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"La
musica è un linguaggio universale, come un’onomatopea, ed
usare questo linguaggio è un po’ come appartenere di diritto
a tutte le culture ed aree geografiche del mondo".
Hanno le idee chiare gli Onomatopea,
Andy Pietropaolo e Delia Lyn.
Che sia il suono del trambusto urbano, quello di una modernità
dai tratti alienanti, o della natura attraversata e violentata, nulla
cambia. Il duo italo statunitense, con questo cd d’esordio, parte
proprio da quella constatazione. E questo disco d’esordio omonimo,
composto da undici brani originali, con le sue contaminazioni world, jazz,
elettroniche, contribuisce a raffigurare, sublimandola in musica, l’imitazione
dei suoni dell’ambiente circostante.
Influenze etniche, si diceva. L’utilizzo del flauto traverso e di
quello hawaiano, rendono con garbo i sapori world del cd.
La voce della cantautrice Lyn, di chiara estrazione folk, inserisce elementi
tensivi più che accomodanti, nella tessitura dei brani; nervosa
quanto basta da far apparire sovente il fantasma della voce sibillina
di Björk, anche se la prestazione canora della statunitense perde
i colori della varietà per un insistito appiattimento, in gran
parte dei brani, verso il registro alto.
Le rare spruzzate di jazz derivano dal bagaglio di esperienza del bassista
Pietropaolo (suona anche le tastiere), che si diletta, ogni tanto, a sfoderare
eleganti assolo con lo strumento preferito.
Non manca la modernità: il ritmo moderatamente jungle di Timeless
Moment e i vari campionamenti, con tanto di programming, presenti di qua
e di là, arricchiscono l’ascolto del disco; anche se alla
lunga, queste scelte timbriche, fin troppo schiacciate verso l’elettronica,
raffreddano l’ascolto.
Intriganti, brani come Infinite Burning, The Power of Light And Love e
You’re So Wild (qualche taglio gli avrebbe giovato).
Un disco che tra luci e ombre fa intravedere i segni di un buona prova.
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