Francesco De Gregori
Artista : Francesco De Gregori
Titolo articolo: Monografia [Seconda parte]
Web site: http://www.sonymusic.it/degregori/
Autore: Alino Stea
Pubb. il: 01/08/2005
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Cambio di etichetta (dalla Rca alla Cbs) e un nuovo splendido disco, con molto pianoforte, molto dolore, molto coinvolgimento: sto parlando di TERRA DI NESSUNO e di brani straordinari e, forse, poco valorizzati dallo stesso autore come “Capataz”, “Pilota di guerra”, “Mimì sarà”, “Pane e castagne”, “Il canto delle sirene”, “I matti”.

So che De Gregori, semmai dovesse leggere queste righe, si indignerebbe per quello che sto per scrivere, ma quelle canzoni sono autentiche poesie in musica.

L’album successivo, invece, non mi piace molto: in MIRAMARE la voglia di De Gregori di approdare al rock è ancora annacquata da un suono molto anni ’80 e qualche spunto interessante (come per esempio la title-track) un po’ si perde per eccesso di produzione.

Curiosamente il brano che mi viene sempre in mente parlando di questo disco è l’ultimo, “Lettera da un cosmodromo messicano”, un brevissimo appunto evocativo e sospeso nella giusta misura.

A questo punto De Gregori prende una decisione dalla quale, fino ad oggi, non è mai tornato indietro: iniziare a pubblicare in quantità industriali dischi live.

Per il dettaglio vi rimando alla discografia, a riguardo io posso solo dire che pregiudizialmente non amo i dischi dal vivo, perché sono sempre e comunque una fotografia parziale dell’artista e sviliscono un momento che andrebbe vissuto, appunto, unicamente dal vivo.

Comunque sia, il bello della vita è che si può vivere (e convivere) tranquillamente pur avendo opinioni diverse (figuriamoci se poi le opinioni divergenti riguardano i dischi live dei cantautori...).

Il successivo disco in studio è del 1992, CANZONI D’AMORE: la canzoncina apripista, “Bellamore”, non c’entra niente col resto del disco che è sangue e sudore.

“Adelante! Adelante!”, “Sangue su sangue”, “Rumore di niente”, “Tutto più chiaro che qui”, “Povero me” sono i brani che mi piacciono di più, con De Gregori che – nei testi – raschia via l’ipocrisia imperante del buonismo e – nella musica –intensifica, con coerenza e correttezza, l’elettrificazione dei suoi brani, coadiuvato da una band il cui nucleo fondamentale esiste ancora oggi.

Citata di passaggio la bella “Il bandito e il campione” del fratello Luigi Grechi (Grechi è il cognome della madre dei due), non posso negare che il passo successivo – PRENDERE E LASCIARE del 1996 – è un disco che mi piace molto poco: nuovamente iperprodotto (con troppi suoni, la maggior parte dei quali di plastica) e con brani debolucci dal punto di vista della qualità compositiva (si salvano solo “Un guanto”, “Jazz” e “Stelutis alpinis”).

L’anno dopo esce l’ennesimo album live, ma almeno questo disco è importante per la presenza di un autentico masterpiece inedito: la canzone “La valigia dell’attore”, regalata dall’autore ad Alessandro Haber qualche anno prima, viene ripresa dal legittimo proprietario in una versione che non può non far amare (o riamare) il nostro principe.

Passiamo al 2001, quando De Gregori dà alle stampe AMORE NEL POMERIGGIO: il disco presenta per la prima volta due composizioni non sue e una rilettura (non particolarmente memorabile, per la verità) di un brano scritto nel 1974 a quattro mani con Fabrizio De Andrè e poi apparso nell’album VOL. 8 del cantautore genovese.

Il capolavoro del disco è comunque “Il cuoco di Salò”, lucidissima e liricissima fotografia di un pezzo importante della nostra storia: e, per capirla, ricordiamo sempre quanto dice il testo del brano “La storia”.

Non riuscendo più a stare un attimo fermo, con una frenesia degna forse di miglior causa, un anno dopo il nostro rilegge (ne IL FISCHIO DEL VAPORE, con Giovanna Marini, grande cantastorie ma pessima cantante) alcuni nostri canti popolari con risultati altalenanti.

Il resto è storia recente con l’ultimo PEZZI che, come forse avrete letto nella recensione, mi piace moltissimo.

De Gregori continua a fare da sentinella e vede e ci dice a che punto è la notte: probabilmente non farà mai giorno, ma l’importante è che lui ci sia, per lui stesso e per noi.