| Velezia e la scelta elettronica
A settembre dell’82 riappare finalmente un nuovo disco di Battisti,
attesissimo soprattutto perché si vuole scoprire chi e come ha
preso il posto di Mogol.
L’album si intitola E già’:
1. Scrivi il tuo nome
2. Mistero
3. Windsurf windsurf
4. Rilassati e ascolta
5. Non sei più solo
6. Straniero
7. Registrazione
8. La tua felicità
9. Hi-fi
10. Slow motion
11. Una montagna
12. E già.
E già al primo ascolto l’album si rivela per quello che
realmente è: un autentico shock per tutti i suoi fan.
Innanzitutto i testi (meno complessi e sottilmente suadenti di quelli
di Mogol, ma, come quelli, assolutamente non banali e ricchi, anzi,
di preziose riflessioni esistenziali), i quali sono frutto della penna
di Grazia Letizia Veronese (in arte, appunto, Velezia), moglie di Lucio
Battisti (anche se non sono in pochi, compreso il sottoscritto, a sospettare
che dietro ci sia lo zampino più o meno diretto dello stesso
cantante).
Ma, forse, a scioccare in maniera ancor più risoluta e definitiva
gli ascoltatori è la struttura sonora del disco: i suoni, la
cui produzione viene affidata all’ottimo Greg Walsh, già
ingegnere del suono dei due dischi precedenti, sono tutti assolutamente
elettronici.
E già’ è, senza alcun dubbio, aldilà dei giudizi
e delle opinioni più o meno oggettive, un disco straordinariamente
coraggioso, oserei dire temerario e sfrontato nell’ostinatezza
con cui persegue i suoi obiettivi di rinnovamento e di sperimentazione.
Nell’Italia dell’82 un disco completamente privo di chitarre,
tastiere, basso e batteria e totalmente fondato sui suoni delle tastiere
elettroniche e delle ‘drum-machines’ è una novità
assoluta, almeno a livello di ‘mainstream’, e questo è
un merito indiscutibile da ascrivere alla lungimiranza e alla lucidità
artistica di Battisti.
A mio giudizio, a parte qualche ingenuità derivante dall’uso
(allora) pionieristico della strumentazione elettronica, quest’album
è una pietra miliare non solo della discografia del nostro, ma
dell’intera storia del rock italiano.
Battisti, ancora una volta (come era già accaduto con le prime
composizioni soul e rhythm’n’blues, con gli stilemi ‘progressive’
di ANIMA LATINA, con gli spiccati accenti ritmici – spesso in
bilico tra la ‘disco’ e il rock – presenti in LA BATTERIA,
IL CONTRABBASSO, ECCETERA e in UNA DONNA PER AMICO) capta ciò
che di nuovo proviene dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti (in
questo caso la straordinaria stagione della ‘new wave’ e,
nello specifico, la rivoluzione delle macchine elettroniche applicata
al pop) e lo metabolizza e sintetizza in un qualcosa di assolutamente
nuovo che è musica sua e solamente sua – per di più
di straordinario livello qualitativo.
Se si ascolta attentamente l’album, senza pregiudizi intendo,
è facile riconoscere come la straordinaria capacità di
Battisti di creare continuamente melodie nuove ed efficaci, pur muovendosi
tutto sommato in strutture armoniche e in schemi compositivi ancora
tradizionali, sia rimasta intatta: canzoni come “Scrivi il tuo
nome”, “Mistero” (superba nel suo incedere), “Non
sei più solo” (carica di un enorme potere evocativo), “Straniero”
(suggestiva e misteriosa), “La tua felicità”, “Slow
motion” (profondamente umana, a dispetto dell’elettronica),
la stessa, frenetica “E già” manterrebbero inalterato
il loro altissimo valore intrinseco, anche se fossero rivestite di un
arrangiamento completamente diverso, più abituale e meno straniante.
Greg Walsh: “In quel momento Lucio percepì il grande cambiamento
che sarebbe avvenuto nella musica con l’avvento delle strumentazioni
elettroniche, ed è proprio da questo disco che io cominciai ad
avere un rispetto enorme nei suoi confronti. Nei due dischi precedenti
lui è a tutti gli effetti un cantante, uno scrittore. Da questo
punto in poi invece diventa quasi un progettista di musica, sa dove
vuole andare e studia il modo migliore per arrivarci. (…) Non
ho mai lavorato con un altro come Battisti. E’ veramente unico,
perché è intelligente, musicale, filosofico, ambizioso,
delicato, insomma c’è tutto quello che potresti cercare
dentro un artista.”
