Tv Lumiere “Addio! amore mio”, recensione

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Da dove arrivano i TV Lumiere?

Questa è la domanda che mi sono posto appesantito dal fatto di averli persi nel dedalo infinito di proposte e scoperte degli ultimi anni.
Ahimè non ne sapevo nulla, lo ammetto, ma ora arricchito di splendide sensazioni mi ritrovo a rincorrere la storia di questo quartetto.

L’ensemble proto-concettualistico trova la sua genesi nella Berlino di Federico e Ferruccio Persichini, anime umbre della band. Tra krautrock ed influenze disparate il duo assieme a Yuri Tosi alle pelli ed Irene Antonelli al basso e controcanti, trovano la giusta dimensione artistica con questo Addio! Amore mio, anche grazie all’esperienza raffinata di Amaury Cambuzat, anima e corpo dei francesi Ulan Bator, posto alla produzione artistica.

Questo terzo disco arriva grazie alla Acid Cobra Records patrocinata dallo stesso Cambuzat, corredata dalla convincente matita illustrativa di Kain Malcovich, talentuoso artista capace di tradurre con poche linee e pochi colori le angosce, le paure e i timori delle liriche ermetiche della band, attraverso il viso di una donna armata di coltello, atta più alla difesa che all’attacco di quei dolori di cui si narra.

Ad aprire il cassetto impolverato degli eventi è la fusione drammaturgica di La condanna, crocevia tra finzione e realtà Truffautiana, narrata dalla voce calda e profonda di Federico Persichini, che veleggia in andature minimali, dominate, come nella stessa A.M.A.N.O., da una convincente struttura ritmica, tra cambi direzionali e chitarre alternative. In entrambi i casi, come spesso accade in questo full lenght , cupezza e aria nereggiante coinvolgono in un vortice musicale che, tra bridge ben assestati e blandi climax, colano indie post rock di caratura.
Non mancano poi dosi di aria lenta e posata che ci trascina in uno sviluppo deliziosamente post rock dagli echi noise ben impiantati sul sistema compositivo, proprio come accade in Un fiore per il capitano, in cui fuoriesce qualcosa di Baustellinao, anche se la cupezza e la claustrofobia lessicale è molto più evidente e scarnificata da tentazioni pop, in favore di divagazioni alla Efrim Menuck, tra morbide ed ipnotiche linee sonore.

All’alternarsi di speranze (De Rosario) e pene del vivere (La lettera), si accompagnano delizie proto-prog e soffusi rumorismi, che mescolati al piano di Giorgio Speranza in Da quando mi hai abbandonato ed al violino di Rafael Bord, delimitano le pareti di una stanza musicale poliedrica, che non ha paura di inglobare sensazioni estremizzate di canto e musica.

Un disco ipnotico, cantautoriale e post, che si chiude con la miscellanea alt soft rock di Scenamuta con la sua anima cinematografica e la conclusiva I sette giri del corrente , dall’animo celato nella sua diluizione portata ad un eccesso che sembra piacere ai TV Lumiere.

Tracklist

La Condanna
Transoceanica
De Rosario
Un Fiore per il Capitano
La Lettera
A.M.A.N.O
Da Quando mi hai Abbandonato…
Ago e Filo
Scena Muta
L’Ospedale Vecchio/I Sette Giri del Corrente