[Storie di chi vince a metà]
Artista/Gruppo: Riccardo Maffoni
Titolo: Storie di chi vince a metà
Etichetta: CGD EastWest/Warner Music
Web site: Riccardo Maffoni @ Warner Music
Codice: 5050467094123
Recensore: Lucio Cadeddu
Pubb. il: 6/9/2004
Copyright: Lucio Cadeddu per www.music-on-tnt.com
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"Storie di chi vince a metà" è l'opera prima di un giovane cantuautore bresciano che va ad infoltire la schiera di rockers nostrani che tentano di sposare suoni internazionali con testi italiani. Partendo dai Litfiba ed i Diaframma, fino ad arrivare a Ligabue e Vasco il rock all'italiana non difetta certo di esperimenti di questo tipo. Il processo di fusione tra lingua italiana e stilemi tipici del rock'n'roll non è operazione semplice e di sicura riuscita, ma la cosa più complicata è distinguersi. Per fare questo bisogna _anche_ dire qualcosa di nuovo.
Non c'è dubbio che ogni artista riversi nella sua Musica tutte le influenze che hanno costruito il suo personale percorso di evoluzione e maturazione musicale. Non faccio fatica ad identificare in Bruce Springsteen e Bob Dylan due dei "grandi" cui certamente Maffoni si è ispirato. Le citazioni non mancano e quel cercare la "risposta nel vento" non lascia adito a dubbio alcuno.
Il rock di Riccardo Maffoni, benché cantato in italiano, ha una fortissima connotazione tradizionale statunitense, sia come struttura tipica dei brani che come suoni. Non mancano, anzi ne costituiscono quasi l'elemento portante di quasi tutti i pezzi, due ingredienti inconfondibili: armonica ed organo hammond.
Tuttavia, compaiono diverse raffinate digressioni dal tema come ad esempio il sapiente uso di una sezione d'archi (in 3 brani su 11) ed un cantato "all'inglese" invero molto curioso. Sembra quasi che Maffoni abbia sempre cantato in inglese e che solo ora si sia sforzato di farlo in italiano. Per capirci, immaginate uno Springsteen obbligato a cantare in italiano :-)
Questa particolarità, a dire il vero, lascia inizialmente spiazzati. Fatta l'abitudine alle particolari pronunce di Piero Pelù ed alle inflessioni di Ligabue (altro grande ispiratore), ci vuole più di un ascolto per familiarizzare col cantato inglesizzato di Riccardo Maffoni. Nonostante la perplessità ed il fastidio iniziali, il legame tra suoni e parole è convincente, merito anche dei testi, intensi e mai banali, dominati da una malinconia di fondo che lascia sempre poco spazio all'ottimismo.
Gli ingredienti delle storie che canta Maffoni sono l'amore perduto, l'abbandono di una donna, la tristezza della solitudine immotivata, la depressione affogata nell'alcool, i viaggi senza meta. Lo stesso titolo dell'album suona come una dichiarazione di intenti: "Storie di chi vince a metà" racconta di perdenti che cercano il riscatto nell'oblio, di sconfitti coscienti che vogliono dimenticare il dolore. Non è il pessimismo di un Masini esordiente ma poco ci manca.
Il "singolo", brano che apre anche l'album, è "Viaggio libero", un bel testo onirico appoggiato su suoni alla U2 prima maniera, di sicura presa (ed infatti non è difficile captarlo nell'etere nazionale).
Scivola via veloce e si fa ricordare con grande facilità. Anche "Una grande rosa rossa" ha tutte le caratteristiche per essere un singolo di buona presa ma "Storie di chi vince a metà" conta su tanti momenti convincenti, belle ballate suggestive come "Se saremo vivi noi" e "Aspetto un altro po'". L'artista non è stato coinvolto né negli arrangiamenti né nella produzione di questo disco. E si sente. A mio parere certi arrangiamenti stridono con l'anima da rocker genuino di Maffoni, a tratti troppo elaborati e barocchi. Il risultato finale non è spiacevole ma talvolta ho avuto l'impressione di due anime che facessero a pugni l'una con l'altra. Per sentire il Maffoni allo stato "naturale" basta infatti ascoltare "La censura di Lucinda", nitido rock'n'roll chitarristico, sanguigno ed essenziale. Guarda caso, l'unico brano prodotto ed arrangiato da Maffoni con la collaborazone di Marco Franzoni...

Riccardo Maffoni ha fatto da supporter per dei grandi nomi, PFM e Nomadi tra gli italiani, Van Morrison ed Alanis Morrisette all'estero, giusto per citare i più noti. Le buone premesse ci sono tutte, quindi, speriamo che a poco a poco queste nuove generazioni di rockers all'italiana si facciano strada e che le vecchie cariatidi si decidano ad abbandonare definitivamente la scena quando ancora possono contare su un buon ricordo.
Quello che mi auguro è che Riccardo Maffoni possa limare un po' le ingenuità del suo cantato all'inglese (o che si decida a cantare in inglese direttamente!) e che i suoi testi ritrovino la forza tipica del rock: dolore e disagio certo, ma anche tanta spinta positiva verso la luce.