Ivan Graziani: “Io credo che quando Lucio arriva alla fine di
un percorso, non è che parte da quella fine per andare avanti,
no, ricomincia proprio da capo, e sono pochi al mondo che se lo possono
permettere un discorso del genere, soprattutto essendo coscienti di
quello che stanno facendo. E’ molto difficile rinunciare ad un
certo modulo vincente per poi andare a vedere che cosa diavolo potrebbe
succedere se si facesse in tutt’altro modo.”
Panella e la destrutturazione del formato canzone
Trascorrono tre anni e mezzo di assoluto silenzio (se si eccettua la
produzione del già citato album di Pappalardo), finché,
ad aprile dell’86, ricompare sul mercato un nuovo album di Lucio
Battisti, Don Giovanni:
1. Le cose che pensano
2. Fatti un pianto
3. Il doppio del gioco
4. Madre pennuta
5. Equivoci amici
6. Don Giovanni
7. Che vita ha fatto
8. Il diluvio.
E, neanche a dirlo, è un nuovo shock: i testi delle canzoni sono
assolutamente incomprensibili, privi di un qualsivoglia filo logico
(almeno apparentemente) e Battisti sembra cantarli (almeno apparentemente)
con la stessa attraente convinzione con cui cantava i testi di Mogol.
L’autore delle parole è Pasquale Panella, già conosciuto
nell’ambiente discografico e già noto ai fan di Battisti
per aver partecipato all’album OH! ERA ORA di Adriano Pappalardo,
autore che, da quel momento e fino alla fine, sarà il nuovo compagno
d’avventure del nostro e uno dei segni distintivi (nel bene e
nel male) delle sue ultime produzioni.
I suoi testi, costruiti al di fuori della logica letteraria comunemente
intesa, privilegiano le assonanze, i giochi di parole, le allitterazioni,
il tutto a costituire immagini e metafore inusuali e curiose che svelano
il piacere del ‘suono’ della parola, sganciata dai suoi
usuali e abusati significati, ma pronta ad acquistarne degli altri,
completamente nuovi.
Musicalmente il progetto, prodotto nuovamente da Greg Walsh, arrangiato
da Robyn Smith e registrato, come avverrà per tutti gli album
successivi, in Inghilterra, si colloca a metà strada tra la tradizione
battistiana e le innovazioni elettroniche introdotte da E
già’: accanto, infatti, alla strumentazione elettronica, compaiono
di nuovo strumenti veri e musicisti in carne ed ossa, in un affascinante
connubio sonoro.
Ma Panella non è l’unica novità del disco, poiché
è la struttura stessa delle canzoni che comincia traumaticamente
a mutare.
La sequenza base ‘introduzione – strofa – ritornello
– finale’ viene totalmente stravolta, spesso rinunciando
completamente all’inciso o variandone la sua posizione nello sviluppo
della canzone o, addirittura, alterandone la melodia; la strofa viene,
invece, alternativamente, accorciata o allungata con tempi e misure
inusuali (diventando così, a seconda dei casi, corpo unico o
corpo estraneo all’introduzione o al finale) ampliandosi in un
coacervo (a volte convulso e poco memorizzabile od orecchiabile, altre
volte estremamente affascinante e intrigante) di temi melodici e di
sequenze armoniche in continua evoluzione.
Inoltre, il cantato di Battisti, giunto ormai alla maturità del
suo distintivo impasto vocale, lungi dal partecipare emotivamente al
testo e al meccanismo sonoro, ne esalta, invece, con un’interpretazione
volutamente distaccata, la valenza ironica (autoironica) e dissacratoria
(autodissacratoria).
Dopo tutto quello che ho detto, diventa chiaro, quindi, che, a partire
da Don Giovanni (ma tutto ciò
diventerà lapalissiano – e ancor più radicalizzato
– con i dischi successivi) Battisti e Panella uniscono i loro
sforzi creativi in vista di un obiettivo comune: la destrutturazione
del formato canzone (il primo dal punto di vista musicale, il secondo
dal punto di vista testuale).
La canzone costruita costantemente attorno ad uno schema fisso e passivamente
accettato, la canzone come rasserenante e rassicurante dispensatrice
di sensi e significati passivamente condivisi non esiste più:
al pubblico viene chiesto un diverso e più profondo grado di
partecipazione e assimilazione della produzione artistica, una presenza
più attiva e rielaborante nel momento della fruizione, ma saranno
in pochi a non tacciare Battisti di bizzarria goliardica e insulsa.
I brani migliori del disco sono, senza alcun dubbio, “Le cose
che pensano”, splendida nel dipanare il suo intreccio melodico
nei meandri della malinconia e della nostalgia, e “Don
Giovanni”, vera e propria romanza dall’effetto straniante,
arrangiata in maniera geniale.
Delle altre canzoni citiamo “Il doppio del gioco” ed “Equivoci
amici”, dalla partitura vivace e curiosa, e, soprattutto, la significativa
“Il diluvio”, con tanto di affascinante coda finale strumentale.
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