Pink Floyd Monografia del gruppo Artista/Gruppo: Roger Waters
Titolo: Monografia
Web site: http://www.pinkfloyd.co.uk 
Autore: Alino Stea
Pubb. il: 13/04/2003
Copyryght: Alino Stea per www.music-on-tnt.com

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Subito dopo ‘il taglio finale’ dell’83, Roger Waters, seconda mente (dopo Syd Barrett) dei Pink Floyd, ritenendo ormai il gruppo incapace di farsi propulsore di nuove idee creative (come era accaduto fino a “The wall”), decide, padre-padrone, di scioglierli e di intraprendere una nuova carriera come solista.

E proprio l’uscita (pochi mesi fa) di una esauriente raccolta dei ‘solo years’ dell’ex leader dei Floyd ci consente di gettare uno sguardo su quest’ultima parte del suo percorso in ambito rock.

L’antologia, intitolata “Flickering flame – The solo years volume 1”, prende in esame il periodo 1984-2002 cioè quello relativo alla sua effettiva esperienza solistica fuori dal gruppo, anche se, a voler essere pignoli, esiste un precedente disco solista di Roger Waters: stiamo parlando di “The body”, colonna sonora di un film parascientifico sul corpo umano uscito alla fine del 1970, dove Waters divide i titoli di testa con Ron Geesin (uomo Floyd nel periodo “Atom heart mother”).

Per questa bizzarra colonna sonora Waters scrive e incide tre brani fondamentalmente acustici (in linea con altri suoi brani del periodo – vedi “Grantchester meadows” su “Ummagumma” e “If” su “Atom heart mother”) più un bel gospel intitolato “Give birth to a smile”.

Il primo album preso in esame dalla raccolta è “The pros and cons of hitch-hiking” (84), il quale, curioso antefatto, vede la sua genesi addirittura nel ’78: all’epoca Waters compose e incise i ‘demo’ per due album, “The pros and cons”, appunto, e “The wall”, lasciando decidere agli altri tre Floyd quale effettivamente trasformare in album e sottintendendo che, quello scartato, lui lo avrebbe inciso come disco solista.
Quest’ultimo riflette i drammi e le tensioni interiori non del Waters ‘pubblico’ (come in “The wall”) ma del Waters ‘privato’ (la difficile relazione con la prima moglie e il conseguente divorzio) seguendo un itinerario onirico e notturno: le canzoni, infatti, si dipanano seguendo il lento scorrere dei minuti di una notte piena di incubi.
L’album, in realtà, è abbastanza lento e monotono nel suo sviluppo musicale (la presenza di Eric Clapton alla chitarra non lo nobilita più di tanto) ed eccessivamente verboso per ciò che riguarda il versante testi: infatti nell’antologia compare un solo brano, la dolce “5.06 am (every stranger’s eyes)” (anche se merita un cenno anche l’iniziale “4.30 am (apparently they were travelling abroad)”.

A fine ’86 esce sugli schermi “When the wind blows”, cartone animato tratto dall’omonimo racconto di Raymond Briggs (la storia parla delle reazioni di un’anziana coppia inglese di fronte ad un’esplosione nucleare).
Aldilà della straordinaria canzone omonima di David Bowie, la colonna sonora è rimarchevole in quanto contiene 10 nuovi brani di Waters (di cui solo 2 in forma di canzone): nella raccolta è presente la splendida ed evocativa “Towers of faith”, con ottima performance vocale di Claire Torry.

Nel 1987 esce il nuovo, vero album solista dell’ex bassista dei Pink Floyd, “Radio Kaos”, che mostra alcuni sostanziali cambiamenti nella sua poetica musicale.
Infatti, mentre dal punto di vista lirico Waters continua a perdersi in laboriosi quanto, a volte, caotici e poco comprensibili intrecci testuali, dal punto di vista sonoro il disco offre generose concessioni al ‘tecno–pop’ e alla ‘dance’ anche grazie a un rimarcato uso di fiati: l’antologia ne offre tre selezioni, la suggestiva “The tide is turning” e le movimentate “Radio waves” e “Who needs information”.
A questo punto Waters si inoltra in un prolungato silenzio, rotto soltanto nel ’90 con la riuscita riproposta (a Berlino, naturalmente…) di “The wall”, accompagnato da uno stuolo di rock-star tra cui Sinead O’Connor, Van Morrison, The Band, Joni Mitchell, Cindy Lauper.

Il rientro avviene nel 1992 con un disco, “Amused to death”, che, ancora una volta, mette in bella copia i temi più cari a Waters, dall’odio per la guerra e per il nucleare, alla libertà di informazione, dalla preponderanza dei mass-media alle allucinate visioni di una società alienata.

L’album, doppio, si staglia come un affresco maturo (anche se, forse, troppo lungo) della sua poetica lirico-musicale e ha i suoi momenti migliori nelle tre tracks presenti nell’antologia, “Too much rope”, “Perfect sense part I & II” (questa, però, in una versione dal vivo, tratta da “In the flesh”, live del 2000) e “Three wishes”, anche se meritano una menzione le tre parti di “What God wants” e la lunga canzone eponima.
Il resto dell’antologia è composto da “Knockin’on heaven’s door” (cover di Dylan abbastanza canonica), incisa da Waters come parte di “The Dybbcuk”, film israeliano del ’98 e da due bei inediti, la coinvolgente “Each small candle” (dal vivo) e l’acustica “Flickering flame”.
Conclude il tutto il ‘demo’ originale di “Lost boys calling”, suggestivo brano su musiche di Ennio Morricone che accompagna i titoli di coda di “Novecento”, il grande film di Giuseppe Tornatore.

Invariabilmente, alla fine di ogni ascolto, sento un po’ d’amaro in bocca per quello che (potenzialmente) abbiamo perso in questi 20 anni: non c’è niente da fare, 1+1 fa 2 solo in matematica, qui 1 (Waters) + 1 (Gilmour) farebbe di nuovo Pink Floyd.
Ma poi bevo un po’ d’acqua e non ci penso più: le minestre riscaldate non mi sono mai piaciute.