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''Non
cercano talenti ma solo l'immagine e la volontà di collaborare.
E una donna della mia età, non importa quanto sia tutelata, non
ha più il look. E non ho mai avuto la voglia di collaborare. Cosa
dovrei fare? Mostrare le tette? Farmi allungare i capelli e assumere un
coreografo? Questo non è il mio mondo. Lascio perché sono
disgustata, l'industria discografica è una delle industrie più
corrotte del mondo e anche una delle più tirchie''.
Così Joni Mitchell annuncia la pubblicazione del suo ultimo lavoro
intitolato Travelogue (per la Nonesuch Records) e la sua intenzione di
tornare ai suoi quadri ed alle sue poesie.
In questa condivisibile denuncia è sintetizzato tutto il cinismo
di quel gran frullatore che è lo show business ma anche il carattere
controverso di uno dei personaggi più longevi del panorama musicale
degli ultimi decenni.
Spigolosa quanto basta, “è umile quanto Mussolini”
secondo l'amico David Crosby, impegnata da sempre a favore delle lotte
per i diritti civili o contro la guerra del Vietnam, non allineata alle
logiche ed alle mode del mercato discografico, ma al contempo ingranaggio
consapevole e di peso dello show business da lei frequentemente criticato,
aldilà di tutto ciò, non può passare sotto silenzio,
sotto il profilo artistico, la sua coerenza nella continua ricerca della
qualità.
I confini del folk stanno stretti all’artista canadese sin dalla
pubblicazione di Blue (1971), il primo successo arrivato sotto l’ala
protettiva di Crosby Stills Nash (i mitici boss della West Coast).
Inizia la lunga ricerca di nuove forme espressive che portano l’artista
a confrontarsi con stili musicali eterogenei e ad accostarsi ai raffinati
toni rock’n jazz e della fusion con lavori come Hejira, Don Juan’s
reckless doughter, Mingus, (album quest’ultimo scaturito dalla profonda
amicizia con Charlie Mingus) e Shadows and Light, che la vedono a fianco
di artisti del calibro di Wayne Shorter, Airto Moreira, Jaco Pastorius,
Don Alias, Pat Metheny, Lyle Mays, Michael Breker.
Con la complicità di Peter Gabriel, che con Tom Petty, Willie Nelson
e Manu Katché la accompagnano in Chalk mark in a rain storm (1988)
passa poi alle atmosfere esotiche ed in particolare afro.
Da qualche anno troviamo invece una Joni Mitchell pacata, elegante e raffinata
che recupera in certa misura anche le sonorità iniziali.
Si parlava di album del probabile addio ed occorre dire che con Travelogue
la Lady del Canyon ha voluto fare le cose in grande facendosi accompagnare
dall’orchestra di Vince Mendoza (70 musicisti ed un coro di 20 elementi)
e dai “soliti” amici (Larry Kleine, Wayne Shorter, Billie
Preston, Kennie Wheeler, Herbie Hancock, Paulinho da Costa e Brian Blade).
In verità già con il precedente Both Sides Now, Joni Mitchell
aveva inciso con la stessa orchestra alcuni famosi standards americani,
ma in Travelogue a sfilarci davanti agli occhi è il film della
carriera dell’artista canadese ed a deliziarci le orecchie c’è
il meglio del suo repertorio.
Non si tratta tuttavia di una semplice raccolta di greatest hits ma, come
affermano le note di copertina, di una “ricontestualizzazione”
dei successi della cantante americana, che essendo estremamente versatili
possono essere “cucinati” in modi e con ingredienti diversi
senza che perdano un grammo della loro freschezza e del loro fascino.
Anche in questo caso lo chef Vince Mendoza ha usato arrangiamenti grandiosi,
evocativi, ricchi di pathos, a tratti rarefatti e delicati ed un attimo
dopo possenti anche se probabilmente, in alcuni momenti, si cade nella
retorica di certa musica da colossal cinematografico americano.
La cantante canadese spazza comunque ogni perplessità sfoderando
caratteristiche da grande crooner dalla voce calda e raffinata.
Il rischio di cadere nell’autocelebrazione in casi del genere è
alto ma, in Travelogue, il dichiarato intento di raggiungere un pubblico
diverso da quello abituale può dirsi raggiunto.
Già dai primi ascolti, brani come Otis and Marlena, Amelia, Cherokee
Louise, The Circle Game (sentite aleggiare lo spirito di Billie Holiday?),
ci appaiono davvero mozzafiato e lo diventano ancora di più con
gli ulteriori ascolti.
Soprattutto non fanno assolutamente rimpiangere le versioni originali,
anzi !!!!
Sono diversi, meravigliosamente diversi.
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