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Finalmente
esce il disco che Francesco De Gregori avrebbe dovuto fare già
da molti anni.
In America è abbastanza usuale che musicisti celebri vadano alla
ricerca delle radici della loro tradizione popolare in musica: si pensi
a tutto il patrimonio folk di quel paese (due nomi per tutti: Woody Guthrie
e Leadbelly) riproposto per esempio da artisti del calibro di Bob Dylan
o Bruce Springsteen.
Anche in Inghilterra c’è una ricca casistica di gruppi votati
al recupero e alla rielaborazione della musica tradizionale anglo-irlandese:
ricordiamo i Chieftains, i Clannad, i Fairport Convention, i Pentangle,
i Lindisfarne.
In Italia questo è stato un settore spesso relegato all’ambito
del folklore della nostra musica e solo la Nuova Compagnia di Canto Popolare
(assieme a poche altre meritorie esperienze) è assurta agli onori
delle cronache rock.
Finalmente, dicevamo, uno dei maggiori esponenti della nostra scuola cantautorale
si misura con questi canti tradizionali che danno la misura della crescita
politica, sociale, mentale di una nazione.
De Gregori è coadiuvato, in questo lavoro di ‘filologia musicale’,
da Giovanna Marini, benemerita fautrice della canzone popolare italiana
e già attiva negli anni ’60, sia nel recupero di vecchi canti
che nella proposizione di sue nuove composizioni scritte sempre con un
autentico spirito popolare.
Nell’album sono presenti due di questi brani della Marini, “I
treni per Reggio Calabria” (ispirato dalla rivolta insurrezionale
avvenuta in quella città all’inizio degli anni ’70)
e “Lamento per la morte di Pasolini”, cantati con voce stridula
ma estremamente passionale.
A parte una bella (ma forse inutile) ripresa della degregoriana “L’abbigliamento
di un fuochista”, il resto sono canti popolari riproposti con strumentazione
e arrangiamenti moderni (il gruppo che suona è più o meno
quello che ha accompagnato il cantautore romano nelle sue ultime uscite).
Particolarmente riuscite (ed evocative dello spirito con cui furono composte)
appaiono “Sento il fischio del vapore”, la splendida “O
Venezia che sei la più bella”, la commovente e tesa “Sacco
e Vanzetti” e la drammatica “Il feroce monarchico Bava”.
Per finire, due canti classici della sinistra militante: “Saluteremo
il signor padrone” (già riproposto nel ’75 da Eugenio
Finardi nel suo album d’esordio “Non gettate alcun oggetto
dai finestrini”) e “Bella ciao” (in un testo diverso,
ma ugualmente intriso di un potente anelito alla libertà, da quello
usualmente conosciuto).
Onore al merito alla coppia Francesco De Gregori-Giovanna Marini per aver
avuto il coraggio di aver fatto uscire un disco così anticommerciale,
ma anche così carico di spunti a livello di memoria e di cultura.
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