Terza
parte: Il muro
Durante il
tour americano del ’77 Roger Waters comincia a manifestare sempre
più evidenti segni di insofferenza nei confronti della realtà
routinaria e alienante che lo circonda: il rito sempre più uguale
a se stesso del concerto, l’atmosfera di contorno che diventa sempre
più importante del contenuto, l’ingombrante ruolo di idolo
per migliaia e migliaia di ragazzi.
Ciò che aveva paventato nei testi degli album precedenti, comincia
a diventare tragica realtà vissuta sulla propria pelle, realtà
talmente opprimente che il 6 luglio, a Montreal, ultima tappa del tour,
c’è la goccia che fa traboccare il vaso.
Lasciamo la parola a Waters:
“Ormai ero così angosciato, durante lo show, che sputai
addosso a uno in prima fila che urlava e si divertiva moltissimo spingendo
le transenne: in realtà, lui voleva fare casino e io volevo fare
uno spettacolo di rock’n’roll. Mi arrabbiai così tanto
che alla fine gli sputai addosso: una cosa odiosa. Mirai molto bene perché
lo presi in piena faccia”.
In quel momento, nella mente stravolta della rock-star Roger Waters, comincia
a prendere forma l’idea portante di “The wall”, la consapevolezza
dell’esistenza di un muro che, man mano, una qualsiasi persona famosa
del mondo dello spettacolo – ma la metafora è facilmente
estendibile ad ogni essere umano e ad ogni situazione di chiusura mentale
e materiale – vede costruirsi intorno, vuoi per sua volontà,
vuoi per volontà di tutti coloro che lo circondano, lo osannano
e lo idolatrano, a simboleggiare l’autentica, disperata, condizione
di incomunicabilità in cui precipita, o rischia di precipitare,
ognuno di noi nella frenetica società odierna.
Sentiamo ancora il bassista:
“L’idea
di ‘The wall’ è nata dopo dieci anni di tour con spettacoli
rock, credo soprattutto dopo gli ultimi anni, quando suonavamo davanti
ad un pubblico enorme. Alcuni venivano per ascoltare quello che volevamo
suonare, ma la maggior parte era lì per bere birra. Suonavamo sempre
in grandi stadi, e diventò un’esperienza abbastanza alienante
fare gli spettacoli; io divenni conscio del ‘muro’ che ci
separava dal nostro pubblico e, quindi, questo disco è nato da
orribili spettacoli. Era veramente difficile cercare di suonare in mezzo
a quella baraonda; allo stesso tempo, però, capivo che era una
situazione che avevamo creato noi stessi, con la nostra ingordigia: la
sola ragione per cui si suona davanti ad un grande pubblico è per
guadagnare di più”.
Queste lucidissime affermazioni di Waters sono il miglior punto di partenza
per una precisa e attenta disamina di “The
wall”.
La stesura dell’opera si sviluppa tra l’autunno del ’77
e il luglio dell’anno seguente; successivamente Waters registra
un ‘demo’ che fa ascoltare agli altri membri del gruppo (ricevendone
incondizionati consensi) nel novembre ’78.
La vera e propria registrazione avviene tra l’aprile e il novembre
successivi e, finalmente, il disco, doppio, viene pubblicato il 30 novembre
1979.
“The wall” è un album straordinario, vitale, unico,
perfetto nella mirabile unità di intenti e di impulsi creativi:
carico di mille suggestioni, profondo e mai banale, quasi mai retorico
o ridondante, misurato e spettacolare allo stesso tempo, coglie un gruppo
nel pieno della sua maturità espressiva e un autore, Waters, al
massimo delle sue possibilità ideative.
Aldilà di ogni etichetta (che, nel momento in cui connota un disco
o un gruppo o un autore, ne delimita, anche, o ne trattiene, addirittura,
la versatilità espressiva o immaginifica), questo disco realmente
rappresenta uno strepitoso, irripetibile ‘unicum’, in cui
i testi raccontano una storia organica, originale, profondamente vissuta
e sofferta, e in cui la musica, in un caleidoscopio magicamente assortito
di umori, rumori, effetti, generi, assonanze, è veramente l’esaltazione
più geniale e affascinante dell’universo rock: “The
wall” è il vero capolavoro dei Pink Floyd di Roger Waters,
quella straordinaria sintesi di letteratura e di musica, di sperimentazione
e di fruibilità che per anni il gruppo ha cercato invano.
