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Pota:
intercalare tipico del dialetto bergamasco. Casa discografica di spessore
nell’ambiente punk/hc/ska core. Per
oggi decidiamo di prendere in considerazione solo la seconda definizione
di P.O.T.A. vale a dire quella che si riferisce all’etichetta discografica
nata grazie all’idea e all’intraprendenza di due ragazzotti,
che dopo aver tentato la via dello stage, hanno deciso di realizzarsi
dietro le quinte dello show business.
Stefano e Alberto sono i fortunati padrini di alcuni dei gruppi più
interessanti del panorama underground musicale. Infatti i due caballeros
hanno la ventura di avere nella loro scuderia cavalli di razza pura come
i Gerson, L’invasione degli omini verdi e Bloom, affianco ai quali
troviamo bands di belle speranze come Giorno di paga e I Ripetenti .
Il viaggio all’interno della P.O.T.A. records ha inizio con l’album
“Ombre” dei “Giorno di paga”
che dopo l'importante Split su K.O.B. Records/ Mad Butcher Records con
i tedeschi Ex-Maquina ci propongono finalmente un full-lenght. L’album
propone un iter trasversale che investe punk rock, come nella velocissima
e brevissima “Vespero”, ska, presente in “knock out”
e il cadenzato ritmo rocksteady, che proprio nella title track racconta
le tristi ombre di una casa circondariale.
La completezza di questa band viene palesata al meglio in canzoni come
“Sipario”, da cui trapela un’anima r’n’b,
ma soprattutto nell’atmosferica e mesta “Clochard” che
viene nascosta come ghost track; storia delle difficoltà e delle
ingiustizie patite da un senzatetto, finemente raccontate attraverso la
voce di un pianoforte che rabbiosamente lascia il posto ad un veloce e
duro punk rock.
Il pregio dei “ Giorno di paga” è senza dubbio quello
di offrire una musica tutt’altro che monotematica, come spesso accade
nell’ambiente ska, e di regalare all’ascolto una serie di
brani che si allontanano decisamente dalla banalità.
Quando ho inserito “Veniamo in pace” nel lettore dell’autoradio,
durante un viaggio che mi portava verso il levante ligure, distratto dal
traffico, mi sono stupito nel sentire i Bad Religion cantare in italiano;
in realtà solo dopo alcuni istanti mi sono reso conto che a cantare
“Giorni instabili” non era Greg Graffin , ma il vocalist de
“L’invasione degli omini verdi”. Questa
punk rock band, nonostante la poca esperienza alle spalle, riesce a concretizzare
una serie di originali trovate musicali e liriche. Questo disco ha in
se momenti di ottima musica, come gli splendidi giri di basso dell’interludio
senza titolo, il puro punk rock di “ Non so perché”
e “Libero”, le spruzzate di ironico ska in “Perù”,
e l’incredibile ed inaspettata ballad finale “Cupido ha fallito
un’altra volta”.
Un disco piacevole che propone testi intelligenti e ricercati che si accompagnano
alla poliedricità musicale del gruppo, attraverso un viaggio malinconico
(“Stella”), sarcastico (“Masturbati”) e poetico
(“Solo te”), verso un’agoniata libertà e un ricercato
senso di tranquillità che ritorna come leit motiv attraverso le
dieci tracks di questo lavoro.
Uno strampalato messaggio telefonico
(“tributo a Barcaro”) ci porta all’interno del mondo
dei Sensa pudore che, dopo la breve punkettara “5°vertebra”
e la sempliciotta “Rai”, si rivela ben presto caratterizzato
da ben poca velleità artistica. A differenza di band come “Giorno
di paga” e “ L’invasione degli omini verdi” siamo
di fronte ad una miscellanea di liriche molto semplici, che hanno il pregio
di presentarsi come “Happy punk”. Un disco che mira senza
dubbio ad un target prettamente adolescenziale, non riuscendo ad andare
al di là di certi limiti anche musicali. Forse con una formula
di interpretato meno impostato e qualche testo un poco più forbito
e profondo, si potrebbe pensare ad un’uscita dal ghetto scolastico.
Tra i miglior brani di “…ci mancava solo l’alce!”
ritroviamo la cover punk di “Go when the saints..” e “Il
fluido di satomi” che oltre a ricordare il veloce cantato di “Furia
cavallo dell’west” di Mal, ha il merito di offrire maggior
spazio al basso di Matteo, troppo trascurato negli altri brani.
Quello dei Sensa pudore è quindi un disco un po troppo semplice
ma….in fondo come cantano saggiamente i ”I ripetenti”.
“hey tu è inutile che guardi quassù…sei attento
a come suono, se con la voce stono, perdi il tuo tempo perché è
solo un’altra canzone cretina, semplice e puro punk rock,…lo
so che non è niente di nuovo, però io di certo non cambierò!”….ed
è giusto così.
Occupiamoci ora proprio de
“I ripententi” e del loro lavoro “Attacco
nervoso”, un disco che si presenta al primo studio come molto curato,
non solo per ciò che riguarda l’aspetto musicale, ma anche
per la felice scelta d’artwork, che rende il libricino dei testi
una chicca in più per un album che va oltre le aspettative iniziali.
“Attacco nervoso” ha la capacità di fotografare le
ossessioni e le nevrosi quotidiane dell’uomo medio: la libertà
fagocitata dalla televisione, espressa al meglio in “videoipnosi”,
l’inquietudine moderna della titletrack, e la sindrome da grande
fratello raccontata in “nascosti nell’ombra”. Un insieme
di buone canzoni che riesce da un lato a far sorridere come in “Miami
beach”, in cui si racconta di un coatto californiano, ma dall’altro
ha la capacità di far meditare sul tempo che viviamo. I brani che
riescono ad emergere su tutti sono senza dubbio “Niente di nuovo”
e “Canzone cretina”. La prima lirica, con il suo ritmo anni
’60, abilmente camuffato da punk rock, riesce in poche battute ad
analizzare il riciclo generazionale di mode già viste e vissute.
