![]() |
|
|
![]() |
Artista : | Francesco De Gregori |
| Titolo articolo: | Monografia [Prima parte] | |
| Web site: | http://www.sonymusic.it/degregori/ | |
| Autore: | Alino Stea | |
| Pubb. il: | 25/07/2005 | |
| Copyright: | Alino Stea per www.music-on-tnt.com |
| Sei in: Home > Monografie | Seconda parte |
Questa non ha per niente la pretesa di essere un’esaustiva monografia sul cantautore romano: per questo garantisce molto di più, e in termini di quantità e in termini di qualità, il recente, decisivo libro di Enrico Deregibus intitolato “Francesco De Gregori. Quello che non so, lo so cantare”, edito dalla Giunti. Qui vorrei soltanto mettere in rapida fila i motivi che mi hanno portato, negli anni, a seguire e ad apprezzare il percorso artistico di Francesco De Gregori cercando di spiegare, emotivamente più che razionalmente, il perché certe cose mi hanno colpito di più di altre e il perché quelle cose che mi hanno colpito, lo hanno fatto in maniera decisiva. Fatalmente sarò costretto a seguire un percorso cronologico per non fare confusione e così, se vorrete seguirmi, abbiate almeno la pazienza di andare a dare un’occhiata (e anche qualcosa in più) alla discografia dettagliata di De Gregori pubblicata sul nostro forum. “Alice non lo sa” (1973) è la prima vera canzone famosa del nostro: un tormentone, un must dei concerti. Questo brano ho imparato ad apprezzarlo con gli anni, man mano che De Gregori ne dava, dal vivo, versioni più tese e drammatiche rispetto alla piatta resa in studio: di quell’album, ricordo, mi piacevano (e mi piacciono tuttora) di più “1940”, “La casa di Hilde” e “Saigon”. Ho volutamente tralasciato il vero esordio, quel THEORIUS CAMPUS dove De Gregori era letteralmente sovrastato e fatto a pezzi non solo dal vocione di Antonello Venditti, ma soprattutto dalla migliore qualità delle sue canzoni: però di quel disco mi ha sempre intrigato “La casa del pazzo”. Nel 1974 arriva LA PECORA, ossia il secondo omonimo album del principe: Dylan e Cohen a gò-gò e un disco sempre difficile da capire per me (parafrasando il brano guida, “Niente da capire”), giovanotto sempre più affascinato dal rock. Non posso però esimermi dal sottolineare il sottile fascino che De Gregori sapeva emanare con alcuni versi così diversi, criptici ma, nello stesso tempo, avvolti in un’aura di limpida efficacia poetica. D’altronde uno scrive delle cose e chi legge o ascolta ci mette sopra sempre il vestito che vuole, no? Così come per il secondo album, non ho mai nutrito una smodata passione neanche per RIMMEL: era un ‘must’ ascoltarlo, era un ‘must’ dire che era bello, ma per me è troppo estetizzante e in favor di corrente, nonostante pezzi abrasivi come “Pablo” e “Le storie di ieri”. BUFALO BILL, anno di grazia 1976: il De Gregori che amo parte da quest’album, un pugno nello stomaco, un disco senza compromessi, nelle parole come negli scarni arrangiamenti. Per me è il disco migliore di tutti e non serve citare brano alcuno: sono tutti sferzanti e sprezzanti e accoppiano lo schiaffo di un amaro risveglio alla carezza di una ruvida pietà. Però due paroline in più per i figli spesso troppo trascurati: ascoltatevi “Festival” (dedicata a Luigi Tenco) e “Santa Lucia”, ricordiamoci che all’epoca De Gregori ha solo 25 anni e riflettiamo! Poi c’è la famosa contestazione del Palalido di Milano, i propositi di ritiro e infine De Gregori, testardo e coerente come sempre, che se ne esce con un altro disco omonimo che contiene la splendida, immensa – un anthem, direbbero gli inglesi – “Generale” e tante altre perle nascoste e poco conosciute come “L’impiccato”, “Babbo in prigione”, “Renoir”, “Raggio di sole”, “Due zingari”: è un disco che viaggia intorno alla mezz’oretta come RIMMEL, ma, a parer mio, non c’è paragone. In seguito De Gregori è convinto a fare coppia con Lucio Dalla e il nostro ne esce anestetizzato: canzoncine come “Ma come fanno i marinai” e “Banana Republic” aiutano a sdoganare la carriera del cantautore emiliano verso lidi più furbescamente fruttuosi (in termini di fama e denaro), ma confondono drammaticamente le idee al cantautore romano. Ne viene fuori quello che, a mio parere, è il disco meno significante (o più insignificante, a scelta) di De Gregori, VIVA L’ITALIA: peccato, perché il brano eponimo è splendido e vibrante e sempre più lo diventerà negli anni con le versioni dal vivo. Balzo di tre anni, arriviamo al 1982 e il nostro riparte col TITANIC: disco disuguale, con alcune cose dozzinali, ma con cinque capolavori veri, degni di un grande, sensibile, delicato artista: “La leva calcistica della classe ‘68” (sfido chiunque a trovare un’altra canzone – forse solo quella di Baglioni, “Prima del calcio di rigore” (1998) – che si involi in tal maniera a raccontare il calcio come amara metafora della vita), “San Lorenzo” (i primi meravigliosi impacci di De Gregori col piano) e la trilogia del disastro in mare: “L’abbigliamento di un fuochista” – “Titanic” – “I muscoli del capitano”, con quest’ultima intrisa di incantata magia e terreo sgomento. A seguire, il mini album LA DONNA CANNONE: il brano omonimo, giustamente ipercelebrato anche se melodicamente troppo invadente, finisce per offuscare due gemme spesso ingiustamente ignorate: “La ragazza e la miniera” e “Canta canta”. Ascoltando questi due brani all’epoca, ebbi la certezza, mai più svanita, che De Gregori era tornato per restare. Nel 1985 il cantautore romano collabora con Ivano Fossati, ma la cosa lascia, purtroppo, il tempo che trova: in SCACCHI E TAROCCHI si erge, incommensurabile, soltanto “La storia”, mentre mi si lasci dire che questo disco ha il triste primato di includere, sempre a parer mio, le due canzoni più brutte mai incise dal principe: “Piccoli dolori” e “Tutti salvi”. |