Ultima, in ordine di tempo, delle grandi opere rock (ricordiamo “Tommy”
e “Quadrophenia” dei Who o “The lamb lies down on Broadway”
dei Genesis, per citare solo quelle più conosciute), questa splendida
raccolta di brani, a differenza di tutti i precedenti dischi dei Pink
Floyd, non viene sottoposta ad un’antecedente verifica live (per
saggiare le reazioni del pubblico), ma nasce e si sviluppa interamente
in studio, ad ulteriore riprova della sua notevole caratura.
Cerchiamo di analizzare il contenuto dell’album sia dal punto di
vista musicale che lirico: la canzone d’esordio, “In the flesh?”,
è un solenne rock che ci fa letteralmente ‘precipitare’
(si ascolti il rumore dell’aereo che sembra caderci addosso) nella
storia (a riprova della derivazione del disco dal tour del ’77,
ricordiamo che ‘In the flesh’ era il nome di quel tour ‘fatale’).
Si passa a “The thin ice”, dove comincia la vera storia di
Pink, ancora bambino, autentico alter ego di Roger Waters: il tutto è
immerso in una dimensione onirica tra l’acustico e lo splendore
rock della chitarra gilmouriana.
“Another brick in the wall (part one)”, splendida negli intarsi
di basso e chitarra, è drammatico riferimento alla morte del padre
di Pink/Roger durante lo sbarco degli alleati ad Anzio nel corso della
seconda guerra mondiale: il primo mattone (lucida metafora della tremenda
e opprimente incomunicabilità umana) del tragico muro watersiano
è posto qui.
(Per inciso: a questo punto, nel film “The wall”, dell’82,
è inserita la solenne “When the tigers broke free”,
tenera, quanto amara, descrizione della morte del padre).
Seguono, in un ‘continuum’, “The happiest days of our
lives” e “Another brick in the wall (part two)”: durissimo
atto d’accusa verso gli assurdi metodi di insegnamento (ma, soprattutto,
di coercizione della volontà) attuati nell’Inghilterra dell’epoca:
ecco il pesantissimo secondo mattone nel muro.
Musicalmente, “Another brick…”, connotato da un bell’assolo
di Gilmour, è un brano facile e orecchiabile (non a caso uscì
come singolo), ma notevolmente efficace.
“Mother” è immersa in una dolcissima atmosfera acustica
che fa a pugni col durissimo testo: un altro atto d’accusa a metodi
di educazione sbagliati e un altro, decisivo, mattone nel muro con cui
Pink si emargina dal resto del mondo.
Anche la seguente “Goodbye blue sky” ha, musicalmente, una
struttura molto semplice: ma ciò che conta è l’atmosfera,
di straordinaria tensione e di timorosa attesa per quello che sta per
succedere.
“Empty spaces” è un momento cruciale: Pink si sta avviando
inesorabilmente a completare il muro, mentre tutto intorno la musica è
una cascata ossessiva di suoni (ancora un inciso: a questo punto, in tutte
le rappresentazioni concertistiche dell’opera – ben illustrate
dallo splendido cofanetto “Is there anybody out there?-The Wall
live” –, ma non sul disco, appare “What shall we do
now?”, logico seguito della song precedente).
Poi c’è un trascinante rock, “Young lust”, con
tanto di performance gilmouriana (non a caso la musica del brano è
sua), dove si parla delle prime esperienze sessuali del giovane Pink,
seguito dall’efficacissima (ricca di effetti e di pathos) “One
of my turns”, disamina psicanalitica dell’oscuro tunnel in
cui è precipitata la vita del protagonista; analisi rafforzata
da “Don’t leave me now”, dove Pink, musicalmente immerso
in una continua sequenza di forti e di piani, riflette, disperato, sul
fatto che anche la sua donna lo abbia lasciato, ulteriore mattone nel
muro.
“Another brick in the wall (part three)” e “Goodbye
cruel world” sono la presa di coscienza (apparentemente definitiva)
dell’inevitabilità e, tutto sommato, della validità
dell’erezione di quel muro: ora è completo e Pink è
completamente circondato e chiuso.
La seconda parte inizia con “Hey you”, splendida ballata,
nel cerchio della migliore tradizione floydiana: il brano, anche visto
in un’ottica autonoma, è magnifico e celebra, nel miglior
modo possibile, l’atmosfera tesa e immaginifica di “The wall”
e dell’intera produzione post “Ummagumma” dei quattro.
In questa canzone, e nell’inserto successivo, “Is there anybody
out there?”, Pink, resosi conto dell’inefficacia interiore
del suo isolamento, cerca disperatamente di riprendere un contatto umano.
La dolcissima canzone successiva, “Nobody home”, è
intrisa di una soffusa, coinvolgente, atmosfera pianistica, mentre la
voce e il testo di Waters sono veramente un tutt’uno con la disperazione
e il senso di abbandono che avvertono il protagonista e l’ascoltatore,
sentimenti rafforzati dalla successiva, sconsolata “Vera”.
