Salif Keita – Parte 3 – Parigi e la svolta Hi-Tech

salifou

Nella società mandengue i djeli sono i custodi della tradizione, della storia e della cultura, che da secoli si tramandano oralmente di generazione in generazione. E’ la loro stessa missione sociale che limita la loro spinta alla ricerca e al rinnovamento. Ma Salif Keita non appartiene alla casta dei djeli, egli è un nobile. Forse è questa la ragione per cui il suo percorso artistico è stato sino ad oggi una continua ricerca di nuove sonorità, di nuove collaborazioni e ibridazioni.

Come abbiamo visto, già negli anni ’70 gli Ambassadeurs du Motel di Salif Keita, spingendosi verso le sonorità del rock e della psichedelica, si caratterizzarono come l’anima sperimentale della scena musicale di Bamako, in contrasto con la più tradizionale Rail Band e con il sound latino americano della National Badema. Prima di sciogliersi, gli Ambassadeurs registrarono negli Stati Uniti il disco Wassolon-Foli, che si spingeva in modo davvero sfacciato verso suoni sempre più elettronici. Siamo entrati ormai negli anni ’80, e le tastiere sintetiche stanno invadendo sempre più la musica rock e la dance internazionale. Wassolon-Foli è l’ultimo capitolo musicale degli Ambassadeurs, e preannuncia l’inizio di una nuova fase nella percorso artistico del principe albino.

Parigi e la svolta Hi Tech

Dalla Costa d’Avorio Salif Keita si trasferì nel 1984 a Montreuil, un sobborgo di Parigi in cui era presente una numerosa comunità maliana. Per lui fu quasi un ricominciare da capo. Infatti, nonostante i successi ottenuti in Africa, prima di trovare un’etichetta discografica che lo producesse Salifou passò alcuni anni vivendo modestamente, suonando nei locali e nelle feste private e partecipando sempre più ai fermenti di quella fucina alchemica rappresentata dalla scena musicale multietnica della capitale francese.

Nel 1985 Manu Dibango lo chiamò a partecipare alla manifestazione Tam Tam pour l’Ethiopie, assieme a Youssou N’Dour, Mory Kante e King Sunny Ade.

Poco dopo Salifou conobbe due tastieristi francesi con i quali cominciò a lavorare, Francois Breant e Jean-Philippe Rykiel. Fu con loro che sviluppò il suo nuovo progetto musicale, che vide la luce grazie ad un influente produttore senegalese che viveva a Parigi: Ibrahim Sylla, fondatore della Syllart, una delle produzioni francesi più meritorie nell’ambito della diffusione della musica africana nel mondo. Da quella collaborazione nacque l’album forse più importante di Salif Keita, persino più di Mandjou, il grande successo degli Ambassadeurs.

Era il 1987 quando uscì Soro, prodotto dalla Syllart e distribuito dalla Island Record di Chris Blackwell, un album destinato a diventare una pietra miliare nella diffusione della musica africana nel mondo.

Soro (1987, Mango / Island, IMCD 243 / 842775-2)

Wamba
Soro (Africa)
Squareba
Sina (Soumbouya)
Cono
Sanni Kegniba

.Contemporaneamente a Soro usciva, sempre a Parigi, un altro disco africano che avrebbe conteso a Soro il primato nelle classifiche internazionali. Il disco si intitolava Akwaba Beach, conteneva l’incredibile hit dance Yeke Yeke, e l’autore era un altro grande artista mandengue, un djeli che risiedeva a Parigi, Mory Kante, la cui rivalità artistica con Salif Keita risaliva ai tempi della Rail Band.

Assieme a Graceland (1986) di Paul Simon, questi due dischi contribuirono in modo determinante all’esplosione di quello straordinario fenomeno che fu in seguito chiamato World Music, essendo stati pubblicati subito prima dell’avvento delle ibridazioni sperimentali di artisti come Peter Gabriel e Bill Laswell e della nascita di etichette come la Real World e la Emisphere. Ma torniamo a parlare di Soro.

Questo disco straordinario dura meno di 40 minuti. Contiene 6 brani, con titoli e testi incomprensibili per il pubblico internazionale, perché in lingua malinke. L’autore della musica e dei testi era Salif Keita, mentre Breant e Rykiel si dividono gli arrangiamenti.

