Lucio Battisti, Monografia del suo ultimo periodo. Artista/Gruppo: Lucio Battisti
Titolo: Capitolo 8: Gli ultimi album
Web site: www.luciobattisti.net
Autore: Alino Stea
Pubb. il: 04/07/2004
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Capitolo 8: Gli ultimi album

Dopo Don Giovanni, la scansione temporale dei dischi di Battisti diventa rigorosamente biennale, a partire da L’apparenza (ottobre 88):

1. A portata di mano
2. Specchi opposti
3. Allontanando
4. L’apparenza
5. Per altri motivi
6. Per nome
7. Dalle prime battute
8. Lo scenario.

L’album, prodotto e arrangiato da Robyn Smith, si inserisce nella scia del precedente dal punto di vista delle scelte stilistiche, in certi casi addirittura estremizzandole.

Nelle canzoni, dalle più valide (“A portata di mano”, “L’apparenza”, “Per altri motivi”, “Per nome” – connotata da uno splendido impianto melodico –, “Dalle prime battute”) alle altre, magari meno riuscite, è sempre più presente il sottile gioco destrutturante di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, mentre le sonorità si situano in un territorio di confine tra DON GIOVANNI ed E già.

Puntuale, a ottobre del 90, appare il nuovo album, La sposa occidentale:

1. Tu non ti pungi più
2. Potrebbe essere sera
3. Timida molto audace
4. La sposa occidentale
5. Mi riposa
6. I ritorni
7. Alcune noncuranze
8. Campati in aria.

In questo disco (che viene pubblicato, come il successivo, per la Cbs) Battisti torna a farsi produrre da Greg Walsh e, probabilmente, non è un caso che questo connubio torni a produrre una serie di composizioni che, fatta salva la scelta dell’elettronica e della destrutturazione formale, sono ricchissime di spunti melodici di prim’ordine arrangiati con gusto e, spesso, con genialità.

Da “Tu non ti pungi più” a “Potrebbe essere sera”, dalla title-track a “Mi riposa”, per finire con “I ritorni” e “Campati in aria”, siamo in presenza di brani che, ne sono convinto, avessero avuto un testo più canonico (alla Mogol, per intenderci), avrebbero emulato i successi di pubblico dei ’70.

Due parole, infine, sulle copertine che, a partire da DON GIOVANNI, vengono disegnate direttamente da Battisti e che sono diretta conseguenza del discorso destrutturante presente nel contenuto dei dischi: volutamente stranianti, sono, come tutti i dischi dell’ultimo periodo, alla ricerca di una diversa e più partecipata e attiva comunicazione tra i mondi del creatore e del fruitore.

Ottobre del 92 ed ecco che esce sul mercato discografico l’ennesimo lavoro di Battisti, Cosa succederà alla ragazza:

1. Cosa succederà alla ragazza
2. Tutte le pompe
3. Ecco i negozi
4. La metro eccetera
5. I sacchi della posta
6. Però il rinoceronte
7. Così gli dei sarebbero
8. Cosa farà di nuovo.

In quest’album torna ad essere prevalente un aspetto fondamentale, e mai dimenticato, dell’originalità musicale del nostro, la struttura ritmica dei brani, la sua costruzione in vista di un legame spontaneo e biunivoco con l’aspetto melodico della canzone.

Non a caso, a produrre l’album viene chiamato un batterista (come, in origine, è batterista Greg Walsh), Andy Duncan (che produrrà anche HEGEL).

La scelta ormai totale dell’elettronica (priva, però, di quel delizioso tocco ‘naive’ di E GIA’) soffoca, a dire il vero, alcune canzoni, ma in “Cosa succederà alla ragazza” (spettacolare il suo incedere ossessionante), “Ecco i negozi”, “La metro eccetera” e “Cosa farà di nuovo” le scelte ritmiche ‘dance’ e ‘dub’ sembrano valorizzare al meglio la solita, geniale ispirazione melodica battistiana.

Il 29 settembre del 94 (forse la data è un segno del destino…) esce l’ultimo album di Lucio Battisti, Hegel, pubblicato nuovamente (in una sorta di definitivo ritorno a casa…) dalla storica etichetta Numero Uno:

1. Almeno l’inizio
2. Hegel
3. Tubinga
4. La bellezza riunita
5. La moda nel respiro
6. Stanze come questa
7. Estetica
8. La voce del viso.

Sulla copertina c’è una ‘e’ maiuscola (quinta lettera dell’alfabeto), forse a voler indicare, a mo’ di riepilogo, che si tratta del quinto disco del nuovo corso destrutturante.

E una sorta di riepilogo, infatti, di tutte le sperimentazioni sulla canzone incominciate nell’86 (ma non dimentichiamo lo splendido prologo dell’82) sembra essere il contenuto del disco.

L’album, da questo punto di vista, appare poco originale e anche, a dire il vero, un po’ stanco, ma è giusto sottolinearne i momenti migliori: “Almeno l’inizio”, “La bellezza riunita” e “La voce del viso”.
In quest’ultimo brano, per l’ultima volta nel suo straordinario percorso creativo, si incontrano, ancora in maniera lucidissima e personalissima, i due pilastri dell’arte musicale di Lucio Battisti, il ritmo e la melodia.

E l’essere riuscito, in trent’anni di geniale carriera, a mantenere, con strenua coerenza, il suo indefesso senso della ricerca e della sperimentazione assieme alla sua incredibile capacità di intuizione creativa, fondando, così, un nuovo paradigma per la canzone italiana (e non solo), è un merito che nessuno può togliergli.

Lucio Battisti è morto il 9 settembre 1998 e mi piace pensare (e sapere) che, come manca a me, manca a milioni di italiani che lo hanno ascoltato e ne hanno colto la semplice, immensa, grandezza.

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