| Capitolo 8: Gli ultimi album
Dopo Don Giovanni, la scansione temporale
dei dischi di Battisti diventa rigorosamente biennale, a partire da
L’apparenza (ottobre 88):
1. A portata di mano
2. Specchi opposti
3. Allontanando
4. L’apparenza
5. Per altri motivi
6. Per nome
7. Dalle prime battute
8. Lo scenario.
L’album, prodotto e arrangiato da Robyn Smith, si inserisce nella
scia del precedente dal punto di vista delle scelte stilistiche, in
certi casi addirittura estremizzandole.
Nelle canzoni, dalle più valide (“A portata di mano”,
“L’apparenza”, “Per altri motivi”, “Per
nome” – connotata da uno splendido impianto melodico –,
“Dalle prime battute”) alle altre, magari meno riuscite,
è sempre più presente il sottile gioco destrutturante
di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, mentre le sonorità
si situano in un territorio di confine tra DON GIOVANNI ed E
già.
Puntuale, a ottobre del 90, appare il nuovo album, La
sposa occidentale:
1. Tu non ti pungi più
2. Potrebbe essere sera
3. Timida molto audace
4. La sposa occidentale
5. Mi riposa
6. I ritorni
7. Alcune noncuranze
8. Campati in aria.
In questo disco (che viene pubblicato, come il successivo, per la Cbs)
Battisti torna a farsi produrre da Greg Walsh e, probabilmente, non
è un caso che questo connubio torni a produrre una serie di composizioni
che, fatta salva la scelta dell’elettronica e della destrutturazione
formale, sono ricchissime di spunti melodici di prim’ordine arrangiati
con gusto e, spesso, con genialità.
Da “Tu non ti pungi più” a “Potrebbe essere
sera”, dalla title-track a “Mi riposa”, per finire
con “I ritorni” e “Campati in aria”, siamo in
presenza di brani che, ne sono convinto, avessero avuto un testo più
canonico (alla Mogol, per intenderci), avrebbero emulato i successi
di pubblico dei ’70.
Due parole, infine, sulle copertine che, a partire da DON GIOVANNI,
vengono disegnate direttamente da Battisti e che sono diretta conseguenza
del discorso destrutturante presente nel contenuto dei dischi: volutamente
stranianti, sono, come tutti i dischi dell’ultimo periodo, alla
ricerca di una diversa e più partecipata e attiva comunicazione
tra i mondi del creatore e del fruitore.
Ottobre del 92 ed ecco che esce sul mercato discografico l’ennesimo
lavoro di Battisti, Cosa succederà
alla ragazza:
1. Cosa succederà alla ragazza
2. Tutte le pompe
3. Ecco i negozi
4. La metro eccetera
5. I sacchi della posta
6. Però il rinoceronte
7. Così gli dei sarebbero
8. Cosa farà di nuovo.
In quest’album torna ad essere prevalente un aspetto fondamentale,
e mai dimenticato, dell’originalità musicale del nostro,
la struttura ritmica dei brani, la sua costruzione in vista di un legame
spontaneo e biunivoco con l’aspetto melodico della canzone.
Non a caso, a produrre l’album viene chiamato un batterista (come,
in origine, è batterista Greg Walsh), Andy Duncan (che produrrà
anche HEGEL).
La scelta ormai totale dell’elettronica (priva, però, di
quel delizioso tocco ‘naive’ di E GIA’) soffoca, a
dire il vero, alcune canzoni, ma in “Cosa succederà alla
ragazza” (spettacolare il suo incedere ossessionante), “Ecco
i negozi”, “La metro eccetera” e “Cosa farà
di nuovo” le scelte ritmiche ‘dance’ e ‘dub’
sembrano valorizzare al meglio la solita, geniale ispirazione melodica
battistiana.
Il 29 settembre del 94 (forse la data è un segno del destino…)
esce l’ultimo album di Lucio Battisti, Hegel,
pubblicato nuovamente (in una sorta di definitivo ritorno a casa…)
dalla storica etichetta Numero Uno:
1. Almeno l’inizio
2. Hegel
3. Tubinga
4. La bellezza riunita
5. La moda nel respiro
6. Stanze come questa
7. Estetica
8. La voce del viso.
Sulla copertina c’è una ‘e’ maiuscola (quinta
lettera dell’alfabeto), forse a voler indicare, a mo’ di
riepilogo, che si tratta del quinto disco del nuovo corso destrutturante.
E una sorta di riepilogo, infatti, di tutte le sperimentazioni sulla
canzone incominciate nell’86 (ma non dimentichiamo lo splendido
prologo dell’82) sembra essere il contenuto del disco.
L’album, da questo punto di vista, appare poco originale e anche,
a dire il vero, un po’ stanco, ma è giusto sottolinearne
i momenti migliori: “Almeno l’inizio”, “La bellezza
riunita” e “La voce del viso”.
In quest’ultimo brano, per l’ultima volta nel suo straordinario
percorso creativo, si incontrano, ancora in maniera lucidissima e personalissima,
i due pilastri dell’arte musicale di Lucio Battisti, il ritmo
e la melodia.
E l’essere riuscito, in trent’anni di geniale carriera,
a mantenere, con strenua coerenza, il suo indefesso senso della ricerca
e della sperimentazione assieme alla sua incredibile capacità
di intuizione creativa, fondando, così, un nuovo paradigma per
la canzone italiana (e non solo), è un merito che nessuno può
togliergli.
Lucio Battisti è morto il 9 settembre 1998 e mi piace pensare
(e sapere) che, come manca a me, manca a milioni di italiani che lo
hanno ascoltato e ne hanno colto la semplice, immensa, grandezza.
|