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Consapevoli che il rock, per
antonomasia, esprime il presente, "il qui ed ora" e deve essere
consumato "fresco", noi rocchettari non perdiamo mai di vista
le ultime tendenze musicali ma, al contempo, specie se apparteniamo alla
categoria dei non più giovanissimi continuiamo (come si è
potuto constatare nel live aid organizzato a seguito dei tragici fatti
di New York) ad andare in visibilio con le "svisate" di chitarra
di un pacifico "vecchietto" soprannominato Slowhand,
ad emozionarci con le canzoni di Paul McCarthney, a commuoverci con le
tristi ballate di James Taylor, ad esaltarci con l'Harlem Shuffle di Mick
Jagger che, accompagnato da un cadaverico Keith Richards, intreccia le
braccia e sgambetta (nonostante l'artrite :-)) da una parte all'altra
del palco ed a farci travolgere dall'incredibile energia dei due ex Who
Roger Daltrey e Peter Townsend.
Insomma, anche se proprio Peter Townsend, nel 1965 urlava "spero
di morire prima di diventare vecchio", il Jurassic Park del Rock
è più vivo che mai e ci coccola con una infinità
di incisioni, ristampe, cofanetti, gadget, videoclip, concerti, tour ed
intereventi negli show tv.
Normalmente i nostri amati brontosauri continuano imperterriti a riproporre
i loro cavalli di battaglia senza modificare minimamente il loro sound
e, se non fosse per qualche ruga in viso, i capelli bianchi (quando ci
sono) e qualche maldestra acrobazia sul palco, si potrebbe pensare di
trovarsi a bordo di una macchina del tempo.
Per fortuna non sempre queste esibizioni si riducono ad una piacevole
ma fine a se stessa riproposizione di successi ormai di un'altra epoca
e probabilmente il disco di cui voglio parlarvi, un live del 1994 di Jimmy
Page e Robert Plant, ex leader dei Led Zeppelin, rientra in quest'ultima
categoria.
Stranamente la mia passione
per i Led Zeppelin nasce solo pochi anni fa complice, tra l'altro, la
lettura di un gustoso libretto intitolato "Sandrino e il canto
celestiale di Robert Plant", di Andrea Demarchi.
Difatti quando gli Zep erano in auge, (parliamo sempre di una trentina
di anni fa), il sottoscritto era solo un ingenuo ragazzino perbene, loro
invece "brutti, sporchi e cattivi", atteggiamenti (per quei
tempi) eccessivi, da "maledetti", proponevano un rock, (che
veniva per l'appunto definito hard) troppo rumoroso e spigoloso per i
miei gusti.
Non c'era un gran feeling verso Led Zeppelin (ma lo stesso accadeva per
Who, Deep Purple e compagnia cantante), tanto che le mie preferenze erano
senz'altro rivolte alle atmosfere più tranquille e sognanti dei
nascenti gruppi progressive.
Come dicevo, sebbene con ritardo, questa lacuna nella mia cultura musicale
è stata per fortuna colmata e gli album fondamentali (Phisical
Graffiti, Led Zeppelin I, II, III IV) sono tra i pezzi importanti della
mia discoteca ma obiettivamente anche della Storia del Rock.
Brani come Moby Dick, The Song Remain The Same o Whole Lotta Love, seppure
in tempi di scarsa diffusione mediatica della musica giovanile cosiddetta
alternativa, (li ricordo in heavy rotation nella pionieristica Supersonic,
la famosa ed unica trasmissione della radio dedicata al rock o pezzo forte
dei piccoli "complessi" da garage), erano molto on air e sono
rimasti, da allora, indelebili nella memoria collettiva della mia generazione.
Ritornando all'oggetto della
recensione ed a tempi più recenti, un bel giorno scartabellando
tra gli scaffali del mio spacciatore di dischi resto incuriosito da No
Quarter, un live posteriore allo scioglimento dei Led Zeppelin (1994)
registrato proprio dai due ex sopra ricordati.
