Mind of doll “Shame on your shadow”, recensione

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Arrivano a noi attraverso la Red Cat Promotion, tatuati dall’egida della Inverse Records; si chiamano Mind of Dolls e sono dediti ad un diretto e sporco Hard ‘n’heavy, dal quale zampilla la lava riconoscibile di un mondo vivo e vitale chiamato rock. Questo Shame on your shadow si presenta come un disco di livello, pronto a coinvolgere l’ascoltatore attraverso una line up in cui l’equilibrio sonoro viene definito con tecnica ed accortezza, abilmente inserite in contesti hard-rock, (indubbiamente) impreziosito da una vocalità incantevole e conquistante.

Ad aprire il convincente platter è l’intenso riff di Dead A.m., da cui si intuiscono immediatamente le qualità compositive del quintetto. Un brano che sembra voler mettere in atto reminiscenze degli ultimi Guns, qui potenziati da riffing intercalati tra Maiden sound e nuove onde metal. Così dimostra Bad shivers , in cui i clichè retrò del glam rock motleyano si ergono chiari ed avvolgenti nei meandri anni’90.
Inoltre, il buon lavoro alle pelli dona un impalatura classic ai guitar solo, pronti a spegnersi su basse note anticipatorie della titletrack. Con Shame on your shadow, infatti, appaiono alcune concettualità dei decenni addietro, oltre ad inattesi rigurgiti grunge, che arrivano a sorprendere tangendo il mondo di Brendan O’Brian, ed aprendo uno spiraglio alla semplice armonia nascosta dietro ad improvvisi e straniti cambi sonori.

In quest’opera seconda non attendetevi, dunque, momenti di stallo, il disco appare ben arrangiato come dimostra Wolves, forse tra le racce meno vincenti, che nonostante sbavature ed eccessivi deja ecù, racchiude in una precisa bass line una piccola e salvifica struttura sonora dal songwriting (oggettivamente) perfettibile.

Il sentiero libero dei Mind of doll ci porta spesso verso sonorità che Lemmy chiamerebbe semplicemente r’n’r, atte ad introdurre parti tirate di chitarra e battenti risvolti alla sezione ritmica, ricamata sulla vocalità perfetta di Indians, a seguito della quale la storia narrata si sofferma ad osservare il mondo dall’ Hotel Satan, in cui l’andamento sonoro si presenta ondulato e pronto a corteggiare sensazioni stoner.

Le forze si raccolgono infine attorno all’arcobaleno nell’oscurità e alle osbourniane disconnessioni vocali, dalle quali ci si ritrova nella Jungla di note, pronti a chiudere il portale del disco attraverso Say something good, traccia terminale che non nasconde il coraggio di accelerare verso un punk rock veloce e destabilizzante, inserito tra cambi inattesi e stilismi interessanti.