretto dello stesso cantante).

Ma, forse, a scioccare in maniera ancor più risoluta e definitiva gli ascoltatori è la struttura sonora del disco: i suoni, la cui produzione viene affidata all’ottimo Greg Walsh, già ingegnere del suono dei due dischi precedenti, sono tutti assolutamente elettronici.

E già’ è, senza alcun dubbio, aldilà dei giudizi e delle opinioni più o meno oggettive, un disco straordinariamente coraggioso, oserei dire temerario e sfrontato nell’ostinatezza con cui persegue i suoi obiettivi di rinnovamento e di sperimentazione.

Nell’Italia dell’82 un disco completamente privo di chitarre, tastiere, basso e batteria e totalmente fondato sui suoni delle tastiere elettroniche e delle ‘drum-machines’ è una novità assoluta, almeno a livello di ‘mainstream’, e questo è un merito indiscutibile da ascrivere alla lungimiranza e alla lucidità artistica di Battisti.

A mio giudizio, a parte qualche ingenuità derivante dall’uso (allora) pionieristico della strumentazione elettronica, quest’album è una pietra miliare non solo della discografia del nostro, ma dell’intera storia del rock italiano.

Battisti, ancora una volta (come era già accaduto con le prime composizioni soul e rhythm’n’blues, con gli stilemi ‘progressive’ di ANIMA LATINA, con gli spiccati accenti ritmici – spesso in bilico tra la ‘disco’ e il rock – presenti in LA BATTERIA, IL CONTRABBASSO, ECCETERA e in UNA DONNA PER AMICO) capta ciò che di nuovo proviene dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti (in questo caso la straordinaria stagione della ‘new wave’ e, nello specifico, la rivoluzione delle macchine elettroniche applicata al pop) e lo metabolizza e sintetizza in un qualcosa di assolutamente nuovo che è musica sua e solamente sua – per di più di straordinario livello qualitativo.

Se si ascolta attentamente l’album, senza pregiudizi intendo, è facile riconoscere come la straordinaria capacità di Battisti di creare continuamente melodie nuove ed efficaci, pur muovendosi tutto sommato in strutture armoniche e in schemi compositivi ancora tradizionali, sia rimasta intatta: canzoni come “Scrivi il tuo nome”, “Mistero” (superba nel suo incedere), “Non sei più solo” (carica di un enorme potere evocativo), “Straniero” (suggestiva e misteriosa), “La tua felicità”, “Slow motion” (profondamente umana, a dispetto dell’elettronica), la stessa, frenetica “E già” manterrebbero inalterato il loro altissimo valore intrinseco, anche se fossero rivestite di un arrangiamento completamente diverso, più abituale e meno straniante.

Greg Walsh: “In quel momento Lucio percepì il grande cambiamento che sarebbe avvenuto nella musica con l’avvento delle strumentazioni elettroniche, ed è proprio da questo disco che io cominciai ad avere un rispetto enorme nei suoi confronti. Nei due dischi precedenti lui è a tutti gli effetti un cantante, uno scrittore. Da questo punto in poi invece diventa quasi un progettista di musica, sa dove vuole andare e studia il modo migliore per arrivarci. (…) Non ho mai lavorato con un altro come Battisti. E’ veramente unico, perché è intelligente, musicale, filosofico, ambizioso, delicato, insomma c’è tutto quello che potresti cercare dentro un artista.”

Ivan Graziani: “Io credo che quando Lucio arriva alla fine di un percorso, non è che parte da quella fine per andare avanti, no, ricomincia proprio da capo, e sono pochi al mondo che se lo possono permettere un discorso del genere, soprattutto essendo coscienti di quello che stanno facendo. E’ molto difficile rinunciare ad un certo modulo vincente per poi andare a vedere che cosa diavolo potrebbe succedere se si facesse in tutt’altro modo.”

Panella e la destrutturazione del formato canzone

Trascorrono tre anni e mezzo di assoluto silenzio (se si eccettua la produzione del già citato album di Pappalardo), finché, ad aprile dell’86, ricompare sul mercato un nuovo album di Lucio Battisti, Don Giovanni:

1. Le cose che pensano
2. Fatti un pianto
3. Il doppio del gioco
4. Madre pennuta
5. Equivoci amici
6. Don Giovanni
7. Che vita ha fatto
8. Il diluvio.

