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| Sembra
che la "stranezza" sia il sostantivo che più si confà
ai Radiohead. Strano il loro modo di porsi all'attenzione dei mass-media, strano il loro modo di porsi all'attenzione di pubblico e addetti ai lavori. Certo, in questo caso, l'ottica dell'insolito, viene valutata dal punto di vista di quella omologata ai canoni del music business. E tanto basterebbe per giustificare la condotta del quintetto di Oxford. Produrre due dischi spiazzanti (il recente Amnesiac, ma soprattutto Kid A). Rinunciare al ruolo simbolico della chitarra e affidarsi a quello avanguardistico di beat programming e sample vari. Costruirsi un'immagine di band alternativa, nonostante il clamore e il successo che ogni loro disco suscitano, non è da tutti. Se non bastasse, produrre un mini live che delude le aspettative di chi avrebbe preteso il "solito" album dal vivo, magari arricchito di inediti e quant'altro, completa la parata delle "stranezze". E così, questo documento è un bastian contrario: sarebbe stato troppo prevedibile, ad esempio, riproporre i brani più conosciuti. Invece, no. Quelli contenuti (registrati tra Oxford, Berlino, Oslo, e Vaison La Romaine) riguardano il repertorio recente più ostico e poco accomodante. L'incalzante e straniata The National Anthem, l'ostinato di I Might Be Wrong, la notevole versione per piano di Like Spinning Plates, l'escursione nei territori della techno ambient nello straordinario Everything In Its Right Place, sono validi esempi che testimoniano le qualità di una band nella rappresentazione musicale dell'inquietudine. La retorica del "tutto va bene" non li riguarda proprio. Splende la conclusiva e inedita True Love Waits (eseguita con la chitarra acustica, giusto per arricchire i paradossi) e irradia di nuova "luce" il futuro prossimo dei Radiohead. I Brani: |
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