Jarred the caveman I’m good if yer good, recensione

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Non importa sapere chi siano i Jarred the Caveman, né tantomeno comprendere da dove arrivino, perché le note ammalianti di questo sorprendente I’m good if yer good parlano da sole, senza la necessità di nozionistici incipit.
Il disco, licenziato da Stop Records, sin dalla sua cover art, pare offrire un’apertura a dilatazioni emozionali, in grado di ampliare le idee e la propria comunicazione sonora, aperta da un rumore di un mondo nuvolare, spinto dal vento lo-fi. Da qui si parte con le lucide note folk indie di Troubles, dolce espressione acustica in grado di porre in sinergia dylaniani approcci retrò ed un’impronta delicatamente nordica.

Sensazioni Fanfarlo acuiscono l’apice del climax espressivo della traccia stessa, mostrando stilemi d’oltreoceano che sembrano rubati al mondo di Garden State. Un itinerario pronto virare verso le sensazioni seventies di She ain’t gonna come, tirata ed impolverata traccia, abile nel manifestare appigli espressivi originali, ma al contempo rassicuranti. Sul medesimo orizzonte si pongono poi All We do, argine diversificato della cupezza viaggiante di Interstate, le cui reminiscenze Springsteeniane vengono epurate dal pop rock, per cibarsi di atmosfere più propagate e narrative.

Maggiormente inattesa appare poi l’aurea divergente di Still burning, abile nel conciliare una sezione ritmica spigolosa con note diluite ed avvolgenti, che cozzano con vigore contro le corde della chitarra trainante di Red wire, armonia tra le più dirette, con le sue arie disturbanti e la sua solarità pseudo blues, posta verso movimenti folk che donano ridondanze crude e ruvide (forse eccessive nel proprio finale).

A dare chiusura al full leght arriva, infine, il minimalismo sonoro di Like a broken toy e Morning Sun, allegra impronta easy che lascia all’ascoltatore la voglia di ricominciare, nel naturale tentativo di dare continuità a uno tra i migliori prodotti di questa nuova stagione musicale.
Un disco quindi vivo e sudato, in cui il dedalo di notte indie rinverdisce il ricordo dei tardi anni ‘90, raccogliendo con accorta sapienza un ideale l’equilibrio tra lo-fi e ricerca cantautoriale tipica delle impronte a stelle e strisce.