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A Moby non difetta certo la passione per il lavoro, sia come musicista
e compositore, sia come cantante e produttore, ma sui risultati dei suoi
sforzi pesa soprattutto l’assenza di uno stile personale, coltivata
in una serie ormai lunga di album-bignami che hanno trattato le varie
tendenze musicali alternative degli ultimi 10-12 anni senza approfondirne
alcuna. L’intrigante canovaccio viene ignorato solo nell’iniziale “We’re all made of stars”, il primo scanzonato singolo giocato su un ritmino elettropop, ma a rispettare le consegne pensano poi canzoni come “In this world” e “In my heart”, ai limiti del rifacimento dei singoli del precedente “Play”, inspiegabile best seller del nostro tempo: canzoni gemelle, secondo un vecchio trucco della house music, la prima con un campione vocale alla Janis Joplin, la seconda con interprete maschile. Più avanti proverà a graffiare “Another woman”, abbandonando la bassa battuta e gonfiandosi di loop in reverse, scale di piano e riverbero diffuso, laddove l’insipienza di “Signs of Love” prova solo a infastidire: qualunque gruppo di seconda schiera proveniente da Manchester se ne usciva con giochetti simili già nei primi 90, senza che si gridasse al miracolo. Riesce piu’ credibile allora “One of these mornings”, con un po’ di elasticità mentale, ipotesi di gospel per un finto mondo televisivo, e “Fireworks”, breve e finalmente sobrio strumentale che riassume le caratteristiche sonore di quasi tutte le altre composizioni, suona a questo punto tra le cose più originali. Anche “Estreme ways”, poi, sarebbe dovuta suonare, nelle intenzioni di Moby, come un apice emotivo dell’album, anziché come un Leonard Cohen addomesticato, che’ questa è l’idea che evoca. “Jam for the ladies” corre su un doppio binario, tra dub e e r’n’b, scarrozzando pure un Master of Ceremony e la voce soul di Angie Stone, e contrasta un po’ con la melodicissima “The day before my birthday”, piano e voce in evidenza, mentre “18” è un altro intermezzo, stavolta senza beats, dove liquidi accordi di piano s’immergono in un bagno di orchestrazioni, e nel trip hop scuro e malinconico “Sleep alone” torna la voce di Moby, tanto suadente come in poche altre occasioni nel passato. In “Harbour”, a parte la dispensabile presenza di Sinead O’Connor (forse la più grande promessa mai mantenuta nella storia della musica pop e rock), si ritaglia finalmente più spazio la chitarra, che aggiunge in modo minimale un sapore neocountry, e in “Look back” , tra I soliti temi per archi e giri di basso hip-hop, si fa strada addirittura un accennato battito industrial che però, a questo punto, stona vagamente, dinanzi alla scelta da parte di Moby di non elevarsi da una medietà pop priva di provocazioni più coraggiose, che forse sarebbero alla sua portata. Anche dopo l’ascolto delle conclusive “The rafters” e “I’m not worried at all”, rassicuranti e senza sorprese, risulta difficile capire cosa volesse dimostrare l’artista licenziando un disco così. Forse, di saper creare un bel repertorio di ballate da concerto, o forse di voler passare alla storia come lo Zucchero newyorkese: tante buone canzoni, nessuna realmente originale, e uno stuolo di ospiti illustri, soprattutto dall’area black, a prova di critica. Un disco bello, ricco di fascino e di eleganza. E' l'album di Moby, non il secondo ma il secondo dopo il turbine 'Play' che ha catapultato sul pianeta il giovane newyorchese discendente di Herman Melville. I diciotto brani che danno titolo all'album - e proprio '18' è stata suonata per la cerimonia di chiusura della passata edizione delle Olimpiadi invernali in America - non mostrano alcun cedimento nel loro succedersi dei pezzi. Bellissime, come sempre, le voci, alcune delle quali campionate, altre vive e vibranti: Angie Stone, Sinead O'Connor (che si esibisce in 'Harbour', scritta 17 anni fa), Azure Ray, MC Lite. Nvariata la passione per la musica nera, dal gospel, al soul, ai cori a cappella. Dall'ipnosi al ritmo, dalla dolcezza alla morbidezza di brani strumentali, Moby è riuscito nell'intento prefissato: creare un disco ricco di calore, avvolgente e quasi confortante. Da 'We are all made of stars', il singolo che ha anticipato l'album, a 'Jam for the ladies', pezzo funk in cui si esibisce anche Mike Geronimo, '18' conquista ad ogni ascolto.