La seconda canzone citata ha in sé il grosso pregio di ironizzare
sul punk in modo lineare e schietto accusando quel tipo di stampa incompetente,
che finisce per ghettizzare questo tipo di musica.
Il nostro viaggio all’interno della P.O.T.A. records prosegue con
l’originale split album che propone la sfida musicale tra gli olandesi
The ex-president e gli italiani Bloom.
Il disco, in collaborazione con la Kimera Records, altro non è
che un compendio di hardcore old school venato di rap metal soprattutto
per quanto riguarda la band nordica che ha l’onore e l’onere
di dare inizio al disco con il ritmo serrato di “i.e.t.d.t.t.c.”
in cui la voce di Willem sembra ricordare quella di Phil Anselmo dei Pantera.
Nelle sonorità degli ex preseidenti emergono, non solo tendenze
hip pop ma anche virtuosismi che nel mondo hc risulatano spesso superflui,
ma che in questo caso fungono al meglio, come dimostrano brani come “
Dead president” e “ Wrong”.
I Bloom invece hanno in sé una predisposizione naturale al cosiddetto
emocore, ricercando sonorità più estetiche senza però
rinunciare alla grinta del punk hc come in “One for you” e
“Cruel” in cui si può gustare la voce del bravo Guerro
nel suo aspetto neutro. Lo split album viene inoltre impreziosito ulteriormente
da Olly degli Shandon che appare come additional voice in “Teemou”.
Passato il giro di boa di questa
escursione musicale, è giunto il momento di parlare dei Vadaviku
che nascosti dietro ad un folle titolo “Le porno vacche d’assalto”
propongono un punk rock tutto italiano. Il disco ha inizio con un geniale
dialogo tra mucche, che neppure folli illustri come Freak Antoni avrebbe
potuto pensare. Ma al di là delle fuorvianti premesse non siamo
assolutamente di fronte ad una band di rock demenziale. I testi che il
quartetto lombardo propone sono caratterizzati da una filosofia politicaly
uncorrect. Esempi chiari di questa vena provocante si possono trovare
all’interno di tracks come “Cani randagi”, “Pugni
in faccia” e “Quante volte”. Se in alcuni casi i Vadaviku
finiscono per cadere in un facile qualunquismo, dall’altro lato
sono anche capaci di regalare liriche interessanti come “S.S.(stelle
e strisce)”, un’invettiva antiamericana, che riesce con parole
di spregio a rendere l’idea di un’america terrorista.
La P.O.T.A. records inoltre, ci propone dal suo catalogo anche una buona
porzione di musica OI!
Degni rappresentanti di questo ruvido e disarmonico genere sono gli Inerdzia,
che propongono con il loro “Tu puoi” una serie tiratissima
di liriche, che come la migliore tradizione Oi impone, risultano imbevute
di tematiche socio-politiche che fungono da scheletro portante. Una band
tonicamente vicina ai quotatissimi Klasse Kriminale, grazie anche alla
brava Eleneod, basso e voce acuta del gruppo. Una ricerca costante di
sonorità classiche che riescono a svilupparsi al meglio intorno
a quelle trame schiette e grezze che gli Inerdzia cercano di proporre
al loro pubblico. Unico neo è probabilmente la scelta un poco forzata
dei cori che probabilmente risulterebbero più funzionali se trattati
con più convinzione e rabbia.
Siamo quasi alla conclusione di questo viaggio musicale che ci ha permesso
di conoscere e di far conoscere alcune band di qualità che vivono
al di sotto del comune circuito distributivo. Tra queste band ci sono
i “Maradonas” che con una serie di brevi
nu-punk tracks propongono un’insolita vena di ottimismo, allontanandosi
da quel “no future” che Rotten e McLaren posero alla base
del punk inglese, creando la filosofia dell’uomo visto come un semplice
fiore nella spazzatura. E’ quindi buon merito di questa giovane
band l’analizzare la realtà a prescindere da stereotipi dettati
da questo genere musicale, dando vita ad un happy punk ancora troppo acerbo
da poter giudicare con cognizione di causa. La strada è ancora
lunga e interessanti brani come “Fantastica” e “Un solo
errore” devono ancora crescere.
In ultimo eccoci di fronte
alla punta di diamante della P.O.T.A records: i Gerson,
quartetto tutto italiano capace di proporre una sonorità pulita,
grintosa e di alta qualità, intersecata da testi curati e criptici.
L’album d’esordio è cantato interamente in italiano,
coraggiosa, ma ben calibrata scelta, che sembra aver dato ottimi risultati.
Esempi di buona fattura sono senza dubbio “Sotto lo spot”,
veloce ritmica speed, “Pony” storia di una rockstar inghiottita
da una vita senza regole, e “Chihuahua” punk rock track strumentale.
Dieci canzoni urlate dalla splendida voce di Paolo, roca come quella di
Lemmy dei Motorhead e potente come quella di Tom Araya degli Slayer. Un
disco d’esordio che propone un rock and roll puro, base imprescindibile
delle sonorità della band, misto a ritmi rancidi come in “Tieni
le mani in vista”, e sexpistoliani come in “Troppo lontano
per me”. Un lavoro meritevole ed accattivante che ha in sé
un’insopportabile difetto….il dover aspettare chissà
quanto per poter vedere pubblicato il loro secondo lavoro
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