Introdotta da quella che sembra una banda militare, arriva la breve “Bring
the boys back home”. Secondo Waters è il brano più
importante dell’album perché “in parte parla dell’importanza
di non lasciare andare la gente alla guerra, in parte parla della necessità
di non permettere che né il rock’n’roll , né
il lavoro, né qualsiasi altra cosa diventino più importanti
degli amici, delle mogli, dei figli e delle altre persone”.
Riprendiamo un attimo il filo narrativo: Pink/Roger è (non dimentichiamolo)
il leader di una band di rock’n’roll e deve, quindi, andare
a fare uno spettacolo, ma è chiuso/circondato dal muro (rappresentato,
nella sceneggiatura della storia, dalla sua stanza d’albergo). Il
suo impresario e il dottore, ai quali non importa nulla della sua salute,
ma importa solo il denaro che c’è dietro il concerto, fanno
di tutto per risvegliarlo e portarlo sul palco: tutto questo è
“Comfortably numb”, il capolavoro di David Gilmour, con la
sua chitarra che, inserita in un limpido contesto melodico, raggiunge
il picco della sua corposa espressività, dando, nello stesso tempo,
prezioso risalto alle parole di Waters.
Seguono “The show must go on”, amara presa di coscienza del
protagonista sulla (quasi) ineluttabilità del suo ruolo di catalizzatore
di masse (e di denaro), “In the flesh” (risposta lirico-musicale
alla canzone iniziale dell’opera) e “Run like hell”
(efficace, anche se un po’ scontata, nel suo andamento disco-rock)
con Pink trasformatosi in un terrificante dittatore nazi-fascista: qui
il parallelismo watersiano tra gli intolleranti (e falsi) idoli del rock
e gli intolleranti (e falsi) totalitarismi politico-militari (entrambi
soggiogano le folle con la pura forza delle loro parole e delle loro immagini
svuotate di qualsiasi reale significato) è tremendamente cinica
quanto lucida.
“Waiting for the worms”, con il suo andamento musicale ossessivo
e claustrofobico, è metafora dell’estremo appannamento della
coscienza di Pink dovuto alle droghe e ai cattivi condizionamenti esterni:
alla fine arriva “Stop”, basta!, un grido liberatorio di Pink
a questa esperienza disumanizzante che sta vivendo.
Segue “The trial”, con tanto di orchestra e cori, efficacissima
e assolutamente amalgamata al resto del contesto: liricamente è
un processo interiore con il quale il protagonista scandaglia in maniera
impietosa il suo animo al fine di prendere coscienza delle sue colpe e
di redimersi, abbattendo il muro e aprendosi agli altri, accettandoli
così come sono e facendosi accettare per come è.
“Outside the wall” chiude l’opera con questo anelito,
pur faticoso e faticato, alla fratellanza che tutto vince, comprese le
nostre paure.
La messa in scena live di “The wall” è di notevole
complessità, visto che viene riproposto in maniera pedissequa,
concettualmente e visivamente (con tanto di costruzione e di crollo finale
del muro), l’intero andamento narrativo: ciò comporta, tra
l’80 e l’81, una limitata serie di concerti a Los Angeles,
New York, Londra, Dortmund e, ancora, Londra.
Nell’82 “The wall” diventa uno splendido film (magistralmente
diretto da Alan Parker e superbamente interpretato da Bob Geldof –
all’epoca leader dei Boomtown Rats e, di lì a poco, ideatore
del Live Aid) immerso in una dimensione sospesa tra finzione e realtà,
tra cartoni animati ed esseri umani, tra incubo e sogno, tra alienazione
e libertà.
Già adombrato nelle performance live, qui finalmente il correlato
visivo delle opprimenti (e, nello stesso tempo, attraenti) ossessioni
mentali di Waters ha modo di esprimersi in maniera splendidamente coesa
e completa.
Ma “The wall” non è solo luce imperiosa e fulgida,
poiché nasconde, tra le sue pieghe, anche qualche miseria umana:
alla fine della registrazione del disco Waters, sempre più padre
padrone del complesso, impone a Wright, reo di aver dimostrato scarso
interesse per l’intero progetto, di abbandonare il gruppo (tanto
che nei concerti il tastierista compare come semplice accompagnatore).
Paradossalmente, ciò che per Pink diventa parabola catartica per
la sua vita immaginaria, per Roger Waters, artista e uomo in carne ed
ossa, si trasforma in ossessivo sfogo delle sue paranoie egocentriche
ed autoreferenziali.
Siamo, ormai, in prossimità del taglio finale…
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