E, neanche a dirlo, è un nuovo shock: i testi delle canzoni sono assolutamente incomprensibili, privi di un qualsivoglia filo logico (almeno apparentemente) e Battisti sembra cantarli (almeno apparentemente) con la stessa attraente convinzione con cui cantava i testi di Mogol.

L’autore delle parole è Pasquale Panella, già conosciuto nell’ambiente discografico e già noto ai fan di Battisti per aver partecipato all’album OH! ERA ORA di Adriano Pappalardo, autore che, da quel momento e fino alla fine, sarà il nuovo compagno d’avventure del nostro e uno dei segni distintivi (nel bene e nel male) delle sue ultime produzioni.

I suoi testi, costruiti al di fuori della logica letteraria comunemente intesa, privilegiano le assonanze, i giochi di parole, le allitterazioni, il tutto a costituire immagini e metafore inusuali e curiose che svelano il piacere del ‘suono’ della parola, sganciata dai suoi usuali e abusati significati, ma pronta ad acquistarne degli altri, completamente nuovi.

Musicalmente il progetto, prodotto nuovamente da Greg Walsh, arrangiato da Robyn Smith e registrato, come avverrà per tutti gli album successivi, in Inghilterra, si colloca a metà strada tra la tradizione battistiana e le innovazioni elettroniche introdotte da E già’: accanto, infatti, alla strumentazione elettronica, compaiono di nuovo strumenti veri e musicisti in carne ed ossa, in un affascinante connubio sonoro.

Ma Panella non è l’unica novità del disco, poiché è la struttura stessa delle canzoni che comincia traumaticamente a mutare.

La sequenza base ‘introduzione – strofa – ritornello – finale’ viene totalmente stravolta, spesso rinunciando completamente all’inciso o variandone la sua posizione nello sviluppo della canzone o, addirittura, alterandone la melodia; la strofa viene, invece, alternativamente, accorciata o allungata con tempi e misure inusuali (diventando così, a seconda dei casi, corpo unico o corpo estraneo all’introduzione o al finale) ampliandosi in un coacervo (a volte convulso e poco memorizzabile od orecchiabile, altre volte estremamente affascinante e intrigante) di temi melodici e di sequenze armoniche in continua evoluzione.

Inoltre, il cantato di Battisti, giunto ormai alla maturità del suo distintivo impasto vocale, lungi dal partecipare emotivamente al testo e al meccanismo sonoro, ne esalta, invece, con un’interpretazione volutamente distaccata, la valenza ironica (autoironica) e dissacratoria (autodissacratoria).

Dopo tutto quello che ho detto, diventa chiaro, quindi, che, a partire da Don Giovanni (ma tutto ciò diventerà lapalissiano – e ancor più radicalizzato – con i dischi successivi) Battisti e Panella uniscono i loro sforzi creativi in vista di un obiettivo comune: la destrutturazione del formato canzone (il primo dal punto di vista musicale, il secondo dal punto di vista testuale).

La canzone costruita costantemente attorno ad uno schema fisso e passivamente accettato, la canzone come rasserenante e rassicurante dispensatrice di sensi e significati passivamente condivisi non esiste più: al pubblico viene chiesto un diverso e più profondo grado di partecipazione e assimilazione della produzione artistica, una presenza più attiva e rielaborante nel momento della fruizione, ma saranno in pochi a non tacciare Battisti di bizzarria goliardica e insulsa.

I brani migliori del disco sono, senza alcun dubbio, “Le cose che pensano”, splendida nel dipanare il suo intreccio melodico nei meandri della malinconia e della nostalgia, e “Don Giovanni”, vera e propria romanza dall’effetto straniante, arrangiata in maniera geniale.

Delle altre canzoni citiamo “Il doppio del gioco” ed “Equivoci amici”, dalla partitura vivace e curiosa, e, soprattutto, la significativa “Il diluvio”, con tanto di affascinante coda finale strumentale.

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