Bach Artista/Gruppo: Johann Sebastian Bach
Titolo: Concerti Brandeburghesi
Etichetta: ----
Collana: Il palpito dell'universo [qui maggiori info]
Periodo: Settecento
Recensore: Maurizio Germani
Pubb. il: 17/02/2005
Copyright: Maurizio Germani per Music on Tnt

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L’opera di Bach è un immenso monumento all’Arte e all’ingegno umano, scegliere una composizione un quel mare magnum di meraviglie che è il suo catalogo non è un piacere, è una sofferenza, perché ciò che si sa di dover lasciare momentaneamente in disparte è troppo bello è troppo importante per non far soffrire. Ma visto che un metodo bisogna pur darselo, lasciando a riposarsi (ma solo momentaneamente) le cantate, le opere per organo, la musica da camera, le passioni, le messe, il Clavicembalo ben temperato, le variazioni Goldberg, l’Arte della Fuga e tutto il resto delle meraviglie che questo compositore ci ha lasciato, concentriamoci su questi concerti.

Six Concerts
Avec plusieurs Instruments
Dediées
A Son Allesse Royalle
Monseigneur

CRETIEN LOUIS

Marggraf de Brandenbourg etc. etc. etc.
Par
Son tres humble & tres obeissant Serviteur
Jean Sebastien Bach
Maitre de Chapelle de S.A.S. le
Prince Regnant d’Anhalt-Cothen

Questo il titolo sul frontespizio della partitura autografa.

Servile come d’obbligo all’epoca, Bach (1685-1750) invia con questa dedica, sei concerti per strumenti solisti al Margravio Christian Ludwig von Brandenburg il 24 marzo del 1721. Questo invio fa seguito ad una richiesta che Bach ricevette l’anno precedente durante un incontro avvenuto a Karlsbad. I concerti rimasero poi negli archivi della famiglia del Margravio per più di un secolo, fino alla loro pubblicazione avvenuta nel 1850, nella ricorrenza del centenario della morte del musicista. Il nome di “Brandeburghesi” lo si deve invece ad uno dei primi biografi di Bach: Philipp Spitta che pubblicò una corposa biografia nel 1880.

Questi concerti portano i numeri di catalogo da BWV 1046 a 1051 (la numerazione fa riferimento al catalogo dell’opera di Bach, pubblicato per la prima volta nel 1950 e più volte ristampato. La sigla BWV significa “Bach Werke Verzeichnis”, cioè “Elenco delle opere di Bach”) ma in realtà non ci è dato di sapere quando Bach li compose, né in quale ordine. Non sappiamo nemmeno se siano stati eseguiti ai tempi di Bach, mancano prove documentali definitive, anche se sarebbe ingenuo supporre che il musicista e il suo committente non si fossero almeno messi d’accordo sulla reale possibilità di eseguirli.

Certamente si tratta di una raccolta parecchio eterogenea, se andiamo ad analizzarli scopriamo che manca, in questi sei concerti, influenzati dall’opera dell’amato Vivaldi e del modello del concerto italiano in voga in quegli anni, un elemento comune. Si tratta in pratica di una raccolta unificata soprattutto dal fatto di essere stati raggruppati e destinati ad un unico dedicatario, quasi un campionario teso a dimostrare la capacità di Bach di utilizzare i suoni e i colori di un’orchestra. In effetti i sei concerti hanno una veste estremamente varia: il terzo e il sesto sono per orchestra d’archi, ma nel sesto non sono previsti i violini, mentre per gli altri sono previste parti solistiche e diverse organizzazioni orchestrali; il primo prevede la presenza di tre gruppi orchestrali (corni, archi, oboi con fagotto); il secondo, per tromba, violino, flauto e oboe, prevede una parte solistica per tromba in fa, strumento di raro impiego dalle sonorità acute. Ogni concerto ha, insomma un carattere spiccato che lo rende in certo qual modo unico.

Il primo concerto, per esempio prevede la presenza di due “Corni di Caccia”, strumenti, all’epoca, assai poco duttili e non in grado di produrre l’intera scala cromatica, pertanto utilizzati raramente in orchestra e sempre con funzione di riempimento che qui invece mettono in opera un fitto dialogo con gli archi e con gli altri strumenti a fiato ed “organizzano” vere e proprie fanfare di caccia con un effetto che, se è affascinante per noi, doveva essere quantomeno straniante per i contemporanei di Bach.Il secondo concerto, per tromba in fa, flauto, oboe, violino e orchestra è una specie di sesto grado per il trombettista che mette il proprio strumento al servizio di luminosissimi assolo che donano a questo concerto un carattere risplendente e straordinariamente sereno.

Assai diversi sono anche i caratteri dei concerti, s’è detto del carattere luminoso del secondo e non si può tacere del carattere petulante del quarto, dove il dialogo fra i flauti a becco e gli archi, soprattutto nell’ampio Allegro iniziale, ricorda veramente i ritmi e i tempi delle conversazioni che si odono passando per un mercato affollato o sul sagrato d’una chiesa la domenica mattina.

Che dire poi del quinto Brandeburghese, vero e proprio concerto per clavicembalo e flauto traverso: il primo promosso dal ruolo di eterno accompagnatore al ruolo di solista ed il secondo, strumento a tutti gli effetti “moderno”. Chissà come dovevano suonare alle orecchie dei contemporanei le scale e gli arpeggi vertiginosi del clavicembalo punteggiati dagli interventi del flauto e del violino? E quella vera e propria cadenza esposta al culmine del primo movimento in un “solo senza stromenti” che libera la tensione accumulata e prepara la conclusione del brano secondo uno schema che sarà poi una costante nei concerti per pianoforte e orchestra dei decenni futuri?

Vorrei terminare questa presentazione dei Concerti Brandeburghesi come prima opera di Bach in questa serie di articoli ricordando che non si tratta di una classifica. Traduco: i Brandeburghesi non sono l’opera “più grande” di Bach, e nemmeno la “più orecchiabile” o la (mi si perdoni il termine) “più necessaria”, si è trattato solo di scegliere un gioiello in un catalogo d’opere che all’appassionato di musica sembra la caverna di Ali Babà.

Quanto alle edizioni discografiche direi che il compito è contemporaneamente facile e difficile. Difficile individuare un’edizione di riferimento, facile invece indicare edizioni validissime quali, ad esempio: quella di Goebel, per la Archiv (disponibile in più versioni tra cui una in un box di 8 cd contenente anche la produzione da camera del compositore e le Suites per Orchestra), quella di Leonhardt per la Philips (1977), quella di Hogwood per la Oiseau Lyre o Maier per la Deutsche Harmonia Mundi.