Ho acquistato il cd convinto di portarmi a casa la solita trappola per
nostalgici, l'ennesimo album - feticcio di vecchi standards riarrangiati
alla buona: iniziato l'ascolto Nobody's Fault But Mine e Thank You mi
lasciano un po' perplesso, No Quarter, il brano che dà il titolo
al cd è sempre emozionante, ma niente di nuovo, soltanto le solite
cose anche se ben confezionate.
Perplesso mi incuriosivano tra le note del booklet, i credits ad un non
meglio identificato Egyptian Ensamble, ad un gruppo di Musicians in Marraketch
ed alla London Metropolitan Orchestra quando, all'improvviso, un attacco
in perfetto stile arabo di strumenti ad arco e poi un misterioso flauto
(qui faccio ammenda della mia forte ignoranza in fatto di strumenti etnici)
introducono una radicale svolta nelle atmosfere di No Quarter..
Mi ritrovo immerso in un ambiente musicale tipicamente orientale: Friends,
si dipana su di un tappeto di percussioni e basso sul quale si innesta
il riff eseguito dai medesimi strumenti ascoltati in apertura ed anche
la seguente. City Don'T Cry si muove su un analogo tessuto sonoro al quale
si aggiungono, in questo brano, i suggestivi contrappunti vocali di solisti
arabi.
Since I've Been Loving You parte con il tipico intro di chitarra (Page)
ed è arrangiata in modo più "occidentale" dalle
sezioni di archi della London Metropolitan: è sempre il blues ispirato
ed emozionantissimo a me noto, la voce di Plant è sempre da brividi
come nei dischi di trent'anni fa, Sandrino direbbe "celestiale",
io, invece, sono sempre più consapevole di quanto fosse fuori luogo
la mia avversione per gli Zep!
L'attacco di una sorta di violino richiama le precedenti atmosfere orientaleggianti
ed introduce una spettacolare versione di The Battle Of Evermore abbellita
dai gorgheggi di Najima Akhtar e giocata sui ricami di mandolini tra i
quali ci dovrebbe essere quello suonato da Page.
Si prosegue con una struggente Wonderful One caratterizzata dal fraseggio
di esotici strumenti a corda e dall'andamento lento delle percussioni
che fanno da sfondo alla splendida voce di Plant.
Ulteriore conferma dello stile inconfondibile di Plant la ritroviamo in
That's The Way, una ballata di sapore country con tanto di banjo e nella
travolgente Gallow's Pole nella quale si fondono incredibilmente influenze
celtiche, country - western ed arabe.
Senza tentennamenti, si passa a Four Sticks, sempre tirata ed abbellita
dagli eccellenti arrangiamenti in chiave orientale di percussioni ed archi
ed infine arriva l'autentica ciliegina sulla torta, una superba versione
di Kashmir (il brano meglio riuscito dell'album), con gli archi della
London Metropolitan, le percussioni, gli assoli di violino di sapore tzigano
a sottolinearne l'incedere ipnotico.
Cosa dire? Page e Plant, hanno creato un lavoro sicuramente originale
ed intelligente perché sono riusciti a mantenersi lontani dai patetici
toni celebrativi ricorrenti in tali occasioni.
Prima di tutto un disco di buona musica etnica, in un secondo momento
realizzi che ci sono le più belle canzoni dei Led Zeppelin.
Grande assente in questa selezione è Stairway To Heaven ed a proposito
di assenze un ricordo va al povero John (Bonzo) Bonham ed a John Paul
Jones, quest'ultimo affaccendato in una discutibile esperienza discografica
con Diamanda Galas.
I più maligni affermano che sia stato volutamente tenuto da parte
per scoraggiare sul nascere eventuali voci o tentazioni di ricostituzione
del gruppo (gli esperimenti alla Jurassic Park, per l'appunto!!).
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