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Questa
volta Bruno Dorella, boss dell’etichetta indipendente Bar LA Muerte,
c’è riuscito davvero a stupire positivamente i suoi fans.
Il suo nuovo progetto chiamato Ronin, non ha nulla a che fare con l’improvvisazione
caotica delle sue altre band (OvO e Lava). Non siamo di fronte al grind-caos
e al rumorismo del passato, ma a dolci e melanconiche ballad.
L’E.P. dei Ronin è un piccolo gioiello di musica strumentale,
scritto e composto interamente da Dorella, coadiuvato nell’arrangiamento
da molti bravi musicisti del suo entourage. Esempi di buone sonorità
sono “Nada” e “Outro”, che appaiono ideale completamento
di immagini oniriche. “Nada”, dice l’autore, rappresenta
l’importante punto d’avvio del progetto, tutto è nato
dagli isolati arpeggi della chitarra di Bruno, un dolce e ridondante suono
di chiaro richiamo sia alle magiche suite dei God Speed Your Black Emperor,
sia agli OvO, con un delicato rumorismo d’accompagnamento. Una bella
composizione in cui il solingo suono della chitarra sembra simulare il
pensoso sound di un violino elettrico.
Il tema di mestizia continua anche nel breve brano di chiusura “Outro”,
che lascia l’ascoltatore in attesa di un proseguo, infatti si ha
la sensazione di vedere un bel film senza la sua seconda parte.
Impostate in maniera differente sono le altre tracks, difatti in “Ronin
Theme” e nella corrispettiva “Reprise”, la batteria
jazz di Jacopo Andreini, storico musicista della scena indipendente, è
suonata con delicato tocco, capace di creare la base ritmica per le chitarre
di Dorella e Anicio, al suo esordio discografico. Note fascinose che ci
portano nella Francia di Ameliè, forse grazie al melodico suonare
della fisarmonica di Lorenzo Ricci.
Il brano più curioso è senza dubbio “Canzone d’amore
moldava”, che altro non è che la riproduzione di una session
di alcuni musicisti da strada ungheresi, incontrati sulle rive del fiume
europeo. Bruno Dorella ha così cercato di ricostruire in maniera
più fedele possibile questa sorta di sirtaki napoletano. Chitarre
simili a mandolini e sound riflessivo e cadenzato dal suono di fisarmonica
e basso, che sfocia in una contenuta allegria ritmica, influenzata da
suoni balcanici alla Goran Bregovic.
Siamo quindi di fronte ad un promo-Ep splendido, fatto di ricercate e
inaspettate melodie. Esiste però un grosso difetto per il primo
lavoro dei Ronin: la durata. Un Ep risulta avere un troppo angusto spazio
per contenere la grande forza musicale della band. L’unica speranza
è quella di una solerte uscita del vero e proprio album.
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