Il vero nome di Moby è Richard Melville Hall e la leggenda, per altro probabilmente vera, vuole che sia un discendente dell'autore di "Moby Dick" (da cui il nome). Nato a New York nel 1965, già a quattordici anni forma la sua prima band e da li nasce una carriera artistica che in gruppo o, più spesso, da solo, anche come dee jay, lo porterà a pubblicare dischi con etichette decisamente minori ("Hit squad for God" del 1983, "AWOL" dell'anno dopo, il singolo di successo "Go" del 1991), fino a che nel 1995 esce il suo primo disco ufficiale "Everything is wrong" che ha un buon riscontro di critica, meno di pubblico. "Animal rights" del 1996 è un mezzo fallimento, ma Moby non si da per vinto e nel 1999 vede la luce il celeberrimo "Play" che conquista proprio tutti con brani come "Porcelain", "Why does my heart feel so bad", "Bodyrock", "Natural blues" e tante altre. Il successo è clamoroso, così come l'attesa per "18", uscito il mese scorso. Moby è un tipo schivo, un antidivo, concede poche (ma non banali) interviste, vive sobriamente ed è considerato una specie di intellettuale della musica contemporanea. Il suo sito personale (www.moby.com) è preso letteralmente d'assalto dai suoi fan che nel suo diario online, aggiornato quasi giornalmente, possono leggere le sue considerazioni su fatti anche molto importanti ed extra musicali (come quelli riguardanti l'undici settembre: le Twin Towers erano vicino a casa sua, lui ha visto tutto e, per di più, quello è il giorno del suo compleanno). Questo statunitense ha dato definitivamente dignità artistica a quella musica elettronica fatta di campionamenti e manipolazioni varie che a molti è sempre parsa il rifugio di chi non possiede un vero talento per uno strumento o per la voce. "18" contiene vari brani all'altezza del valore medio di "Play" (ma non delle sue cose migliori, comunque): "Great escape" "Fireworks", "Extreme ways", "In my heart", "In this world", "Jam for the ladies", sono tutti pezzi, per vari motivi, ben riusciti. Ma hanno il grosso difetto di venire dopo "Play" e di non riuscire a discostarsene. Le canzoni di questi due album sembrano tutte figlie della stessa session musicale, della stessa ispirazione. Ma a quelle di "18", benché non troppo inferiori, manca la freschezza, la originalità, la capacità di stupirti che tre anni fa Moby aveva saputo regalare. La critica è abbastanza concorde nel ritenere che l'artista newyorchese ha fatto un buon album, anche molto buono, e comunque decisamente al di sopra dello standard musicale di questi tempi. Però non ha saputo stupire, e anzi è un po' scivolato nell'autocelebrazione, nella ripetizione di quelle sonorità ormai inconfondibilmente sue. Detto questo, di "18", comunque, colpisce il fatto di essere un lavoro con un'anima, di saper trasmettere emozioni, di essere ricco di buona musica. E non è per niente cosa da poco. Su tutti gli altri si stagliano due brani: il singolo "We are all made of stars", con il suo riff di chitarra da far invidia a molte band rock, e la meravigliosa "Harbor", brano cantato da Sinead O'Connor con una voce che scioglie i cuori più duri. Nel senso che questo termine
ha acquistato negli ultimi anni, Moby è un'artista vero. Ha idee,
talento, spessore, sa reinterpretare sound classici senza scopiazzare
nessuno e conosce la musica. Ma, proprio per questo, ecco perché
ascoltando "18" si può rimanere magari non scontenti,
questo no, però non del tutto soddisfatti, con la vaga sensazione
che non abbia voluto osare. |
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