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October is coming


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Artista/Gruppo:Entropia
Titolo: October is coming
Etichetta: Blob Agency
Sito: www.blobagency.com
Recensore:Loris Gualdi
Recensito il: 11/04/2018
Copyright: Loris Gualdi per Music on Tnt

“In concomitanza con il centenario della Rivoluzione Russa gli Entropia realizzano un concept album”.

Leggendo questo incipit dell’info sheet ho messo da parte il tempo ed ho deciso di parlare di un album che, partendo dai confini dell’elettronica e dall’avat-garde, riesce a disegnare i profili di un opera ardita, che avrebbe potuto essere nelle grazie di Tommaso Marinetti, beh… non tanto per l’argomento trattato quanto per la struttura sonora così vicina a rumorismo, futurismo e quello che oggi noi chiamiamo industrial.

La band, fedele al proprio monicker, appare legata al rifiuto della banale chiarezza e ad un allontanamento ragionato dalla univocità del messaggio, riuscendo a mescolare strumenti electro-acustici ed elettronici in una mistura di intenti in grado di attraversare voci, sampler e rumori, armonizzati con i cori dell’Armata Rossa e frammenti rivoltati di Vertov e Prokof’ev, pronti a donare uno sguardo attento al mondo creativo di Majakovskij e Ėjzenštejn.

E proprio dal cinema nasce questa importante opera sonora, che vede nascere la propria genesi da una serie di sonorizzazioni di film muti, che ha portato la band licenziata da Ecletic Production a volgere lo sguardo su Ottobre, testo filmico del 1928 commissionato dal governo sovietico per il decimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Proprio dall’influsso creativo di Ėjzenštejn gli Entropia partono per la realizzazione di un video originale “basato sulla manipolazione digitale di immagini di repertorio”, nel quale maturano quattro fasi storico-narrative raccontate dalla tracklist:

01. The Great War
02. Revolution in February
03. The April Theses
04. The Winter Palace in October





Una chiarificatrice parte iniziale, esplosioni, rumorismo e un’attesa spinta elettrificata aprono a intuizioni minimali e cambi direttivi al servizio di una lunga suite ipnotica e ben cadenzata, posta su di una linea emozionale ed evocativa marcata ed accorta. La narrazione, confinata in un inquieto pattern ansiogeno, va a sposarsi con un overlay in cui il suono sintetico cerca di raccontare i movimenti di un mondo ormai perduto, interposto tra silenzi e strutture diversificate. Movimenti differenziati che prendono spunto dal mondo classico, pur orientandosi verso un incrocio di noise ed elettronica minimale.

Nella seconda parte della suite sembra poi maturare un’emozionalità in stile David Lynch, in cui la sensazione di attesa e mistero si unisce alla reiterazione della paura, nonostante una perfettibile venatura. L’estraniante impronta sonora volge verso un coraggio futuristico definito dalla dinamicità pronta a cucirsi con gli angusti rimandi alla guerra e all’idea nefasta di note altalenanti e sbilenche. Un’inquietudine assordante, che matura ed evolve nel finale deciso di Revolution in February, traccia ispirata al momento in cui l’aristocrazia viene deposta per un governo borghese.





Lanciata da un esplosione battente, stilisticamente avvicinabile a Zeng Tumb Tumb, la traccia, prima di chiudersi in una struttura vintage, ospita giochi sonori che vanno a tagliare il suono basilare. Coadiuvati da sampler rivoltati e deformati, la composizione funge in maniera perfetta al servizio della ricerca espressiva, in cui ritroviamo un aumento distorsivo e rumorista, ai limiti ponderati del noise, qui pronto a liberarsi in maniera emancipata verso una misurazione evocativa e visionaria che trova corpo in una partitura ardita, difficile e piuttosto spigolosa.

I moderati effetti balance aiutano poi la narrazione stessa, alternando nebulare inquietudine e momenti d’attesa nervosa in una evoluzione filmica cadenzata e arrugginita in un rumore industriale che apre gli sguardi alle “Tesi di Aprile”, in cui il metallico suono va ad armonizzarsi con aperture strutturali, per poi calmierarsi attraverso sonorità ipnotiche ed oniriche, delineate da vibrazioni ed echi.





A chiudere il disco è infine l’apice emozionale di The winter palace in October che, modulandosi attraverso le sonorità tribal della drum machine, offre nuova linfa narrativa a L’internazionale, qui alterato dagli intenti del gran finale:



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