Subito
dopo ‘il taglio finale’ dell’83, Roger Waters, seconda
mente (dopo Syd Barrett) dei Pink Floyd, ritenendo ormai il gruppo incapace
di farsi propulsore di nuove idee creative (come era accaduto fino a
“The wall”), decide, padre-padrone, di scioglierli e di
intraprendere una nuova carriera come solista.
E proprio l’uscita (pochi mesi fa) di una esauriente raccolta
dei ‘solo years’ dell’ex leader dei Floyd ci consente
di gettare uno sguardo su quest’ultima parte del suo percorso
in ambito rock.
L’antologia, intitolata “Flickering flame – The solo
years volume 1”, prende in esame il periodo 1984-2002 cioè
quello relativo alla sua effettiva esperienza solistica fuori dal gruppo,
anche se, a voler essere pignoli, esiste un precedente disco solista
di Roger Waters: stiamo parlando di “The body”, colonna
sonora di un film parascientifico sul corpo umano uscito alla fine del
1970, dove Waters divide i titoli di testa con Ron Geesin (uomo Floyd
nel periodo “Atom heart mother”).
Per questa bizzarra colonna sonora Waters scrive e incide tre brani
fondamentalmente acustici (in linea con altri suoi brani del periodo
– vedi “Grantchester meadows” su “Ummagumma”
e “If” su “Atom heart mother”) più un
bel gospel intitolato “Give birth to a smile”.
Il primo album preso in esame dalla raccolta è “The pros
and cons of hitch-hiking” (84), il quale, curioso antefatto, vede
la sua genesi addirittura nel ’78: all’epoca Waters compose
e incise i ‘demo’ per due album, “The pros and cons”,
appunto, e “The wall”, lasciando decidere agli altri tre
Floyd quale effettivamente trasformare in album e sottintendendo che,
quello scartato, lui lo avrebbe inciso come disco solista.
Quest’ultimo riflette i drammi e le tensioni interiori non del
Waters ‘pubblico’ (come in “The wall”) ma del
Waters ‘privato’ (la difficile relazione con la prima moglie
e il conseguente divorzio) seguendo un itinerario onirico e notturno:
le canzoni, infatti, si dipanano seguendo il lento scorrere dei minuti
di una notte piena di incubi.
L’album, in realtà, è abbastanza lento e monotono
nel suo sviluppo musicale (la presenza di Eric Clapton alla chitarra
non lo nobilita più di tanto) ed eccessivamente verboso per ciò
che riguarda il versante testi: infatti nell’antologia compare
un solo brano, la dolce “5.06 am (every stranger’s eyes)”
(anche se merita un cenno anche l’iniziale “4.30 am (apparently
they were travelling abroad)”.
A fine ’86 esce sugli schermi “When the wind blows”,
cartone animato tratto dall’omonimo racconto di Raymond Briggs
(la storia parla delle reazioni di un’anziana coppia inglese di
fronte ad un’esplosione nucleare).
Aldilà della straordinaria canzone omonima di David Bowie, la
colonna sonora è rimarchevole in quanto contiene 10 nuovi brani
di Waters (di cui solo 2 in forma di canzone): nella raccolta è
presente la splendida ed evocativa “Towers of faith”, con
ottima performance vocale di Claire Torry.
Nel 1987 esce il nuovo, vero album solista dell’ex bassista dei
Pink Floyd, “Radio Kaos”, che mostra alcuni sostanziali
cambiamenti nella sua poetica musicale.
Infatti, mentre dal punto di vista lirico Waters continua a perdersi
in laboriosi quanto, a volte, caotici e poco comprensibili intrecci
testuali, dal punto di vista sonoro il disco offre generose concessioni
al ‘tecno–pop’ e alla ‘dance’ anche grazie
a un rimarcato uso di fiati: l’antologia ne offre tre selezioni,
la suggestiva “The tide is turning” e le movimentate “Radio
waves” e “Who needs information”.
A questo punto Waters si inoltra in un prolungato silenzio, rotto soltanto
nel ’90 con la riuscita riproposta (a Berlino, naturalmente…)
di “The wall”, accompagnato da uno stuolo di rock-star tra
cui Sinead O’Connor, Van Morrison, The Band, Joni Mitchell, Cindy
Lauper.
Il rientro avviene nel 1992 con un disco, “Amused
to death”, che, ancora una volta, mette in bella copia i temi
più cari a Waters, dall’odio per la guerra e per il nucleare,
alla libertà di informazione, dalla preponderanza dei mass-media
alle allucinate visioni di una società alienata.
L’album, doppio, si staglia come un affresco maturo (anche se,
forse, troppo lungo) della sua poetica lirico-musicale e ha i suoi momenti
migliori nelle tre tracks presenti nell’antologia, “Too
much rope”, “Perfect sense part I & II” (questa,
però, in una versione dal vivo, tratta da “In the flesh”,
live del 2000) e “Three wishes”, anche se meritano una menzione
le tre parti di “What God wants” e la lunga canzone eponima.
Il resto dell’antologia è composto da “Knockin’on
heaven’s door” (cover di Dylan abbastanza canonica), incisa
da Waters come parte di “The Dybbcuk”, film israeliano del
’98 e da due bei inediti, la coinvolgente “Each small candle”
(dal vivo) e l’acustica “Flickering flame”.
Conclude il tutto il ‘demo’ originale di “Lost boys
calling”, suggestivo brano su musiche di Ennio Morricone che accompagna
i titoli di coda di “Novecento”, il grande film di Giuseppe
Tornatore.
Invariabilmente, alla fine di ogni ascolto, sento un po’ d’amaro
in bocca per quello che (potenzialmente) abbiamo perso in questi 20
anni: non c’è niente da fare, 1+1 fa 2 solo in matematica,
qui 1 (Waters) + 1 (Gilmour) farebbe di nuovo Pink Floyd.
Ma poi bevo un po’ d’acqua e non ci penso più: le
minestre riscaldate non mi sono mai piaciute.
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