Denis Guerini “Vaghe supposizioni”, recensione

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Ispirato e piacevole. Ecco la nuova proposta di questi giorni. Si chiama Denis Guerini e rappresenta con il suo nuovo disco il tipico esempio (riuscito) di cantautorato contemporaneo.

Il cantastorie di Crema porge a L’altoparlante nove tracce ricamate su di un songwriting curato e a tratti visionario, atto a destrutturate un (pseudo) concept, in cui le canzoni si inseriscono nel full lenght come mattoni cromaticamente differenti.

Forte delle più diversificate esperienze pregresse, l’autore lascia dietro di sé gli spiriti grunge ed i sentori etno-folk, per costruire una realtà esteticamente noir, in cui movimenti jazz funzionano da collante alle idee del proprio autore.

Il disco, posto tra melanconia osservativa ed ironia necessaria, sembra voler tracciare un delicato sentiero interpolato da toniche e ricercatezza, mezzi portanti atti a ridefinire il quotidiano, mediante i colori del dubbio, dei ricordi e delle insicurezze. Incertezze osservative che vengono splendidamente rappresentate dalla grafica di Francesco Guerini, abile nel definire l’attesa di un evento da discoprire, tra induzione e deduzione. Ad illuminare l’uomo della copertina è il colore giallo-noir di La scarpa, la cui narrazione si pone come un “camilleriano” mistero. Una curiosa e per certi versi romanzata esposizione di fatti, in cui proprio la tendenza all’indugio mostra uno sguardo silente, innestato su di uno stranito ritmo samba, atto ad introdurre il tracciato ritmico spezzato e privo di transizioni.

Complice la erre gucciniana, l’accorto songwriting appare vivere sulle pennellate dei grandi autori, qui scarnificati della parola aulica e della magica poetica ragionata. Infatti proprio tra clean e filtri, si innestano minimali blues (Il Max) interpolati tra Gaber e Sirianni, per mezzo di ricami deandreiani (L’esercito di grano), visionari e irreali.

Se poi con gli accenni ironici di L’orgia dell’esplicito ci si orienta tra il ritmo in levare e le striature sudamericane, con la leggerezza nuvolare di La terrazza si giunge ad espressività poetica e delicata pronta ad attraversare auree orchestrali ( Il maestrale) ed il calore jazz di Faccia nuova, i cui sviluppi cripto-pop celano un velo di malinconia. A chiudere le imposte sono infine le dolci note di Il merlo e la gazza, pronte a rallentare il ritmo narrativo e teatralizzato della traccia precedente. Il sapore mediterraneo ed il sax felliniano fungo poi da bridge verso la Notte insonne, che sembra voler cucire un sottile filo conduttore, metaforico e ai limiti di una narrazione costruita come un romanzo da leggere con passione.

Insomma, un disco da ascoltare in maniera attenta, perdendosi tra delicatezze swing, blues accennati e una riuscita aurea teatralizzata.