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“For
in truth, it’s the beginning of nothing
and nothing has changed
everything has changed”.
Questi versi, contenuti nel brano d’apertura dell’album, “Sunday”,
danno la misura dell’ennesima reincarnazione del duca bianco.
Il ‘cambiamento’ (ricordiamo lo storico brano del ’71
intitolato proprio “Changes”) è, da sempre, la sua
parola d’ordine, l’imperativo categorico della sua vita di
artista.
Diciamolo subito: “Heathen” non è un capolavoro, né
tantomeno è il testamento spirituale di David Bowie: è semplicemente
un altro, affascinante e comunque mai scontato, capitolo della storia
musicale del cantante inglese.
Storia che non è un’insensata fuga in avanti, ma ha un suo
moto circolare, che parte, ritorna a quel punto per poi ripartire in un’altra
direzione: in questo senso è da interpretare il ritorno alla produzione
di Tony Visconti, suo antico sodale negli anni ’70, allo stesso
modo in cui in “Black tie white noise” (93) si era riavvalso
della produzione di Neil Rodgers (già presente in “Let’s
dance” dell’83) e in “Outside” (95) di quella
di Brian Eno (già fondamentale nella ‘trilogia berlinese’).
“I temi sono gli stessi da 40 anni”, ha ammesso lo stesso
Bowie in un’intervista, “è l’approccio ad essere
cambiato frequentemente, in quanto ho cercato di chiedermi la stessa domanda
da prospettive differenti”.
Ed effettivamente, rispetto all’ultimo album di studio “Hours”
del ’99, se le tematiche affrontate nelle liriche insistono su una
sorta di esplorazione del proprio io in relazione ad un mondo esterno
sempre meno comprensibile, dal punto di vista musicale siamo, se non agli
antipodi, certo in una posizione molto diversa: se in “Hours”
l’approccio era sostanzialmente acustico, in “Heathen”
vengono recuperate certe sonorità elettroniche, sia pure filtrate
dalla presenza di strumentisti di vaglia, quali lo stesso Visconti, Pete
Townshend, Carlos Alomar e Mark Plati (tutti alla chitarra), Tony Levin
al basso e Sterling Campbell alla batteria.
Il titolo, “Pagano” in italiano, secondo le parole dello stesso
Bowie, sta a rappresentare una sorta di “stato mentale, e può
essere riferito a chi non riesce a vedere il proprio mondo, a chi non
sente la presenza di Dio: è, in sostanza, l’uomo del ventunesimo
secolo”.
Bowie non dà mai giudizi morali, ma è evidente sia la sua
presa di posizione contro l’edonismo imperante che sta facendo perdere
di vista il vero senso delle cose sia la sua ricerca di dialogo con un
essere superiore.
Il brano iniziale, “Sunday”, è la bussola che indica
quali saranno le coordinate entro cui si muoverà l’intero
album.
A seguire, la prima cover (ce ne sono tre, ad ulteriore dimostrazione
dell’umiltà di questo artista, conscio che non è disdicevole
interpretare brani altrui, soprattutto se questi ultimi ti colpiscono
emotivamente), “Cactus” dei Pixies, un’ottima band americana
di fine anni ’80.
E’ poi la volta di “Slip away”, il capolavoro melodico
del disco: la struttura armonica rimanda al Bowie dei primi ’70,
mentre il brano si dipana lungo una struggente melodia.
Il brano seguente, “Slow burn”, è stato scelto come
apripista per l’album: la voce di Bowie, carismatica come al solito,
duetta con l’intramontabile chitarra di Pete Townshend.
Le due canzoni successive, “Afraid” e “I’ve been
waiting for you” (cover di Neil Young), sono abbastanza canoniche,
più ritmata la prima, più riflessiva la seconda.
“I would be your slave” ha un bel tappeto percussivo, innervato
da un dolce ma deciso accompagnamento di violini.
La terza cover è “I took a trip on a Gemini spacecraft”:
un brano importante, rielaborato ritmicamente ed elettronicamente, di
The Legendary Stardust Cowboy, il cantante americano cui Bowie si ispirò
per dare un nome al suo mitico personaggio Ziggy Stardust.
Segue “5.15 the angels have gone”, un bel brano, molto eno-bowiano
negli intenti, con suoni percussivi che ricordano gli U2.
La song successiva, “Everyone says hi”, è il secondo
singolo estratto ed è una canzone senza molte pretese che ricorda,
nelle armonie e nei coretti di sottofondo, un brano di ben altre pretese
del passato bowiano, la splendida “Absolute beginners”.
Ancora un’altra track abbastanza semplice e melodica come “A
better future”, prima della conclusione, affidata ad “Heathen
(The rays)”: liricamente e musicalmente si ricollega al brano iniziale
ed entrambi sembrano rimandare (e per il suono delle tastiere e per la
coinvolgente voce di Bowie) alle atmosfere di “Low” e di Heroes”.
In copertina gli occhi di Bowie sembrano quelli di un automa che vede
solo le cose per cui è stato programmato, mentre nel booklet del
cd campeggiano le costine de “La teoria generale della relatività”
di Einstein, de “L’interpretazione dei sogni” di Freud
e de “La gaia scienza” di Nietzsche, tre opere fondamentali
della cultura del ‘900.
Come a dire: vediamo solo ciò che ci fanno vedere e, comunque,
vediamo solo una piccola parte, molto relativa, della realtà. Il
resto ci è ignoto.
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