Soro vede, tra gli altri, la collaborazione di alcuni vecchi membri degli Ambassadeurs, come il grande chitarrista mandengue Ousmane Kouyate, il percussionista Souleyman Doumbia e il tastierista Cheick Tediane Seck il quale, a dire il vero, trova qualche difficoltà a farsi spazio tra i francesi Breant e Rykiel. Il resto dei musicisti è una sapiente miscela di africani, ai quali sono affidati i cori e la ritmica di basso e percussioni, e francesi, ai quali è demandata la sezione di fiati.

Riguardo al suono, nelle note di copertina si parla di “uso della tecnologia allo stato dell’arte”. Per questo Soro è definito un disco Hi Tech, infarcito delle atmosfere sonore, tipiche degli anni ’80, create dalle tastiere elettroniche e dalle drum machine, ma anche registrato in modo impeccabile. A distanza di 20 anni quel suono appare forse un po’ freddo e datato, ma allora fece davvero scalpore, tanto che da quel momento in poi tutti gli artisti africani che desiderassero affacciarsi sulla scena internazionale registrarono album Hi Tech. In effetti, a pensarci bene l’Hi Tech imperversa ancora in Africa, mentre in Europa ce ne siamo liberati da poco.

Tuttavia non furono le inflessioni elettroniche a donare a Soro la magia che ne determinò il successo, quanto l’anima profondamente mandengue della sua musica, alla quale il vestito Hi Tech aumentava semplicemente la fruibilità per un pubblico non abituato agli aspetti più “duri” dell’estetica musicale africana. Le ritmiche e le melodie, la lingua, ma soprattutto le voci erano splendide: quella di Salif Keita, ma anche l’etereo e suadente coro femminile, che sembra si sia ispirato al meraviglioso coro che accompagna la grande djelimuso maliana Kandia Kouyate. Anche i testi, tradotti in inglese nelle note di copertina, sono orgogliosamente tradizionali. Parlano di valori come l’onesta e il coraggio, di amori e di storie epiche, di re e guerrieri.

Nonostante gli arrangiamenti Hi Tech, i brani di Soro sono tutti molto belli. Tra i momenti più intensi dell’album non si può non ricordare Sina, in particolare l’entrata della voce di Keita sul tappeto elettronico di Breant e la chitarra di Ousmane Kouyate, e Cono, con la sua melodia e ritmica così intimamente tradizionali e con la sua atmosfera rarefatta.

Il successo di Soro fu strepitoso, e dura tuttora. Dopo pochi mesi dalla sua uscita, Salif Keita fu invitato in Inghilterra, assieme a Youssou N’Dour e Ray Lema, a partecipare ad una grande manifestazione musicale per festeggiare il 70esimo compleanno di Nelson Mandela. Subito dopo, e sempre sulla stessa lunghezza d’onda di Soro, Salif Keita cominciò a lavorare ad un altro disco, anch’esso con la partecipazione e gli arrangiamenti del tastierista Francois Breant: Ko-Yan (io possiedo l’edizione PALM, codice PALMCD 2119-2) .

Ko-Yan (1989, Mango / Island)

Yada
Nou Pas Bouger
Ko-Yan
Fe-So
Primpin
Tenin
Sabou

Oltre a Keita e Breant vi suonano il solito Ousmane Kouyate, uno splendido coro femminile, i percussionisti Souleymane Doumbia e Sydney Thiam, e altri musicisti che, come loro, erano presenti anche in Soro. Le atmosfere sono Hi Tech, molto simili a quelle del disco precedente. La grande novità di Ko-Yan sono i testi militanti e socialmente impegnati. Nonostante ciò, nonostante i brani siano belli, nonostante la nuova versione di Primpin, grande successo degli ultimi Ambassadeurs, Ko-Yan non convinse fino in fondo. Il disco non registrerà neanche lontanamente il successo di Soro, anche se Nou Pas Bouger è un brano importante, che spunterà in tutte le compilation dedicate a Salif Keita.

Siamo alla fine degli anni ’80 e, nonostante Ko-Yan non abbia avuto il successo sperato, Salif Keita si ritrova con una fama internazionale da gestire. Nonostante la fama non abbandonerà la sua passione per la ricerca. Gli anni ’90 vedranno una sua produzione artistica davvero imprevedibile, con continue sorprese, nuovi incontri e arditi esperimenti.