Miles Davis – Miles Davis Bitches brew recensione.

Miles Davis Bitches brew cd cover.

Con Bitches brew, Miles Davis aprì un’ennesima porta. Era solito lasciarsi alle spalle il passato. E, a chi gli chiedeva lumi sulle sue svolte artistiche future, rispondeva: Non ci sarà altra tendenza a meno che si tratti di una tendenza che porti fuori della scena.

E Bitches Brew lo portò oltre.

Aveva accompagnato (diciottenne) lo sviluppo del bebop accanto ai mostri sacri di Charlie Parker e Dizzy Gillespie; era stato propugnatore dell’estetica cool (lo storico Birth of the cool, che si esibì nel 1948 al Royal Roost); aveva indicato la strada dell’improvvisazione modale con A KIND OF BLUE (1959); costituì il quintetto più importante degli anni ’60 (Herbie Hancock, piano; Ron Carter, contrabbasso; Tony Williams, batteria; Wayne Shorter, sassofonista) che lo preparerà alla svolta elettrica di IN A SILENT WAY (1969).

La sua idea d’arte era brancolare deliberatamente nel buio. Era la potenza del visionario (a guardare le sue foto si rimane ipnotizzati dallo sguardo ammonitore, scrutatore, sciamanico). Spesso non sapeva realmente dove lo avrebbe portato. Spesso pretendeva dai suoi collaboratori qualità empatiche: Non suonare quello che c’è. Suona quello che non c’è. Diceva.

E dietro quest’aura di mistero si nascondevano i suoi progetti (che nel suo linguaggio altro non erano che pura improvvisazione, di quella di chi dal caos “organizzato” avrebbe tratto le idee più geniali). E allora, mescolare gli aromi della psichedelia (le registrazioni del disco iniziano il 19 Agosto 1969, lo stesso giorno dell’inizio del festival di Woodstock), quelli del funk (la sua ammirazione verso questo genere fu evocata nella condotta della sezione ritmica di Spanish Key), dell’avanguardia (l’estetica modulare), in un “brodo” dal sapore ancestrale e moderno. Ma, per “condirlo” doveva inventarsi una nuova “ricetta”, cambiando.

E così cambiò il suo metodo di lavoro.

Non più parti scritte. Solo accenti qua e là, qualche battuta, qualche giro di basso e su di essi solo improvvisazione. Di quella che fulmina l’istante, rendendolo eterno. Di quella che libera lo spazio sonoro attraversato, verticalmente, dall’utilizzo “nervoso” del registro alto della tromba e di quello basso e minaccioso dal clarone (Pharaoh’s Dance).

Cambiò il modo di registrare. Con la collaborazione di Teo Macero, quello che si registrava (in totale circa nove ore di musica poi ridotte ai novanta minuti del disco) non era l’arrivo, ma solo la partenza. Le tecniche di post produzione e le magie dell’editing faranno il resto. I brani originariamente suonati saranno fatti a pezzi; invertite, copiate ed incollate intere sezioni di nastro (la title track).
I tape loop (anelli di nastro magnetico) faranno da sostrato “tellurico” in questo viaggio agli inferi.

Il disco vendette bene. Presto, tutti gridarono al miracolo. Un po’ dopo, era un miracolo se qualcuno non lo additasse di tradimento. In pochi, allora, ebbero il coraggio di capire che l’ultima chance il jazz se la giocava in quel modo. In molti, invece, pensarono che il disco rappresentava una concessione inammissibile al rock. Ma di inammissibile c’era solo quest’aporia. Pochi capirono che il jazz stava definitivamente compiendo il suo percorso naturale. Alcuni attraversarono la “porta” aperta, portandosi con sé un’idea vitale e rinnovata sulla musica afro – americana, altri preferirono chiuderla.

Quelli portarono con sé il passato. Che è sempre morte.

I BRANI:

  1. PHARAOH’S DANCE
  2. BITCHES BREW
  3. SPANISH KEY
  4. JOHN McLAUGHLIN
  5. MILES RUN THE VOODOO DOWN
  6. SANCTUARY